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STORIA
Una pittura a olio carica di dinamismo che immortala un'azione di gioco di una partita di calcio dal sapore eroico.
Il gioco del calcio (2002), Arte generativa, stile Pittura a olio di Varrone & Romano, Collezione privata.
© Collezione Varrone & Romano (Tutti i diritti riservati).


Il Novecento: Confronto tra Estetiche

Qui vediamo perché la canzone, nel Novecento, conta più delle avanguardie per capire la nostra società.

Il panorama musicale italiano successivo al Futurismo e alla Prima Guerra Mondiale è caratterizzato da una complessa frammentazione che porta alla ridefinizione del linguaggio, orientandosi verso l'Avanguardia Teorica e la Profondità Popolare.

La generazione di compositori nati intorno al 1880, nota come la "Generazione dell'Ottanta", aveva promosso un fondamentale rinnovamento strumentale, opponendosi alle esasperazioni sia del Verismo che del Romanticismo. Le loro critiche si erano concentrate sull'opera pucciniana e dei Maestri suoi coetanei, a favore della validità delle tradizioni nazionali, in particolare la musica strumentale dei secoli XVII e XVIII, vista come un punto di riferimento nodale per il rinnovamento della musica italiana.

Ottorino Respighi (1879-1936) è, in tal senso, il più legato al sinfonismo ottocentesco. Raggiunse fama internazionale con i poemi sinfonici della Trilogia romana (Fontane di Roma, Pini di Roma, Feste romane).

Franco Alfano (1875-1954) occupa una posizione intermedia tra il tardo Romanticismo e la modernità nascente. Autore di opere come Risurrezione e Sakùntala, fu un orchestratore raffinato, capace di fondere melodismo lirico, cromatismi tardo-romantici e un’inclinazione timbrica personale. La sua fama internazionale è legata soprattutto al completamento della Turandot di Puccini, ma la sua produzione originale mostra una ricerca autonoma, sospesa fra tradizione e sperimentazione moderata, che contribuì a definire il profilo multiforme del primo Novecento italiano.

Alfredo Casella (1883-1947) si avvicinò al Neo-classicismo, unendo l'amore per l'antica musica italiana con linee compositive nette e sorvegliate.

Gian Francesco Malipiero (1882-1973) si dedicò invece al recupero delle musiche del passato (curò ad esempio l'edizione delle opere di Monteverdi e Vivaldi).

Ildebrando Pizzetti (1880-1968) fu un compositore eminentemente vocale, impegnato nel rinnovamento dell'opera italiana, e sviluppò uno stile di canto basato sul declamato e gli antichi modi liturgici.

La Canzone

Nella civiltà globale del XX secolo, la canzone ha assunto un'importanza che nessun altro genere musicale aveva conosciuto. Essa convoglia i sentimenti, i miti e le speranze, riflettendo pienamente la sfera dell'uomo. In questo contesto, la Canzone è da considerarsi significativa e nel solco di una tradizione rinnovata che continua. Il genere affonda le proprie radici nelle arie del melodramma e in generale in tutta la produzione vocale italiana.

All'inizio del Novecento, si affermò come un genere di massa, diffuso inizialmente tramite i "mandolini" (fogli volanti, economici e di piccolo formato, spartiti popolari, su cui venivano stampate la melodia e il testo della canzone, che servivano a distribuire la musica al grande pubblico, in modo che le persone potessero cantare o suonare i brani in casa). L'incisione del tenore Enrico Caruso (1902) fu fondamentale per l'affermazione della musica su disco. L'invenzione della radio poi da parte di Guglielmo Marconi (1920) e la fondazione dell'EIAR (1924) resero la musica accessibile, determinando una accelerata e continuativa educazione musicale di massa.

Il brano Nel blu dipinto di blu (Volare) di Domenico Modugno (1958) segnò un'altra svolta, aprendo la strada ai cantautori, che unirono il ruolo di autore e musicista. Le loro liriche introdussero una tenerezza fluida e un'attenzione alla realtà del vivere quotidiano, elevando i testi a una poesia autentica (ad esempio, Gino Paoli e Salvatore Di Giacomo, quest'ultimo definito da Croce uno dei rari poeti schietti dei tempi nostri). La canzone continua ancor oggi a segnare la storia della musica.

Le Avanguardie

 

Dodecafonia e Serialismo

 

A differenza della canzone, per la musica cosiddetta "colta", il periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale segnò un distacco netto e l'apertura all'avanguardia radicale, con l'adozione di tecniche nate in Europa centrale, che non comunicano alle grandi masse e sono destinate invece a pochi iniziati. Da una prospettiva musicologica specialistica, questa fase si rivela il più delle volte autoreferenziale, essendo un linguaggio creato da teorici per teorici.

Il sistema dodecafonico fu adottato in Italia da Luigi Dallapiccola (1904-1975). Sebbene Dallapiccola applicasse una dodecafonia personale unendola al lirismo e al colore sonoro, questa musica spesso comunica molto poco se non ai cultori, diventando un linguaggio astratto e poco incisivo.

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Dalla musica per pochi alla musica per tutti, qui sotto è un esempio di opera d'arte musicale che era una delle più apprezzate dell'anno 1956, quando Dallapiccola componeva i suoi Cinque Canti.

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Tornando, quindi, al filone della musica cosiddetta (con molto pregiudizio) colta e sperimentale, è il percorso di compositori come Dallapiccola che vogliamo esaminare.

Paradossalmente, la musica di Dallapiccola, concentrata sugli aspetti costruttivi, aprì la strada all'introduzione dell'alea, che concedeva agli esecutori libertà di scelta e di intervento sul testo scritto. Altri compositori che emersero in questo sperimentalismo spinto furono Luigi Nono (1924-1990), che predilesse l'opera teatrale con presuntta forte valenza politica, e Goffredo Petrassi (1904-2002), che gradualmente si allontanò dal sistema tonale.

Dopo il 1950, la serializzazione dodecafonica, esaurite i giochi sulle altezze, dedicò le proprie attenzioni ad altri elementi del suono (ritmo, durata, timbro). Ebbe inizio la ricerca sulla musica elettronica con la fondazione dello Studio di Fonologia Musicale della RAI di Milano (1954), ad opera di Bruno Maderna e Luciano Berio.

La critica alle Avanguardie

La prima obiezione che accompagnò le Avanguardie musicali, fin dai tempi del Futurismo, fu sempre la stessa: manca la tecnica. La musica tradizionale richiedeva una competenza concreta, saper comporre, e questo creò una distanza netta fra chi poteva farlo e chi no.

Per molti, ascoltare la musica d'avanguardia equivaleva spesso a pensare: Potevo farlo anch’io. Questa reazione non nasceva da ignoranza, ma da un dato oggettivo, perché molte composizioni contemporanee rinunciano alla forma riconoscibile, svuotando il ruolo del compositore. L'esecuzione, al contrario, può spesso richiedere un'abilità non convenzionale e persino più ardua del solito, proprio a causa della mancanza di regole formali a cui appoggiarsi: rumori al posto della musica, come le tele monocrome al posto della pittura, istruzioni al posto delle note.

L’impressione è che il medium venga abbandonato o svuotato, e che la competenza non sia più necessaria. Da qui nasce il conflitto: la musica smette di essere un mestiere e diventa un gesto, e il pubblico, di fronte a quel gesto, si chiede se basti davvero quello per poterla chiamare “arte”.

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Dalla musica per pochi alla musica per tutti, quella che segue è una canzone che spopolò nell'anno in cui Luigi Russolo inventò l'arco armonico.

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Dall’opera all’idea

Il gesto radicale di Russolo e del Futurismo, pur isolato, segnò una rottura profonda con le convenzioni melodiche e armoniche dell'epoca.

Negli anni ’60, con l’Arte e la Musica Concettuale, avvenne uno slittamento decisivo. L'opera in musica non fu più l’esperienza estetica, ma il documento di un pensiero. L’oggetto musicale non doveva essere bello, né complesso, né tecnicamente costruito. Doveva semplicemente significare qualcosa. Il risultato è che molte opere divennero mute senza spiegazione. Un rumore casuale, una sequenza di istruzioni, un quadro tutto nero, non comunica nulla di per sé. Serve un testo, un critico, una teoria. È un linguaggio da iniziati.

La musica, insomma, non vive più davanti al pubblico, ma nel discorso sul pubblico, perché chi non conosce il contesto non capisce, e chi lo conosce interpreta. Da qui nasce la sensazione moderna di trovarsi davanti a opere che hanno bisogno del foglietto delle istruzioni.

Quando qualunque oggetto diventa arte

I Maestri d'avanguardia, con i ready-made musicali, prendono un oggetto sonoro comune (il rumore di una città, il rombo di un motore, le strida di qualche volatile), lo spostano di luogo, lo firmano e lo dichiarano arte. Da quel momento, la distinzione fra opera musicale e non-opera non è più nell’oggetto, ma nel contesto.

Un rumoraccio è un oggetto inutile, ma se lo registro su CD e lo firmo con un nome famoso, diventa opera d’arte. L’oggetto è identico. Il cambiamento avviene tutto attorno: nell'apparato critico, nelle note di copertina del CD, nella teoria e nelle leggi di mercato. È la consacrazione istituzionale a trasformare un oggetto insignificante in significato incarnato.

Questo ribalta l’estetica classica: non importa cosa sia l’opera musicale, ma chi la legittima. Di conseguenza, se tutto può essere musica, allora nulla è intrinsecamente musicale. La differenza diventa sociale, non estetica. Nei suoni casuali, nei silenzi, nelle parole registrate e distorte, gli oggetti cambiano categoria.

Il paradosso è evidente. L’arte concettuale si proclama universale, ma per capirla bisogna conoscere una fitta rete di idee, filosofia, museologia, storia culturale. Altro che “universale”: è un club privato.

La musica concettuale creò anche l'altro paradosso della Musica Colta. La Cultura Storica si fonda su un linguaggio tecnico, formale e retorico che, pur evolvendo, mantiene un protocollo condiviso di comunicazione. Nel momento in cui il Concettualismo nega o distrugge intenzionalmente questo protocollo, la musica non è più colta, ma, nella migliore delle ipotesi, astratta. L'etichetta di "musica colta" diventa, in questo contesto, un'aberrazione critica: se il linguaggio è privato e incomprensibile al di fuori della ristretta cerchia di chi lo genera, la cultura è morta. Il rumore, per quanto teorizzato, resta rumore, e il linguaggio musicale regredisce a una fase anarchica e pre-tecnica. La musica concettuale, negando i protocolli grammaticali, si pone di fatto al di fuori della cultura storica e dell'evoluzione del linguaggio, rendendosi comprensibile solo all'autore e al circolo che ne certifica l'intenzione.

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Dalla musica per pochi alla musica per tutti, qui sotto è una canzone famosa dell'anno 2002, quando Luciano Berio scriveva la Sequenza XIV.

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L'opera di Luciano Berio, pur mantenendo un rigore tecnico tanto elevato quanto incomprensibile, si colloca in quella corrente che, a partire dal secondo dopoguerra, ha spostato l'attenzione sull'idea e sul gesto compositivo.

Musica: dalla tecnica al concetto, dal mestiere all’aboutness

La storia della musica, dal Rinascimento fino al primo ’900, si reggeva su competenze concrete. Uno doveva conoscere bene il contrappunto, i partimenti, i solfeggi, la forma, la strumentazione, la retorica musicale. Anche quando gli stili cambiavano, restava vivo il principio della musica come linguaggio tecnico che il compositore doveva dominare.

Con il Futurismo e poi con l’ondata concettuale del secondo dopoguerra — che rappresentano comunque un'infinitesima parte della musica effettivamente prodotta e consumata — il baricentro si è spostato. Non conta più come è fatto ciò che suoni, ma di cosa parla la tua opera. L’idea diventa la protagonista, e così un pezzo fatto di rumori o effetti cacofonici, pieno di dissonanze casuali non preparate né risolte, entra nei musei della musica come la Merda d'artista di Piero Manzoni al Tate Modern di Londra, al MoMA di New York o al Centro Pompidou di Parigi. Una partitura composta solo di istruzioni diventa “opera”, e un brano di soli silenzi acquisisce status teorico, tanto da vendere persino la sua partitura.

A livello estetico, molti ascoltatori percepiscono la povertà tecnica e l’assenza totale di forma. E hanno ragione: è musica volutamente povera, in cui la tecnica serve poco o nulla al compositore. Va però riconosciuto che l’esecutore è spesso chiamato a compiti improbi e non codificati, dovendo riprodurre suoni o gesti privi di una logica armonica o ritmica riconoscibile, e perciò difficilissimi da eseguire con coerenza.

A livello teorico, invece, tutto si regge a una sola condizione: che l’opera parli di qualcosa (aboutness). Non importa come è fatta, importa cosa significa all’interno di un discorso più ampio.

Questo ha creato una divisione netta tra Musica Accademica — che continua la tradizione tecnica, comprese canzoni, musica da film e musica da ballo — e Musica Concettuale, che dichiara finita quella tradizione. Il problema è che la seconda ha imposto il suo linguaggio come il vero volto della modernità, generando una confusione totale. Molti credono che la musica moderna sia solo quella concettuale. In realtà, è solo uno dei rami possibili: minoritario, ma più spocchioso e prepotente dal punto di vista teorico.

Con la fine della direzione storica, la musica entra nel Pluralismo

Per secoli la storia della musica ha seguito una traiettoria: stili che nascono, maturano, decadono e vengono sostituiti. Il Futurismo ruppe questo meccanismo, ma rappresentò ancora un’avanguardia “classica”, che distrugge per costruire un nuovo protocollo fatto di rumori, velocità e anti-tradizione.

La vera svolta arrivò dopo: la musica d'avanguardia del secondo Novecento, concettuale inclusa, non vuole più creare un nuovo linguaggio, ma dichiarare la fine di tutti i linguaggi.

Il risultato è che, in campo avanguardistico, non esiste più una forma dominante, nessuna via maestra, nessuna evoluzione riconoscibile. Questo stato viene chiamato da alcuni Musica Post-Storica o Pluralismo.

Le conseguenze sono profonde: tutto è possibile, tutto è concesso al compositore famoso, tutto può essere arte; nessuno stile guida gli altri, la tecnica non è più un criterio e la forma non è più un obbligo. L’arte non si sviluppa più come prima, ma si interiorizza: diventa filosofia applicata agli oggetti sonori e ai gesti degli esecutori.

La vera domanda non è più “come si compone?”, ma “che cos’è musica d'arte?”, "Come hai fatto a diventare un compositore famoso?", "Chi è che dice che sei un compositore?".

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Dalla musica per pochi alla musica per tutti, qui è una canzone famosa l'anno in cui Scelsi scriveva Ygghur II.

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L'approccio di Giacinto Scelsi, con la sua indagine ossessiva sul singolo suono, rappresenta l'estremo tentativo individuale di spingere la musica oltre i parametri tradizionali e verso una dimensione autoreferenziale puramente filosofica.

Ecco perché è tornata in auge la retorica della musica come linguaggio universale. Serve a giustificare un sistema, come quelllo di Scelsi, che ha perso i suoi parametri tecnici e che tiene insieme tutto dicendo che tutto vale. In questo scenario, presentare quattro elicotteri che scendono dal cielo mentre strumenti ad arco grattano sulle corde non ha più senso. Non sono avanguardie. Sono la normalità di un sistema che ha smesso di evolversi. Il punto d’arrivo è la musica come negazione della musica.

Una volta bruciati tutti i gesti radicali del Novecento, cosa resta? L’idea finale, quella davvero definitiva: È musica perché lo dico io. L’intenzione del compositore, o la consacrazione del sistema, diventa l’unico criterio. Da qui nasce l’estremo degli estremi: non aggiungere qualcosa, ma togliere tutto.

Il radicalismo post-storico non crea nuove forme: le demolisce fino a portare la musica al limite dell’inesistenza. Ecco i tre modelli che incarnano questa fase:

  • Opera come Assenza: non c’è più oggetto né suono, solo il vuoto — un quartetto entra, resta in silenzio e se ne va; una sala vuota dichiarata “pezzo musicale”; l’aria come unico materiale.
  • Opera come Istruzione: la partitura è una frase, un comando mentale: Immaginare una Sinfonia, Pensare a un suono che non esiste, Ascoltare il tuo stesso ascolto.
  • Opera come Tempo Non Strutturato: la musica scompare del tutto e resta l’interazione sociale: l’esecutore parla invece di suonare, improvvisa rumori senza senso, intrattiene, riempie il tempo senza forma né direzione — come un professore universitario che chiacchiera un’ora senza fare lezione e pretende d’essere pagato.

Questi tre modelli rivelano il cuore del nuovo paradigma: il gesto radicale non è più creare un’opera estrema, ma cancellare l’idea stessa di opera. L’avanguardia oggi non vuole ridefinire cos’è la musica: vuole mettere in crisi il bisogno di ascoltarla, scagliandosi contro la musica definita sprezzantemente di consumo e proponendosi come unica alternativa ai Festival di Sanremo.

Il paradosso del copyright che protegge l’idea che non si può proteggere

La Musica Concettuale spinge tutto all’estremo tranne il diritto d’autore: lì torna improvvisamente tradizionalissima. Perché? Perché il copyright non protegge le idee, ma solo la loro forma concreta. E poiché il concettuale vive di idee, non di forme, nasce il paradosso.

Posso stare in silenzio quando e quanto voglio, ma non posso vendere una partitura del silenzio di Walter Marchetti dicendo che è mia; posso ricamare una Mappa identica a quella di Alighiero Boetti, ma non diventerà mai Boetti; posso replicare un’installazione musicale concettuale, ma non posso replicarne l’aura certificata.

Più l’opera è concettuale e replicabile, più il suo valore dipende dall’autenticazione. Il mercato non vende l’oggetto musicale — spesso brutto, irrilevante, fastidioso, semplice, industriale, copiabile — ma vende la firma, la storia, la certificazione, il gesto originario. L’aura è l’unico valore non duplicabile.

Il sistema pretende due cose opposte: da un lato l’opera è universale perché chiunque può farla; dall’altro è unica perché solo l’artista può venderla. Questa convivenza tra universalità dell’idea e venalità dell’oggetto è possibile solo grazie al trucco giuridico del copyright — primo tassello di un meccanismo più grande, esploso nel campo dell’arte col caso Hirst.

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Dalla musica per pochi alla musica per tutti, qui è una canzone cantata un po' da tutti l'anno in cui Luciano Berio scriveva la Lontananza nostalgica.

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Secondo certi critici, l'impegno politico e addirittura etico di Luigi Nono si manifesterebbe, al contrario di Venditti, attraverso l'astrazione estrema della tecnica elettronica, sollevando dubbi sul valore comunicativo dell'opera d'arte, che, nel caso della Lontananza, è effettivamente lontana dal poter essere compresa, tanto è distante dai protocolli tradizionali.

Quando il denaro diventa opera

Perché molti artisti radicali diventano ricchissimi proprio criticando consumismo e mercificazione? Perché non vendono opere: vendono marchi. La provocazione è il prodotto, e l’oggetto è solo un pretesto.

Il caso più emblematico è Damien Hirst. Il teschio da 100 milioni non è un’opera, ma una storia. For the Love of God, tempestato di diamanti, fu presentato come la vendita più clamorosa dell’arte contemporanea. Pagato — si disse — 100 milioni di dollari. Anni dopo, Hirst ammise che la vendita era un bluff: non una truffa, ma un atto concettuale perfettamente coerente con la sua poetica.

Nel concettuale, come in tanta musica d’avanguardia, il prezzo è parte dell’opera: il valore fittizio è il significato. La venalità non è un effetto collaterale, è il linguaggio stesso. L’opera non è il teschio: l’opera è la storia del teschio, e il sistema — musei, critici, media, galleristi — vi ha partecipato senza battere ciglio.

Il teschio oggi è in un deposito, perché non è mai stato venduto davvero. Per il pubblico, è uno scandalo; per la teoria estetica, la conferma che la venalità è la materia dell’arte concettuale. Il valore è la performance economica; il gesto è finanziario, non estetico.

E per questo, paradossalmente, Hirst dà ragione a chi liquida questa arte come fumo negli occhi. Non è la fine dell’opera: è la sua realizzazione più pura.

La Regola del Manuale d'Istruzioni

Se per comprendere il perché una composizione suona in un dato modo (o per interpretarne il significato) è necessario un manuale di istruzioni, un testo teorico o un'analisi storica esterna all'esperienza d'ascolto, l'opera è concettuale. Questa regola evidenzia il passaggio cruciale dall'estetica all'epistemologia — dalla bellezza alla conoscenza — che definisce l'arte concettuale.

Nelle tradizioni armoniche, il protocollo (tonalità, forma) è implicito e storico: non serve un manuale per capire che la musica obbedisce a determinate regole di tensione e risoluzione. La comunicazione avviene attraverso l'esperienza sonora stessa. Quando invece il compositore crea un protocollo nuovo o un anti-protocollo per ogni opera — serie astratte, scelte casuali, gesti filosofici di rottura — l'opera diventa opaca. Il suono non è più la spiegazione, ma l’oggetto da spiegare.

In opere come Musica senza suono di Walter Marchetti (dove il manuale spiega che l'opera non è il suono, ma l'idea di silenzio inserita in un contesto musicale), o nelle partiture seriali complesse di Bruno Maderna, il manuale — testo teorico, note di programma — non è un supplemento, ma una componente essenziale che certifica il significato e persino l’esistenza dell’opera come arte. Se l'opera non si regge sul proprio medium (il suono), ma sul discorso che la circonda, allora è concettuale.

Berio e Maderna appartengono entrambi al filone che rende la musica dipendente da un contesto teorico. Maderna tende verso la Musica Concettuale Pura (fase delle Istruzioni e del Serialismo Totale, dove l’Idea è prioritaria). Berio è più vicino alla Musica Concettuale Sperimentale/Post-Seriale, in cui l’aspetto concettuale — la decostruzione dei protocolli — è un mezzo per ottenere una nuova forma di espressione complessa.

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Dalla musica per pochi alla musica per tutti, qui è una canzone, conosciuta ancor oggi dalla gente, composta l'anno in cui Luciano Berio scriveva la Sequenza III.

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L'uso che Luciano Berio fa della voce in Sequenza III è l'estrema decostruzione di quel linguaggio, spingendo gli elementi della vocalità al limite del rumore puro, sgradevolissimo, ma giustificato, così dicono, dal rigoroso intento strutturale.

Serialità

Sia l'applicazione ferrea sia quella liberamente anti-tradizionale della serialità portano inevitabilmente la musica nell'alveo del concettuale, sebbene per ragioni diverse.

Serialità e dodecafonia rigorose: qui la musica è concettuale perché l’Idea (la Struttura) prevale sull’esperienza estetica. Nel Serialismo Totale — da Maderna alla prima fase di Luigi Nono — il compositore crea una legge astratta (serie o algoritmo) e l’opera diventa l’applicazione impersonale di quella legge. Non si pretende che l’ascoltatore “senta” o ami l’opera, ma che comprenda la struttura logica che la genera. L’oggetto musicale è la documentazione di un processo intellettuale.

Serialità libera e anti-tradizionale (Il Gesto): quando gli schemi seriali vengono usati arbitrariamente — note “a capocchia”, dissonanze non risolte per puro gusto di rottura — la musica diventa concettuale per un’altra ragione. Qui prevale l’Intenzione (il Gesto) sulla forma. Allontanandosi sia dalla tradizione tonale sia dal rigore seriale, l’opera diventa incomprensibile senza una narrativa esterna. Non è più composizione: è dichiarazione. Il manuale serve non per spiegare la regola (come nel serialismo rigoroso), ma per spiegare il significato filosofico del gesto.

In entrambi i casi — soprattutto nel secondo — la musica è concettuale perché ciò che conta non è l’esperienza sonora, ma il discorso che essa genera. La spiegazione diventa parte integrante dell’opera, alimentando quel “club privato” di iniziati che sanno perché un certo rumore è stato scelto e cosa simboleggia (l’aboutness).

In sintesi: la serialità rigorosa è concettuale per la sua Iper-Struttura; la serialità libera è concettuale per la sua Iper-Intenzione. Entrambe abbandonano l’estetica tradizionale — forma udibile, espressione diretta — e senza manuale diventano insignificanti. Rientrano pienamente nella critica al primato dell’idea sull’oggetto.

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Dalla musica per pochi alla musica per tutti, qui è una musica da film, famosissima ancor oggi dalla gente, l'anno in cui Luciano Berio scriveva la Sequenza III, ignota ai più.

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Di contro, la musica di Franco Donatoni (così come il filone seriale che rappresenta) si basa su processi compositivi astratti, in cui la logica è interamente interna alla struttura teorica e non è destinata alla comprensione.

Giudicare, criticare, insultare: cosa è lecito in queste condizioni e cosa pesa davvero

Nel mondo della musica e dell’arte concettuale — seriale e post-seriale incluse — dove la tecnica tradizionale non è più un criterio, tutto il ventaglio delle reazioni è lecito: stupore, rifiuto, indifferenza, persino l’insulto. Se è arte senza forma fissa, ci si aspetta che anche i discorsi siano altrettanto informali. È paradossalmente la natura stessa di questa musica a garantire tale libertà: se rifiuti ogni forma, non puoi pretendere rispetto formale.

Il giudizio emotivo è sempre legittimo

Dire fa schifo è un giudizio estetico soggettivo, ed è un diritto totale. È la reazione spontanea del fruitore. I Futuristi lo sapevano bene e cercavano attivamente l’ostilità del pubblico, convinti che lo scandalo fosse parte dell’opera. Nell’arte di rottura, il disgusto non è un fallimento: è un esito previsto.

Ciò che invece fa tremare il sistema è la critica ragionata, perché pesa molto più dell’insulto: fa schifo perché è pura speculazione finanziaria, fa schifo perché non aggiunge nulla a un dibattito chiuso da decenni, fa schifo perché vive solo del suo prezzo, non della sua forma, fa schifo perché esiste solo nella testa di chi l’ha scritta. Queste affermazioni sono pericolose perché intaccano l’aura teorica e soprattutto economica dell’opera musicale. E questo il sistema non può permetterselo.

Accogliere gli insulti, respingere le idee

Teatri, riviste e critici tendono a liquidare il giudizio spontaneo e informale del pubblico come “populismo”. Serve a proteggere il valore delle opere e, di riflesso, il proprio ruolo. Gli insulti vengono tollerati come rumore di fondo.

Le critiche strutturate, invece, vengono attaccate o silenziate, perché minano direttamente la credibilità del sistema e il mercato che lo sostiene.

L’élite dell’incomprensibile

Qui la sociologia entra a gamba tesa. Basta un’ironica obiezione razionale su un blog dedicato all’avanguardia per scatenare reazioni del tipo “noi capiamo, voi no”. Questa arte non è un territorio condiviso, ma un dispositivo di distinzione sociale.

L’arte tradizionale è accessibile: la capisci, ti piace o non ti piace. Quella concettuale, invece, richiede un bagaglio teorico: devi sapere chi è Maderna, chi è Chiari, chi è Donatoni, chi è Manzoni, dove ha esposto, cosa rappresenta. Non è arte “universale”: è un codice, e chi lo possiede appartiene al club. Questa dipendenza dalla teoria esclude l'opera dal dominio della cultura intesa come linguaggio condiviso, e la relega alla pura speculazione intellettuale.

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Dalla musica per pochi alla musica per tutti, qui è una canzone, conosciuta ancor oggi, scritta l'anno in cui Giuseppe Chiari percuoteva il suo piano.

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L’opera difficile come badge identitario

Dire “capisco una musica aleatoria” non è solo un giudizio estetico: è una dichiarazione sociale. Significa affermare di avere tempo, strumenti culturali, libertà economica e status per comprendere ciò che ai non-iniziati appare assurdo. L’opera incomprensibile diventa un test di ammissione.

Come il latino della Chiesa medievale, non serve a comunicare, ma a distinguere il clero. Quando tu ironizzi, rompi il gioco e spalanchi la porta del club. Questo minaccia chi ha costruito la propria identità proprio su quella porta chiusa.

La trappola psicologica dell’investimento pesa: se hai dedicato anni a studiare musica difficile ma bruttissima e a illuderti, a furia di riascoltarla, che è un capolavoro, se hai speso soldi in biglietti e CD, se hai costruito il tuo prestigio su quel gusto, ammettere che “forse fa schifo” è come confessare di aver sprecato tempo, denaro e ruolo. È più facile convincersi che l’opera sia intelligente e che chi non la capisce sia ottuso. È dissonanza cognitiva allo stato puro.

La lingua sacra degli iniziati

Il mondo della musica radicale usa un linguaggio vago, nebuloso, altisonante. Nell’arte figurativa l’hanno già battezzato International Art English. Anche in musica la liturgia è la stessa: un gergo che dà dignità teorica a opere che altrimenti non l’avrebbero, e tiene lontani i profani.

Quando arrivi con l’ironia, spezzi la liturgia, togli all’opera il suo alone sacerdotale. Non stai offendendo l’artista: stai minacciando il codice che tiene insieme la comunità. Le reazioni indignate non difendono la musica d’avanguardia, ma la posizione sociale che essa permette di occupare.

La Musica Concettuale radicale è diventata, nonostante la retorica libertaria, un nuovo rituale di appartenenza per dimostrare sofisticazione culturale, che fa credere d'essere superiori agli altri.

Conclusioni

La ironia mostra che il re è nudo, e il quadro a questo punto è netto. La Musica Concettuale non rappresenta un nuovo inizio, ma il punto terminale di un percorso iniziato un secolo fa: la smaterializzazione dell’opera, la morte e la sostituzione della musica coi manuali per l'uso.

Il gesto innovativo non è più nell’oggetto, nella tecnica o nella forma — tutto questo è stato consumato e ripetuto mille volte — ma nell’assenza, nell’istruzione mentale, nel tempo vuoto, nella negazione del bisogno stesso di ascoltare. È l’arte post-storica, pluralista, indifferente a se stessa, priva di direzione. Non c’è più una linea evolutiva né un canone da infrangere.

Ogni cosa può essere musica. Ogni gesto può essere venduto come musica. Il mercato non compra opere, ma certificazioni. Il pubblico non ascolta: interpreta il contesto.

In questo deserto teorico, la critica popolare — anche la più brusca — ha ritrovato paradossalmente dignità. L’insulto non scalfisce il sistema. La critica fondata, sì.

Questa arte estrema non è universale, ma tribale, identitaria, esclusiva. Una lingua privata travestita da linguaggio cosmico. La Musica Concettuale proclama libertà e universalità, ma funziona come un rito di appartenenza per pochi. Il resto è rumore di fondo, che, per fortuna, è stato riempito dalla vera musica, quella delle canzoni, delle colonne sonore, eccetera, qualsiasi musica, purchè non abbia bisogno di manuali di istruzione per funzionare. La ascolti e ti piace.

Mentre i concerti di musica cosiddetta classica sono diventati eventi quasi museali e religiosi, in cui bisogna stare zitti come in chiesa e sottostare a determinati rituali, compresi gli applausi, quelli del mondo delle canzoni e dei cantautori catturano sempre più grandi masse di giovani e i concerti si svolgono addirittura in stadi e arene, che riescono a malapena a contenere l'entusiasmo e la partecipazione del pubblico. Questa è la musica che rappresenta meglio la nostra società, e per la quale saremo ricordati dagli storici a venire.

Da un lato è la ripetizione ingessata di musica del passato, dall'altra l'improvvisazione e la corsa alla creazione di opere sempre nuove. Musica classica, musica leggera, musica dei cantautori, musica jazz, musica operistica, musica rock, metal, rap, sono categorie spesso commerciali, che servono a dividere il mercato, razionalizzarlo e intensificare le vendite. Il gusto del collezionismo musicale viene da lì, ed è fomentato dai nuovi mercanti. Il secolo XX vide in particolare il sorgere di due forme espressive in competizione tra loro per rilevanza e profondità: la canzone da un lato e la dodecafonia e il serialismo dall'altro.

L'opera cattura l'atmosfera vibrante, abbagliante di una sala da concerto, col pubblico in fremente attesa. Il palco illuminato si riflette sulla superficie della carta.
Istruzioni (2025), Arte concettuale generativa, stile carta su tela di Varrone & Romano, Collezione privata.
© Collezione Varrone & Romano (Tutti i diritti riservati).

Scopri come si definiscono i diversi periodi della storia della musica e quali caratteristiche li distinguono.

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