Se si aprono molti manuali di storia della musica del Novecento, si ha l’impressione di entrare in un laboratorio pieno di formule: serialismo integrale, musica elettronica, strutture matematiche, composizione algoritmica, partiture grafiche, esperimenti concettuali.
Sembra quasi che la musica del secolo scorso sia stata dominata da questo universo di teorie e di esperimenti.
Questo articolo non intende opporre la canzone a tutte le forme musicali del Novecento. Il confronto è più preciso: da una parte l’avanguardia accademica, dall’altra la canzone come linguaggio realmente vissuto e condiviso; restano qui fuori, volutamente, altri repertori del Novecento, come la musica da film o altri generi popolari.
Basta uscire per strada, accendere una radio, ricordare una festa, una storia d’amore o una stagione della propria vita per capire che, sul piano della memoria collettiva, l’avanguardia non ha avuto il peso storico della canzone.
La tesi è semplice: mentre una parte della storiografia ha trattato l’avanguardia come centro della narrazione musicale del Novecento, la canzone ha accompagnato concretamente la vita delle persone molto più di quanto abbiano fatto i repertori coltivati nei circuiti specialistici.
La cultura accademica può anche fingere di non accorgersene. La cultura reale, di solito, ha l’udito migliore.
L’avanguardia è una musica per pochi
Nel secondo dopoguerra una parte della musica colta europea intraprese una strada sempre più radicale: serialismo integrale, strutturalismo musicale, sperimentazione elettronica, musica concettuale.
Molti compositori cercarono di portare alle estreme conseguenze l’idea della musica come costruzione teorica. Il risultato fu spesso una scrittura sempre più complessa, sempre più astratta, sempre più lontana dall’esperienza dell’ascolto comune.
Non si trattava più di scrivere musica per il pubblico, ma di costruire sistemi, procedure, modelli.
La musica diventava un linguaggio specialistico, comprensibile soprattutto a chi possedeva le chiavi teoriche per decifrarlo.
Il pubblico, semplicemente, smise di seguirla.
Non per ignoranza, ma per una ragione elementare: quella musica aveva progressivamente smesso di parlare la lingua delle emozioni condivise, delle storie e delle immagini riconoscibili.
La musica concettuale e il trionfo dell’idea sulla musica
Negli anni Sessanta e Settanta questa tendenza raggiunse il suo punto estremo con la cosiddetta musica concettuale.
In molte opere l’idea teorica divenne più importante del suono stesso. L’opera musicale non era più un’esperienza da ascoltare, ma un progetto da spiegare.
Le partiture diventavano diagrammi, istruzioni, esperimenti.
Non di rado era necessario leggere pagine di spiegazioni per capire ciò che l’ascolto da solo non riusciva più a comunicare.
In quel momento la musica d’avanguardia compì un gesto radicale: rinunciò al pubblico.
Continuò a esistere nelle università, nei festival specializzati, nei circuiti istituzionali, smettendo di essere una lingua condivisa.
Intanto, fuori dai conservatori, nasceva un’altra musica
Mentre nei laboratori accademici si discuteva di serie, rumori e strutture, un altro fenomeno cresceva sotto gli occhi di tutti.
La canzone.
Radio, dischi, cinema, televisione portarono la musica nelle case, nelle piazze, nelle automobili, nei bar.
Se il confronto è con l’avanguardia accademica, è qui nella canzone che si sviluppa il linguaggio musicale realmente condiviso del Novecento. La canzone divenne centrale non perché fosse più semplice, ma perché era più vicina alla vita. Raccontava storie, parlava di amore, di guerra, di migrazione, di città, di politica, di generazioni.
Dove l’avanguardia produceva sistemi teorici, la canzone produceva memoria collettiva.
La canzone come lingua condivisa del Novecento
La storia culturale di un’epoca si legge nei suoi linguaggi condivisi. Per capire il Rinascimento bisogna guardare alla pittura, alla letteratura, all’architettura. Per capire l’Ottocento bisogna ascoltare l’opera e la sinfonia. Per capire una parte decisiva della sensibilità collettiva del Novecento bisogna ascoltare la canzone.
È lì che si trovano le parole, le immagini, i sentimenti, le trasformazioni sociali di un secolo intero. La canzone racconta la modernità urbana, le migrazioni, la nascita della società dei consumi, le rivoluzioni culturali delle generazioni. È uno dei principali archivi emotivi della storia contemporanea.
La storia della musica non si scrive nei laboratori
La storiografia musicale ha spesso privilegiato le correnti d’avanguardia perché più facili da inserire nella narrazione evolutiva di una tecnica che supera l’altra, e di un sistema che sostituisce il precedente. Ma la cultura musicale reale non funziona così.
La storia della musica non è fatta soltanto dalle innovazioni teoriche, ma da ciò che le persone ascoltano, cantano, ricordano. Una musica che resta confinata in circuiti specialistici può essere rilevante per gli studiosi, ma difficilmente rappresenterà la cultura condivisa di un’epoca.
La canzone, invece, ha accompagnato milioni di vite.
La canzone come patrimonio culturale
La canzone del Novecento non è un genere minore. È una forma artistica che unisce poesia, musica, teatro, racconto e memoria. È una delle forme musicali che hanno interpretato con maggiore efficacia il linguaggio della modernità.
Se il confronto è con l’avanguardia accademica, il divario sul piano della diffusione, dell’impatto e della memoria storica è evidente.
La canzone è la musica che le persone hanno realmente vissuto. E la storia della musica, prima o poi, dovrà prendere atto di questa semplice verità.
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