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STORIA

Transizione e Verismo (1870–1910 circa)

La Cantata tra crisi dell’ideale e nascita della modernità
Nella zona delicata (1870–1910 circa), tra la fine del Romanticismo e prima che il Futurismo rompa tutto, convivono Decadentismo, Simbolismo, Realismo, Verismo, Estetismo, Tardo romanticismo nazionale. E la Cantata cambia ancora funzione. Dopo il 1870 il clima culturale muta profondamente, dopo che è finita l’epoca delle grandi speranze risorgimentali. Si incrina allora la fiducia romantica nella nazione come mito compatto, la società si industrializza, la città si espande e l’individuo si frammenta. La Cantata, che nel Romanticismo era forma solenne e monumentale, deve ridefinirsi.

Dal monumento al simbolo

Nel Decadentismo e nel Simbolismo l’arte non vuole più rappresentare il mondo, ma alluderlo. La parola non è più dichiarativa, ma evocativa, e la musica non narra più, ma si limita a suggerire. La Cantata perde progressivamente il carattere celebrativo civile, insieme alla sua retorica patriottica. L’impostazione monumentale risorgimentale diventa simbolica, rarefatta, intimista, a volte quasi esoterica. Non è ancora dissoluzione formale, ma la compattezza romantica si incrina.

La Cantata e il Verismo

Parallelamente, in Italia, nasce il Verismo. Nel teatro musicale, il Verismo porta sul palcoscenico realtà quotidiana, passioni brutali, immediatezza drammatica. Ma la Cantata non può diventare verista in senso pieno, appunto perché manca la scena. E quindi assorbe l’intensità emotiva, riducendo l’enfasi retorica. Il genere privilegia situazioni concentrate, accentuando il rapporto diretto tra parola e gesto musicale. Se nell’opera verista la scena esplode, nella Cantata il dramma si concentra. È una compressione emotiva, che porta alla crisi della forma chiusa. Nel tardo Ottocento si indebolisce definitivamente la struttura tradizionale recitativo-aria. La Cantata tende verso la continuità musicale, fondendo tra loro le sezioni e dando maggiore peso all'orchestra e allo sviluppo tematico. Il modello sinfonico-corale romantico non scompare, ma viene destabilizzato. L’orchestra crea atmosfera, tessuto psicologico, colore simbolico, in cui si immerge la voce, che non domina più.

Cantata e spiritualità fin de siècle

Nel clima simbolista e decadente, la spiritualità si fa ambigua. È tensione, inquietudine, ricerca interiore. La Cantata sacra tra 1870 e 1910 assume allora tonalità più cupe, impiega armonie cromatiche più dense, guardando talvolta al passato (neomedievalismo) alla ricerca dell’estasi sonora. Non è ancora modernismo, ma si sente la crisi incipiente del linguaggio tonale tradizionale.

Il rapporto con l’opera e l'esame di maturità

Nel teatro, in questi anni, dominano il Verismo, con il suo dramma psicologico. La Cantata occupa una posizione ambigua, in cui non può competere con la forza teatrale del verismo. E così diventa spesso pagina occasionale che prepara la dissoluzione tonale. Tra 1890 e 1910 l’armonia si complica con il cromatismo estremo e l'instabilità armonica. La Cantata, specie quella simbolista, diventa luogo di sospensione temporale, atmosfera, dissoluzione della narrazione lineare. In questo quarantennio (1870-1910), in Italia l'opera teatrale divora letteralmente tutto il resto. La "Cantata" sopravvive, ma cambia pelle assumendo due funzioni molto specifiche e quasi opposte: da un lato diventa il saggio accademico finale (il rito di passaggio per diplomarsi in Conservatorio), dall'altro si trasforma in un ibrido sinfonico-corale monumentale, influenzato dal gusto nordeuropeo. Per i compositori della nuova generazione, scrivere una Cantata era spesso l'esame di maturità prima di lanciarsi nel mondo spietato dell'opera lirica. Alfredo Catalani (1854 – 1893) si diploma nel 1875 al Conservatorio di Milano proprio con una Cantata (definita "egloga"), La falce. Il testo è di Arrigo Boito, il capofila della Scapigliatura milanese. È un'opera fondamentale perché mostra già tutte le inquietudini e le raffinatezze armoniche che caratterizzeranno il clima di fine secolo. Il giovane Giacomo Puccini (1858 – 1924), prima di Le Villi e del successo teatrale, compose a Lucca la Cantata Cessato il suon dell'armi (1877). È un lavoro giovanile, scritto per un concorso locale, ma vi si sente già l'istinto per la melodia espansiva e per l'orchestrazione brillante che lo renderanno il dominatore del palcoscenico. Pietro Mascagni (1863 – 1945), prima di far esplodere la bomba di Cavalleria rusticana, scrisse diverse Cantate. La più notevole è In filanda (1881), una Cantata per voci soliste, coro e orchestra che abbiamo trascritto e revisionato. In modo interessantissimo, essa anticipa i temi veristi legati al mondo del lavoro e del popolo (in seguito la rielaborerà nell'opera Pinotta). Mascagni scrisse anche una Cantata su testo di Schiller, Alla gioia (1882).

La Vecchia Guardia e le celebrazioni di Stato

I compositori affermati continuavano a usare la Cantata per i grandi eventi pubblici della nuova Italia unita. Amilcare Ponchielli (1834 – 1886), autore de La Gioconda, era un maestro in queste grandi architetture pubbliche. Negli ultimi anni della sua vita compose opere imponenti come la Cantata per il monumento ad Alessandro Manzoni (1883) e la Cantata per papa Gregorio VII (1885). Sono lavori solidi, di grande mestiere, che incarnano l'estetica monumentale dell'Italia umbertina.

La transizione sinfonica

Verso la fine del secolo, alcuni compositori italiani cercano di sganciarsi dal monopolio dell'opera lirica, guardando al poema sinfonico e alle forme strumentali italiane dei Maestri del Romanticismo, usando la voce all'interno di strutture orchestrali complesse. Ruggero Leoncavallo (1857 – 1919), benché noto per Pagliacci, era un intellettuale dal respiro europeo. Nel 1886 compone La nuit de mai (La notte di maggio), basata su una poesia di Alfred de Musset. È tecnicamente un poema sinfonico per tenore e orchestra, ma di fatto è una Cantata modernissima, intrisa di languori decadenti e influenze tardo romantiche italiane. Marco Enrico Bossi (1861 – 1925) è figura chiave della musica strumentale e corale in Italia (lontano dal teatro). Le sue opere monumentali, come il Canticum Canticorum (1900) e Il Paradiso perduto (1903), definite "Cantate bibliche" o "poemi vocali", aprono definitivamente le porte alla sensibilità del Novecento. L'orchestrazione è densa, il coro è trattato in modo magistrale e serve da modello all'intera Europa.

Alle porte del Novecento

Siamo arrivati sulla soglia del Novecento. Da qui a poco, la Generazione dell'Ottanta (Respighi, Pizzetti, Malipiero, Casella) riprenderà in mano le forme antiche (inclusa la Cantata) per rileggerle in chiave neoclassica o arcaicizzante, mentre i Futuristi proponevano l'"intonarumori".

Sintesi del periodo 1870–1910

Tra Romanticismo e Futurismo la Cantata perde la monumentalità romantica, caricandosi di simbolismo e assorbendo l’intensità verista senza scena. Destabilizzando la forma tradizionale, essa prepara la crisi tonale. Genere di transizione, non è più laboratorio del melodramma, ma neppure della modernità radicale. È un genere in tensione che si muove tra nostalgia e sperimentazione e proprio questa instabilità la rende ancora una volta il luogo perfetto per il passaggio al Novecento in una "terra di mezzo" affascinante e crepuscolare. Sono gli anni della Scapigliatura, del Verismo e del Decadentismo, subito prima che le avanguardie del Novecento rimescolassero tutte le carte.

Scopri come la matrice della Cantata si frammenta e sopravvive fino ai giorni nostri.

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Three young women in historical dress performing chamber music; two sing while carefully reading a musical score, while the central figure accompanies them by playing the violin. Charcoal drawing style.
The Performance of the Cantata (2026), generative art, charcoal and pastel style, by Varrone & Romano, private collection. © Collezione Varrone & Romano (All rights reserved).