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L'Illuminismo: Dal Teatro Civile alla Vita Reale (Settecento)
Il Settecento fu il secolo della ragione e della luce, un’epoca in cui anche il teatro musicale, dopo le passioni eroiche dell'Arcadia, intraprese un profondo processo di rinnovamento. L’opera è una successione di canzoni, secondo la definizione che Dante dà di Canzone, ordinate secondo una trama d'un libretto. Le canzoni non servirono più soltanto per fare spettacolo o per celebrare qualcuno, ma divennero strumento di educazione morale e civile. La canzone drammatica fu al servizio della chiarezza e della verità.
La grande innovazione del Settecento fu la netta scissione tra i generi, un processo avviato dalla riforma di Apostolo Zeno che intendeva eliminare gli elementi comici da tutte le canzoni che facevan parte dell’opera seria, le quali nel Seicento risultavano invece mescolate all'interno della stessa rappresentazione.
Cosa intendiamo per canzone
In tutto questo percorso, il termine canzone è inteso nel senso originario della nostra tradizione, quello di Dante Alighieri, che definisce la canzone l'unione finale di parole e di musica. La canzone comprende arie, romanze da salotto e brani vocali da camera. Sono tutte forme della stessa grande famiglia italiana della poesia cantata, ed è importante ricordarlo per evitare equivoci moderni che separano ciò che storicamente è sempre stato unito.
L’Opera Seria e l'Opera Buffa
L’Opera Seria (in tre atti) rifletteva i valori morali e ideali del Settecento (virtù, ragione, eroismo), esprimendosi attraverso ragionamenti nei recitativi e effusioni liriche nelle canzoni fiorite, dette Arie. Era il genere cosmopolita, destinato a teatri di corte o grandi teatri pubblici, con interpreti virtuosi (soprani, evirati, tenori) apprezzati per la loro bravura. Ma era anche il repertorio di cantanti che si esibivano in accademie, o di gente che si dilettava a cantare in ambiente domestico, o fischiettare i motivi per strada.
Le canzoni dell'Opera Buffa riflettevano invece i momenti di vita quotidiana e la semplicità della routine giornaliera di allora. Gli elementi comici trovarono casa nei pezzi dell’opera buffa (o commedia per musica), prodotto anch'esso tipicamente italiano. Le trame delle canzoni si ispiravano a quel che succedeva a borghesi e popolani, con un linguaggio più attento alla naturalezza che al virtuosismo fine a sé stesso, apprezzato dai filosofi illuministi per la sua spontaneità. Un capolavoro del genere è La serva padrona (1733) di Giovan Battista Pergolesi, le cui canzoni hanno fatto il giro d'Italia e d'Europa, anche come pezzi staccati, per il solo piacere di cantarle. Entrò insomma subito nel repertorio canzonettistico d'autore del Settecento.
La Struttura della Canzone Drammatica
Nelle opere del Settecento, la Canzone si articolò in tre momenti distinti, definendo l'architettura musicale moderna. Si comincia di solito dal Recitativo Secco, il tipo più comune, sostenuto unicamente dagli accordi del clavicembalo, in teatro, oppure da uno strumento polifonico, anche solo una chitarra, se si era in casa propria o in altri ambienti. Lì il testo procedeva liberamente (senza ripetizioni) per sviluppare il dialogo e la trama. Un po' come capita oggi nei musical tra un pezzo ballato e cantato e un altro.
Il Recitativo Accompagnato (o Obbligato) si usava se le scene erano di maggiore intensità emotiva. La voce in quel caso era sostenuta dall’orchestra (soprattutto dagli archi, ma non solo). Il suo impiego drammatico aumentò progressivamente nel corso del secolo XVIII.
La Canzone, che in questo caso era chiamata Aria, stava al momento di massima concentrazione musicale e espansione lirica dello spettacolo. Serviva a fermare l'azione per lasciare che il personaggio esprimesse i suoi sentimenti. Prese a sé stanti, queste Arie funzionano esattamente come certe canzoni di oggi. La forma dominante fu l'aria col da capo (A–B–A), resa popolare da Alessandro Scarlatti, che permetteva al solista di spaziare ampiamente tra colorature e improvvisazioni.
L’esigenza di una maggiore varietà scenica favorì anche la nascita dei pezzi d’insieme (duetti, terzetti, quartetti) e i finali d’atto e di opera, che sono in pratica canzoni molto sviluppate e che si trovano specialmente nell’opera buffa.
I Maestri Riformatori e i Centri Vocali
Il successo dell'Opera italiana in Europa fu sostenuto da una fucina di talenti formatisi in Italia, che portarono la nostra canzone all'egemonia culturale europea. Napoli era considerata da tutti Capitale del Belcanto. Il successo della scuola napoletana si fondava sull’eccellenza dei suoi quattro Conservatori, che formarono generazioni di compositori e cantautori (se autori anche del testo). Alessandro Scarlatti e il suo allievo Francesco Durante definirono lo stile dei pezzi di moda, basato su rigore contrappuntistico e sensibilità melodica. Generazioni successive produssero figure di rilievo internazionale (come Pergolesi, Jommelli, Traetta, Paisiello e Cimarosa) che diffusero la tradizione melodica della canzone italiana all'estero (Stoccarda, Vienna, San Pietroburgo).
Carlo Goldoni (Venezia) ebbe anche lui un ruolo di rilievo come librettista (56 libretti di opere buffe e farsette, spesso musicati da Baldassarre Galuppi). Nei suoi libretti si rifletteva la stessa riforma che rinnovò la sua drammaturgia. Fu quindi un "paroliere", come l'intendiamo oggi, che cucì assieme trame coerenti, inventò personaggi naturali e mescolò in modo molto equilibrato il comico e il sentimentale, aprendo la via a canzoni più umane e moderne.
Riformatori Internazionali e Star del Canto
Tra i Riformatori Internazionali, figure come Niccolò Jommelli (attivo a Stoccarda) e Tommaso Traetta (attivo a Parma e Vienna) cercarono la sintesi tra il dramma metastasiano e le nuove sensibilità illuministe, potenziando l’azione scenica, i recitativi e l’uso dell'orchestra per arricchire l’espressione drammatica. L’opera italiana dominò l'Europa perché la canzone (l'Aria) era il veicolo perfetto e amato anche all'estero per il virtuosismo e l'espressione degli affetti.
Anche allora ci furono i Cantanti-Star. L’enfasi sulla bravura vocale portò al trionfo di interpreti celebri, in particolare voci acute (i musici come Farinelli), che erano apprezzati per la loro padronanza delle colorature e la capacità di improvvisazione, elementi che garantivano al pubblico una performance unica e irripetibile.
L'Intermezzo e la Vitalità Illuminista
Una delle forme di teatro musicale più originali dell'epoca era una breve composizione (spesso per sole due o tre voci) eseguita negli intervalli dell'opera seria: l'Intermezzo. Si trattava anche lì di una serie di canzoni, cucite assieme da un abile scrittore, che s'inventava storie brillanti ispirate soprattutto alla vita quotidiana. Il musicista pensava ad arricchire quelle parole per musica con canto fluido e cantabile (come nella Serva padrona, il cui successo a Parigi scatenò addirittura la famosa querelle des bouffons).
L'Illuminismo musicale italiano, pur codificando le strutture, mantenne al centro la potenza espressiva della melodia, proiettando la nostra tradizione canzonettistica come modello universale per la musica moderna.
Perché qui la canzone italiana comincia nel Medioevo?
In questa storia non separiamo ciò che nella cultura italiana è sempre stato unito. Per secoli, canzone ha significato ciò che oggi chiameremmo forma poetico-musicale, indipendentemente dalla durata. I trovatori, la Scuola Siciliana, Dante, Petrarca, i madrigalisti, i compositori d’opera, tutti hanno scritto canzoni. La frattura tra musica colta e canzone è un’idea tardiva dell’Ottocento, e non è neppure nostra, ma viene dall'area tedesca. Rispecchia altre realtà. Per questo, raccontare la storia della canzone italiana significa seguire un unico filo che attraversa sette secoli, dallo stilnovo a Metastasio, dalla monodia all’opera, da Monteverdi a Cherubini, da Puccini sino ai nostri cantautori. È un percorso continuo, non una collezione di episodi staccati.
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