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STORIA

Novecento

Dal Futurismo al Novecento avanzato: la Cantata tra rottura, canzone e nuovi media
Nel Novecento, dalla frattura futurista in avanti, la Cantata non è più centro del sistema, ma non scompare, anzi si biforca. Con il Futurismo (1909) cambia il paradigma. Non si riforma il linguaggio, ma lo si attacca. Rumore, macchina, velocità, anti-passatismo. La musica non deve più essere melodica, ma meccanica, esplosiva, industriale. In questo contesto la Cantata tradizionale fatta di voce, testo, architettura formale, sembra appartenere a un lontano passato.

La Cantata intellettuale e d'avanguardia

E succedono due cose molto diverse. Una parte della musica novecentesca prende la via della sperimentazione timbrica, della frattura tonale e dell’avanguardia. Qui la Cantata sopravvive come forma concettuale. Non più alternanza aria-recitativo, ma strutture vocali frammentate. I compositori usano il coro come massa sonora, e affidano alle voci testi simbolici o filosofici, rette da orchestrazioni sperimentali. La Cantata diventa forma per sviluppare idee ed esprimere manifesti, tensioni politiche e drammi astratti. È una Cantata intellettuale.

La strada della canzone e del salotto

Parallelamente, un’altra traiettoria si apre. Con la fortuna della canzone urbana, della romanza da salotto, della musica cosiddetta leggera, la Cantata perde il monopolio del canto colto fuori scena. Nel primo Novecento il salotto borghese, il cabaret, il varietà, la canzone italiana (Napoli in testa), la romanza da camera assorbono la funzione che un tempo aveva la Cantata da camera. La Cantata si riduce di dimensione e si avvicina alla forma-canzone. Non è un declino, ma una ennesima trasformazione.

La nascita dei nuovi palcoscenici

Il punto decisivo è tecnologico, perché nel Novecento compaiono il disco, la radio, il cinema sonoro, la televisione, e la Cantata non ha più bisogno del salotto aristocratico per farsi sentire. Il nuovo spazio è lo studio radiofonico, costruito attorno al microfono, pensato per la registrazione e la diffusione di massa. La voce cambia modo di cantare. La proiezione teatrale non è più necessaria, perché ciò che conta è l’intimità microfonica. La Cantata si frammenta allora in canzoni orchestrali, cicli vocali, composizioni per coro e orchestra destinate alla radio, e nei lavori celebrativi televisivi.

L’eredità lirica e i protagonisti del secolo

La tradizione lirica non scompare. Anzi, tutto il patrimonio operistico e sinfonico-corale passa in eredità alla Cantata, che può citare il passato, rielaborare modelli antichi dal Medioevo in su, ironizzare sulla forma tradizionale, ibridarsi con il teatro musicale moderno. In questa estrema varietà di modelli, la linea vocale conserva il fraseggio melodico, la cantabilità italiana, e l’attenzione al testo. Con il secondo Novecento si moltiplicano le strade. Tra avanguardia seriale, neotonalità, minimalismo, contaminazioni con il jazz, musica elettronica, la Cantata sopravvive come forma ibrida di Cantata scenica, politica, sinfonica, radiofonica, televisiva. Dato che non è più genere dominante, è diventata contenitore flessibile. Se guardiamo il lungo arco storico, nel Seicento essa era laboratorio dell’opera, nel Settecento grammatica del dramma, nell’Ottocento forma civile e sinfonico-corale. Nel Novecento s'è divisa tra concettuale e canzone, ma una cosa resta: la centralità della voce e del testo come struttura musicale autonoma.

L'eredità rielaborata e il "ciclo vocale" (Inizio Novecento)

La generazione nata intorno al 1880 (la cosiddetta Generazione dell'Ottanta) prende la Cantata, la svuota dell'enfasi ottocentesca e la trasforma in cicli vocali intimi o rievocazioni neoclassiche. Ottorino Respighi (1879 – 1936), con la sua composizione Il tramonto (1914) per mezzosoprano e quartetto d'archi è l'esempio perfetto della nuova "intimità" da camera. Il testo di Shelley non è declamato per un grande teatro, ma sussurrato per un salotto novecentesco, frammentando la Cantata in un respiro lirico continuo. Goffredo Petrassi (1904 – 2003), scrive il Coro di morti (1940-41), basato sul testo filosofico di Giacomo Leopardi, Cantata drammatica e astratta (per voci maschili, ottoni, pianoforti e percussioni). Non c'è più la rassicurante melodia ottocentesca, ma una scultura sonora intellettuale, tesa e tagliente.

La strada concettuale, politica e d'avanguardia

Nel secondo dopoguerra, la Cantata diventa il manifesto politico e l'esperimento timbrico per eccellenza. Il testo viene frantumato, il coro diventa una massa sonora. Luigi Nono (1924 – 1990) è il dominatore assoluto di questa fase. Il canto sospeso (1956) è una Cantata per solisti, coro e orchestra basata sulle lettere dei condannati a morte della Resistenza europea. È l'emblema della "Cantata politica" seriale frammentata, tesissima, esplosiva, dove le sillabe vengono isolate per creare una tensione drammatica. Luciano Berio (1925 – 2003), con lavori come Laborintus II (1965), prova a disintegrare la Cantata tradizionale fondendola con la recitazione, il nastro magnetico e le influenze jazz. Scritta originariamente per la televisione francese (ecco i nuovi media!), usa testi di Edoardo Sanguineti, Dante e T.S. Eliot, trasformando la voce in un puro esperimento fonetico e teatrale.

I nuovi media: la Radio e il Cinema

La Cantata si adatta al microfono e agli studi di registrazione, creando forme ibride pensate per la diffusione di massa invisibile. Bruno Maderna (1920 – 1973) fu un pioniere della "Cantata radiofonica". Lavorò assiduamente con la RAI per creare opere come il Ritratto di Erasmo (1970), dove la voce recitante, il coro, l'orchestra e i suoni preregistrati si fondono in un montaggio che ha senso solo attraverso un altoparlante, non su un palcoscenico. Ennio Morricone (1928 – 2020), formatosi nella musica assoluta prima di passare al cinema, ha usato il concetto di Cantata moltissime volte. Scrisse vere e proprie Cantate moderne come Cantata per l'Europa (1988) o Vuoto d'anima piena (2008). Nelle sue colonne sonore (basta pensare alle voci soliste e ai cori di C'era una volta il West o Mission), l'uso microfonico e astratto della voce senza parole è la sublimazione cinematografica della Cantata.

La strada della canzone: la "Cantata urbana"

La forma "Cantata" a un certo punto sfonda i confini della musica colta, incarnandosi nella canzone d'autore più ambiziosa, grazie all'uso del concept album (il vero erede discografico della Cantata). Non è un caso che il secondo album di Fabrizio De André (1940 – 1999), Tutti morimmo a stento (1968), porti ufficialmente il sottotitolo: "Cantata in Si minore per coro e orchestra". È la perfetta Cantata profana del Novecento, con i suoi temi esistenziali, alternanza di "recitativi" (i monologhi) e "arie" (le canzoni vere e proprie), orchestrazione sinfonica e destinazione puramente discografica. Rispetto alla musica concettuale, qui almeno non serve un manuale d'istruzioni preventivo per comprenderla. Franco Battiato (1945 – 2021), partito dall'avanguardia elettronica e approdato alla canzone, ha sempre mantenuto strutture formali classiche. Lavori come Genesi o la successiva Messa Arcaica, pur non chiamandosi Cantate, ne mantengono l'architettura filosofica e la dimensione di "voce senza confini" in un ibrido tra pop, misticismo e orchestra.

Sintesi finale del Novecento

Dal Futurismo ai nostri giorni la Cantata perde centralità istituzionale, si divide tra sperimentazione e canzone, si adatta ai nuovi media, assorbe l’eredità lirica, sopravvive come forma elastica. Non è più “opera senza scena”, ma voce senza confini.
Three young women in historical dress performing chamber music; two sing while carefully reading a musical score, while the central figure accompanies them by playing the violin. Charcoal drawing style.
The Performance of the Cantata (2026), generative art, charcoal and pastel style, by Varrone & Romano, private collection. © Collezione Varrone & Romano (All rights reserved).