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STORIA
Lively operetta scene in an ornate Roman theatre with performers in period costumes
Operetta gala at Teatro Costanzi, Rome (2024), Generative conceptual art by Varrone & Romano, Private collection.
© Varrone & Romano Collection (All rights reserved).


Le Radici Italiane: Quando l'Italia insegnò all'Europa a ridere

Sebbene l'etichetta commerciale di "Operetta" sia stata coniata a Parigi a metà Ottocento, il DNA di questo teatro musicale leggero e brillante è in gran parte italiano. L'Italia, infatti, vantava una tradizione secolare di commedia in musica che aveva già conquistato il mondo molto prima che Offenbach scrivesse le sue note. Non si può capire l'operetta, infatti, senza guardare ai suoi nobili antenati nostrani, cioè l'Opera Buffa, l'Intermezzo e, elemento fondamentale, il Ballo.

Già nel Settecento, Napoli e Venezia avevano codificato il linguaggio del divertimento musicale. Capolavori come La serva padrona (1733) di Giovanni Battista Pergolesi nacquero come brevi intermezzi comici da inserire tra gli atti delle opere serie, ma ebbero un successo tale da scatenare in Francia la celebre Querelle des Bouffons, insegnando ai francesi che la musica poteva essere agile, frizzante e quotidiana. Quello spirito satirico, fatto di vecchi bacchettoni presi in giro e servette astute, passò direttamente nell'Opera Buffa di Cimarosa, Paisiello e Rossini, dominando i teatri d'Europa.

Esisteva poi la Farsa, un genere rapidissimo e scatenato molto in voga a Venezia tra fine Settecento e inizio Ottocento (di cui il giovane Rossini fu maestro indiscusso con opere come La cambiale di matrimonio o Il signor Bruschino). Queste farse avevano già tutto dell'operetta: ritmi indiavolati, trame surreali e una comicità fisica irresistibile. Spesso si afferma erroneamente che la differenza stia nella tecnica, sostenendo che l'opera italiana usasse solo il "recitativo secco" mentre l'operetta francese avrebbe introdotto il dialogo parlato. Ma anche questa non è invenzione francese, né tantomeno tedesca. In Italia, le commedie di prosa venivano eseguite con l'inserimento di Arie e pezzi musicali già dalla seconda metà del Settecento e anche prima. Esistono ampie testimonianze di atti teatrali recitati, riempiti e arricchiti di musica e di danze, ben prima che il genere venisse codificato altrove.

Dunque, non solo lo spirito, l'umorismo e la verve teatrale, che permisero all'operetta di fiorire, erano figli legittimi della grande scuola comica italiana, ma anche la componente coreutica e spettacolare. Basti pensare che il padre fondatore dell'opera francese e dello stile di danza alla corte del Re Sole, Jean-Baptiste Lully, altro non era che Giambattista Lulli, un fiorentino purosangue che portò l'estro e la teatralità italiana alla corte di Francia. L'Italia, insomma, aveva già inventato gli ingredienti e la ricetta, e fornito cuochi e camerieri. L'Europa non fece altro che dare un nome nuovo al piatto.

L'Operetta in Italia: La "Piccola Lirica" dal Cuore Grande

Spesso definita ingiustamente la "sorella minore" del melodramma, l'operetta ha vissuto in Italia una stagione breve ma di folgorante intensità. L'Italia, patria del Belcanto e di Verdi, non guardò affatto con sospetto a questa forma di teatro musicale "leggero", fatta di dialoghi parlati, danze scatenate e trame spesso frivole, come pregiudizialmente si racconta. L'Italia si innamorò sin dagli inizi di questo mondo di piume, lustrini e valzer, scatenando una vera e propria "febbre dell'operetta".

Il genio musicale italiano non si accontentò affatto di importare successi stranieri. I compositori nostrani iniziarono da subito a nazionalizzare quel genere. A differenza dell'operetta viennese, aristocratica e sentimentale, o di quella francese, satirica e piccante, l'operetta italiana ha un carattere tutto suo, inconfondibile, perché nacque con anima più borghese, provinciale e soprattutto cantabile. Nelle nostre operette non si raccontavano più solo le vicende di principi e ballerine, ma storie di studenti goliardi, di sartine e di piccoli paesi di provincia, in cui la grandiosità dell'orchestra lasciava spazio alla cantabilità immediata e al calore della romanza.

L'Età d'Oro, dalla Goliardia al Paese dei Campanelli

Gli anni Dieci e Venti del Novecento segnarono l'età dell'oro dell'operetta italiana. Il primo a dare una vera impronta nazionale al genere fu Giuseppe Pietri. Con la sua Addio giovinezza! (1915), egli portò in scena la malinconia e l'allegria della vita universitaria torinese, creando un inno alla gioventù che commosse il pubblico. Ancor più significativo fu il successo de L'Acqua Cheta (1920), tratta dalla commedia toscana di Augusto Novelli. Qui l'operetta entra nei cortili fiorentini, dimostrando che il genere poteva parlare anche il linguaggio del popolo e della tradizione regionale.

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Il vero "re" dell'operetta italiana fu però l'impresario, librettista e compositore Carlo Lombardo, figura poliedrica che spesso collaborò con musicisti di talento come Virgilio Ranzato. Da questo sodalizio nacquero i capolavori assoluti del repertorio italiano, su tutti Il Paese dei Campanelli (1923) e Cin-Ci-Là (1925). Queste opere rappresentano la quintessenza dell'operetta all'italiana, fatta di trame esotiche e surreali, equivoci comici irresistibili e una musica che, tutt'altro che "leggera", richiedeva voci impostate e una tecnica sicura. Mentre l'Europa usciva traumatizzata dalla Grande Guerra, l'Italia cercò in queste favole musicali un rifugio di spensieratezza e di sogno.

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Non si può dimenticare il contributo di Napoli, che con Mario Costa e la sua Scugnizza regalò al genere una perla di rara freschezza melodica, fondendo la tradizione della canzone italiana con le strutture dell'operetta di Ranzato. In questi anni, l'Italia cantava, dalle grandi città ai teatri di provincia, le arie di Ranzato e Pietri. Le loro melodie venivano fischiettate per strada, tanto erano orecchiabili, sostituendo per un attimo col sorriso la gravità del melodramma.

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Il Tramonto e l'Eredità della Commedia Musicale

Con l'avvento degli anni Trenta e l'ascesa del cinema sonoro, l'operetta iniziò il suo lento declino. I gusti del pubblico stavano cambiando, orientandosi verso le grandi riviste di varietà. Il Fascismo tollerò l'operetta come forma di evasione e il genere per fortuna non morì.

L'Eredità Moderna: Garinei, Giovannini e la Commedia Musicale

Se l'operetta degli anni Venti aveva rappresentato il sogno borghese di evasione, l'Italia del secondo dopoguerra, uscita dalle macerie del conflitto, aveva bisogno di una nuova voce. A raccogliere il testimone della "piccola lirica" e a traghettarlo verso la modernità fu la leggendaria ditta Garinei e Giovannini (G&G). Pietro Garinei, farmacista triestino, e Sandro Giovannini, avvocato romano, si incontrarono nelle redazioni dei giornali sportivi, ma il loro destino non era la cronaca, bensì il palcoscenico. Insieme, avrebbero fondato quel genere tutto italiano che va sotto il nome di Commedia Musicale, un format che deve molto più di quanto si creda alla vecchia operetta di Lombardo e Ranzato.

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Il loro percorso iniziò con la Rivista, un genere satirico e sfarzoso erede del varietà. Dal pungente Cantachiaro (1944) ai kolossal luccicanti come Al Grand Hotel (1948) con Wanda Osiris, G&G dominarono la scena. Tuttavia, capirono presto che l'epoca delle soubrette che scendevano le scale tra piume di struzzo stava tramontando. Il pubblico cercava storie più solide, personaggi umani e melodie che restassero nel cuore, esattamente come accadeva nell'operetta classica.

La svolta avvenne nel 1952. Con Attanasio cavallo vanesio, interpretato da Renato Rascel, G&G gettarono le basi del nuovo genere, che chiamarono inizialmente "Favola Musicale". Ma fu con capolavori successivi come Rugantino (1962) e Aggiungi un posto a tavola (1974) che la Commedia Musicale raggiunse la sua forma perfetta. Le somiglianze con l'operetta erano evidenti e volute: anche qui vi era l'alternanza tra recitazione brillante e numeri musicali, anche qui la trama sentimentale si intrecciava con l'elemento comico, e anche qui la musica (affidata a maestri come Gorni Kramer, Armando Trovajoli e Domenico Modugno) non era un semplice accompagnamento, ma il motore dell'azione.

La vera rivoluzione di Garinei e Giovannini fu quella di "modernizzare" l'operetta di Lombardo, creando storie radicate nella nostra cultura (la Roma papalina, la provincia, le favole religiose), utilizzando attori di prosa di altissimo livello come Nino Manfredi, Marcello Mastroianni, Delia Scala e Alberto Sordi. Dal Teatro Sistina di Roma, che diressero per decenni, le loro opere partirono alla conquista del mondo, dimostrando che la grande tradizione italiana del teatro musicale — che parte da Pergolesi, passa per l'Operetta e arriva a Rugantino — è un filo rosso ininterrotto di genio e melodia.

Spettacoli come i loro non sarebbero esistiti senza la capacità di fondere recitazione brillante e musica, l'attenzione alla melodia orecchiabile e la coralità della messa in scena, che sono tipiche dell'operetta italiana. Oggi, sebbene l'operetta cosiddetta classica sia divenuta un genere di nicchia o di nostalgica rievocazione, le melodie in stile d'operetta continuano a risuonare nei Musical della TV, rinsaldando la felice tradizione di un'Italia che con quel genere di musica, tra una guerra e l'altra, ebbe modo di trovare un po' di conforto e di sognare a occhi aperti.


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Una scena teatrale vivace e colorata che ritrae un'operetta in corso a Milano. Un cast numeroso in eleganti costumi d'epoca si esibisce sul palcoscenico, con un fondale che rappresenta un grande edificio classico italiano. L'illuminazione calda del teatro crea un'atmosfera festosa e gioiosa.
Spettacolo d'Operetta a Milano (1900), Arte generativa, stile Tempera con influenze post-impressioniste di Varrone & Romano, Collezione privata.

Il mondo incantato dell'Operetta è solo un capitolo del grande racconto musicale. Scopri l'indice generale che raccoglie tutte le nostre narrazioni, dalla Storia dell'Opera alla Storia della Danza, per esplorare il quadro completo della cultura italiana.

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