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STORIA

Crisi e rinascita del balletto


Tra imperialismo scenico, rottura modernista e Neoclassicismo
Tra fine Ottocento e primo Novecento si succedono Decadentismo, Simbolismo, Realismo, Verismo e Neoclassicismo storico di ritorno. È il momento in cui il balletto cambia definitivamente pelle. Dopo la stagione romantica milanese, il baricentro del balletto s'è spostato da tempo verso la Russia imperiale, dove sono però attivi danzatori e coreografi italiani che egemonizzano i teatri degli Zar. Qui la tradizione precedente viene rielaborata in forma monumentale. Il balletto non è più solo sogno etereo e diventa definitivamente grande macchina scenica. A San Pietroburgo si impone il modello del balletto classico accademico tardo-ottocentesco, strutturato in atti ampi, che vedono l'alternanza tra pantomima narrativa e numeri puramente tecnici. La centralità è del grand pas, reso ancora più estremo dall'espansione quasi inarrestabile del corpo di ballo. Il balletto, anche in Italia, diventa architettura coreografica grandiosa, in cui la musica assume un ruolo decisivo. La partitura che accompagna i passi si eleva a struttura sinfonica integrata, grazie a compositori come il padovano Riccardo Drigo, che diventa Direttore e Compositore dei Teatri Imperiali russi, scrivendo capolavori (I milioni di Arlecchino) e riorchestrando i classici. Il balletto entra nell’epoca della grande orchestrazione, mentre in scena trionfa il virtuosismo acrobatico delle italiane: è la milanese Pierina Legnani a introdurre per prima i leggendari 32 fouettés (giri frustati), fissando uno standard tecnico imbattuto.

Decadentismo e crisi dell’innocenza romantica

Alla fine del secolo, il clima culturale italiano cambia. Il Decadentismo guidato da figure come Gabriele D'Annunzio introduce ambiguità, sensualità e un'inquietudine che prima non c'erano. La fascinazione per l’artificiale porta a considerare il corpo non più solo etereo o virtuoso, ma enigmatico, talvolta inquietante. Il balletto in Italia comincia a esplorare figure ambigue, atmosfere notturne, erotismo stilizzato, tensioni psicologiche, e la purezza romantica si incrina. La scena si fa più complessa e la ballerina fatina cede il passo alla femme fatale.

Simbolismo e Avanguardia: il gesto come allusione e rottura

Nel clima simbolista il gesto non deve più raccontare una storia lineare, ma semplicemente evocare. La danza si fa allora lenta, sospesa e si carica di significati indiretti. I coreografi italiani non cercano più la narrazione esplicita, ma l’atmosfera. Questa tendenza prepara il terreno per una delle rivoluzioni del Novecento più vicine a noi: la frattura modernista portata dal Futurismo. Nel 1917, Filippo Tommaso Marinetti teorizza il "Manifesto della Danza Futurista": nasce una nuova concezione di spettacolo, una forma di laboratorio interdisciplinare, cui collaborano compositori innovativi, pittori d’avanguardia (come Enrico Prampolini) e danzatrici radicali (come la milanese Giannina Censi con le sue "aerodanze"). La danza d'avanguardia in Italia rompe definitivamente con il classicismo tramite movimenti angolari, piedi ruotati verso l’interno, peso corporeo accentuato, che rifiuta l’ideale di leggerezza. Il corpo insomma non si solleva più, ma batte la terra, imitando il ritmo delle macchine e degli aeroplani.

Realismo e Verismo: il corpo sociale e il trionfo di Excelsior

Parallelamente, nel clima del Realismo, del Verismo e del Positivismo borghese, si afferma l’idea che anche la danza possa rappresentare la vita quotidiana, il conflitto sociale, le tensioni concrete e la storia umana. Il corpo non è più solo simbolo o mito, ma individuo. L'apoteosi assoluta di questa corrente in Italia (e nel mondo) è il Ballo Excelsior (1881), un kolossal coreografico creato alla Scala di Milano dal coreografo Luigi Manzotti su musiche travolgenti di Romualdo Marenco. Questo balletto monumentale abbandona fate e spiriti per celebrare le conquiste della scienza: l'invenzione del battello a vapore, del telegrafo, la costruzione del Canale di Suez e del Traforo del Cenisio. Questa linea teatrale confluirà nel teatro-danza del Novecento e nelle successive sperimentazioni.

Crisi del modello accademico

Tra fine Ottocento e primo Novecento il modello classico è ancora dominante nei teatri ufficiali, ma è sotto pressione, perché l’accademismo appare rigido. Il virtuosismo puro viene messo in discussione in nome di nuove libertà corporee. Nascono movimenti alternativi come la danza libera, che rifiutano le punte e il corsetto tecnico. Il balletto si trova davanti a un bivio: conservare il sistema imperiale accademico o trasformarsi radicalmente. A salvare e codificare definitivamente il sistema classico mondiale dalle derive della danza libera sarà ancora una volta un italiano: il sommo Enrico Cecchetti. Con il suo celeberrimo "Metodo Cecchetti", egli sistematizza l'insegnamento del balletto con un rigore scientifico e anatomico senza precedenti, diventando il maestro di tutta la nuova generazione del Novecento.

Il ritorno al Neoclassicismo novecentesco

Dopo la Prima guerra mondiale, in un clima di disillusione e ricerca di ordine, riemerge in Italia una tendenza neoclassica. Il balletto deve rappresentare, secondo il manifesto del nuovo genere, tecnica classica rigorosa, astrazione moderna, riduzione narrativa e rimettere la musica al centro della scena. In Italia, intellettuali e compositori grandiosi come Alfredo Casella (autore del balletto La Giara su soggetto di Luigi Pirandello), Ottorino Respighi e Gian Francesco Malipiero creano partiture raffinate per questo nuovo corso. Il balletto torna così alla sua struttura più pura, ma con consapevolezza novecentesca.

Dal mito romantico alla pluralità contemporanea

Alla fine di questo percorso, tra Decadentismo, Simbolismo, Realismo e modernismo, il balletto non è più un sistema unitario, ma linguaggio plurale e spazio di sperimentazione, che diviene terreno di conflitto tra tradizione e avanguardia. Il Novecento italiano non avrà un solo balletto, ma molti balletti e di genere diverso: accademico, neoclassico, espressionista, astratto, politico e chi ne ha più ne metta. Il mito della ballerina romantica non scompare, ma convive con corpi spezzati e angolari.

Bilancio storico

Dalla nascita cortigiana rinascimentale al simbolismo novecentesco, il balletto ha attraversato tre grandi metamorfosi: dalla geometria del potere del Barocco, al sogno etereo del Romanticismo, sino alla crisi e reinvenzione di fine Ottocento–Novecento. E in ognuna di queste epoche, l'ingegno, il virtuosismo e la teorizzazione italiana sono stati il motore immobile di un'arte che ha conquistato il mondo.
Una fotografia a colori che ritrae un gruppo di ballerine classiche durante un'esibizione sul palcoscenico del Teatro alla Scala, indossando tutu dai colori vivaci.
Balletto al Teatro alla Scala (1998), Arte generativa, stile Fotografia a colori di Varrone & Romano, Collezione privata.

Scopri l'ultimo capitolo del nostro viaggio: la danza nel mondo contemporaneo tra nuove identità ed étoile globali.

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