Salta al contenuto
STORIA

La rivoluzione della punta e il mito della ballerina


Il corpo staccato da terra, il sogno etereo e la tecnica assoluta
Con il Romanticismo il balletto cessa di essere una disciplina teatrale tra le altre, nasce il mito della ballerina, e il corpo si stacca ancor più da terra. Nella prima metà dell’Ottocento il gusto europeo cambia radicalmente, perché il centro non è più l’ordine, ma il sentimento e l’inquietudine. Il balletto assorbe pienamente questa trasformazione. Il corpo, sui teatri italiani (con La Scala di Milano e il San Carlo di Napoli sempre in prima linea), non deve più rappresentare l'armonia classica ma suggerire evasione, sogno, e spazi soprannaturali.

La rivoluzione della punta

Nasce la figura iconica della ballerina romantica. Il gesto tecnico che cambia tutto in Italia e nel mondo è l’uso sistematico delle punte. Non è un’invenzione improvvisa, ma nel Romanticismo diventa elemento espressivo centrale. La danzatrice sembra sollevarsi dalla gravità, trasformandosi in creatura eterea. È una dinastia italiana a compiere questo miracolo storico: il coreografo milanese Filippo Taglioni crea appositamente per la figlia, Maria Taglioni, il balletto simbolo di quest'epoca. Maria Taglioni diventa il simbolo italiano e universale di questa trasformazione. Con lei il balletto romantico prende forma compiuta: ambientazione soprannaturale, protagonista femminile centrale, contrasto tra mondo reale e mondo ideale, estetica della leggerezza. La ballerina non è più parte di un disegno collettivo, ma centro assoluto della scena.

Il trionfo del femminile e delle Étoile italiane

Nel balletto romantico il ruolo maschile si ridimensiona e il corpo femminile diventa fulcro drammaturgico, dato che la leggerezza diventa valore estetico supremo. Le atmosfere notturne, i boschi incantati, le creature irreali dominano la scena. Le opere consolidano il modello: amore, morte, redenzione, mondo degli spiriti e il balletto non vi racconta più storie di corte o miti allegorici, ma l’invisibile. A incarnare questi spiriti immateriali sui palcoscenici di tutta Europa è un formidabile "tridente" di ballerine italiane idolatrate come dee: oltre a Maria Taglioni, trionfano la lombarda Carlotta Grisi (prima indimenticabile interprete dei grandi drammi romantici) e la napoletana Fanny Cerrito. Ad accompagnare le loro evoluzioni ci sono spesso le partiture di compositori italiani specializzati nel genere, primo fra tutti il genovese Cesare Pugni, il più prolifico compositore di musiche per balletto dell'Ottocento.

Tecnica e virtuosismo: la bibbia di Carlo Blasis

Parallelamente cresce il virtuosismo tecnico: salti più ampi, maggiore rotazione, controllo estremo dell’equilibrio che spinge il corpo oltre i limiti precedenti. La tecnica serve a creare illusione. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza il più grande teorico della storia della danza: il napoletano Carlo Blasis. Con i suoi trattati monumentali (come il Trattato elementare, teorico e pratico dell'arte della danza), Blasis codifica in via definitiva la tecnica del balletto classico. È lui a definire le pose geometriche perfette (inventando, tra l'altro, l'arabesque, ispirandosi alla scultura del Giambologna) e a fissare le regole per l'apertura delle gambe (en dehors) e lo studio dell'asse corporeo.

Italia e centralità europea

Nel Romanticismo il centro didattico del balletto italiano è a Milano. Qui la Regia Accademia della Scala, diretta proprio da Carlo Blasis dal 1837, diventa laboratorio estetico e modello internazionale, e il repertorio si stabilizza e si diffonde in tutta Europa. L’Italia mantiene un ruolo imperiale nella formazione dei danzatori, oltre che nella produzione simbolica dominante. Da Milano escono schiere di ballerini dalla tecnica d'acciaio che conquisteranno le corti di tutto il continente.

Verso la trasformazione tardo-ottocentesca

Nella seconda metà del secolo il baricentro si sposterà progressivamente verso la Russia, ma sarà un esodo guidato ancora una volta da italiani. Coreografi, maestri e prime ballerine nate in Italia (come Virginia Zucchi, Pierina Legnani e il sommo maestro Enrico Cecchetti) ristruttureranno il balletto su scala ancora più monumentale alla corte degli Zar, accompagnati dalle musiche del compositore padovano Riccardo Drigo.

Conclusioni

Il Romanticismo ha creato il mito della ballerina, la centralità della punta e il repertorio fantastico, ma il tardo Ottocento porterà al grande spettacolo orchestrale, che vede espandersi il corpo di ballo. Il balletto sarà sintesi tra virtuosismo e monumentalità, grande macchina spettacolare e imperiale.
Una fotografia a colori che ritrae un gruppo di ballerine classiche durante un'esibizione sul palcoscenico del Teatro alla Scala, indossando tutu dai colori vivaci.
Balletto al Teatro alla Scala (1998), Arte generativa, stile Fotografia a colori di Varrone & Romano, Collezione privata.

Scopri come il balletto affronta il passaggio al Novecento tra i gigantismi di fine secolo e le inquietudini del Decadentismo.

Vai al capitolo successivo: Fine Ottocento →