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INCHIESTE

Imparare imitando

Non esiste apprendimento senza imitazione. È una constatazione, non un’opinione, dato che il bambino acquisisce il linguaggio imitando suoni, impara i gesti osservando e interiorizza le regole sociali ripetendo determinati comportamenti. La pedagogia e la psicologia dello sviluppo hanno ampiamente chiarito che proprio l’imitazione costituisce il fondamento della formazione cognitiva.

Intorno ai due anni compare un'imitazione differita, ovvero la capacità del bambino di riprodurre un gesto anche in assenza del modello. È il cruciale passaggio dal livello senso-motorio a quello rappresentativo, in cui non ci si limita a copiare ciò che si vede, ma si interiorizza un vero e proprio schema.

Lo stesso principio governa la musica. Nessuno impara la musica leggendo un trattato come se si trattasse di filosofia astratta, ma ascoltando e ripetendo. Il musicista nasce all'interno di un vocabolario sonoro e, senza questo fondamento condiviso, non vi può essere alcuna comunicazione.


L’imitazione nelle scienze umane

Il sociologo Gabriel Tarde fece dell’imitazione il principio fondante della società. Nelle sue Leggi dell’imitazione sostenne che la società non è altro che un insieme di individui che si somigliano proprio perché si imitano a vicenda. L’essere umano, in quanto creatura sociale, è strutturalmente un imitatore. Questo meccanismo vale per i modi di parlare, le mode, le ideologie e, naturalmente, la musica. Quando una comunità condivide uno stile musicale, sta di fatto riproducendo per imitazione un modello che ritiene valido.


Suggestione, identificazione e costruzione del gusto

Se nel bambino l’imitazione è spontanea, nell’adulto intervengono due forze decisive quali la suggestione e l'identificazione. La suggestione può essere indotta artificialmente, specialmente quando la musica si fa propaganda e spinge il pubblico a desiderare di conformarsi a un certo stile.

In questa dinamica si inseriscono a pieno titolo l'istituzionalizzazione del gusto, la canonizzazione estetica e l'ingegneria del consenso. Le istituzioni, i conservatori, le accademie, gli editori e i mercati discografici stabiliscono d'autorità cosa sia corretto, cosa sia colto e cosa meriti la patente di scientificità. Il mercato segmenta jazz, lirica, pop e contemporanea dotando ogni categoria di un proprio pubblico, propri codici, rituali specifici e un certificato d'autenticità esclusivo. Ciascun gruppo finisce per imitare il proprio modello di riferimento, spesso nutrendo la convinzione di essere superiore agli altri e illudendosi di scegliere liberamente ciò che in realtà è il mero frutto di abitudine, educazione e pressione culturale.


Imitare non è semplice copiare

Ogni imitazione è una scelta, anche quando non ne siamo consapevoli. Imitando un linguaggio musicale adottiamo un sistema di valori, una gerarchia di suoni, un modo di percepire il tempo.

Il punto decisivo è cosa si imita e perché. L’imitazione può essere atto di libertà consapevole oppure semplice conformismo, e in entrambi i casi essa costruisce i nostri gusti e la nostra identità.


Imitazione e forma musicale

L’imitazione non è soltanto un comportamento, ma una vera e propria architettura musicale. La forma imitativa costituisce la base genetica di canone, fuga, contrappunto, sviluppo tematico e variazione. La ripetizione è il cuore pulsante della musica. Il canone stesso funziona proprio perché una voce ripete ciò che un’altra ha appena esposto, costruendo significato attraverso il ritorno e la riconoscibilità. Senza ripetizione non vi è memoria e, senza memoria, non sussiste del resto alcuna forma.


Libertà o grammatica interiorizzata?

Il mito romantico dell’improvvisatore che crea dal nulla è senza dubbio affascinante, ma risulta cognitivamente falso. L’improvvisatore non inventa nel vuoto, ma applica in tempo reale modelli combinatori e sintattici profondamente interiorizzati. La libertà nell’improvvisazione è direttamente proporzionale alla padronanza delle strutture assimilate. Di norma, chi ascolta un'improvvisazione sa già cosa aspettarsi nell'alveo di un determinato linguaggio. Se la musica risultasse del tutto incomprensibile, significherebbe semplicemente che l'esecutore ha fallito nel suo intento comunicativo. Senza una grammatica condivisa, il risultato non produce innovazione, ma genera soltanto noia e incomprensibilità.


Imitazione e regolazione emotiva

In molte culture il ritmo imita esplicitamente il battito cardiaco. In alcune tradizioni africane, ad esempio, il tamburo può allinearsi progressivamente alla pulsazione di una persona in stato di agitazione per poi rallentare gradualmente, guidandola verso la calma. La musica ha il potere di imitare gli stati emotivi, amplificarli, placarli o eccitarli, arrivando a orientare i comportamenti collettivi. In questo ambito l’imitazione tocca pericolosamente il confine sottile tra estetica e potere.


Arte come costrizione e tradizione

Un teorico medievale faceva derivare la parola "arte" da "arto", nel senso di "costringere". L’artista costringe sé stesso a misurarsi con dei modelli precedenti, aggiungendo un elemento di novità che trasforma la tradizione senza tuttavia cancellarla. Per secoli la musica europea ha progredito seguendo esattamente questa dinamica, imitando e costantemente variando.


Il Novecento e la rottura programmatica

Con l’arte concettuale e gran parte della musica del Novecento il paradigma muta radicalmente. Se il nucleo dell’opera consiste nella rottura sistematica con il passato, l’imitazione diviene impossibile, poiché l’idea si consuma in un unico gesto e perde utilità. Non avrebbe alcun senso riproporre il silenzio di Cage, trattandosi di un'intuizione già esaurita dal suo creatore, benché chiunque possa replicarla tecnicamente. Da questo cortocircuito nasce l’ossessione per l’originalità a ogni costo e la frenetica accelerazione della storia della musica, che finisce per disperdersi in una miriade di stili concepiti unicamente per stupire.

Paradossalmente si proclama a gran voce la morte dell’imitazione, ma nei fatti si istituisce un nuovo canone dell’anti-imitazione, in cui tutti finiscono per imitare pedissequamente la rottura. Si parla di Seconda scuola di Vienna come se fosse la naturale prosecuzione di una "prima scuola", ignorando che la prima è un'invenzione storiografica legata ai nazionalismi culturali e che la seconda si autodefinisce classica proprio mentre distrugge il principio imitativo su cui il classicismo si fonda.


Quando l’imitazione diventa un problema

Se fino alle soglie del ventesimo secolo l’imitazione costituiva l'impalcatura portante dell’arte musicale, in seguito inizia a essere guardata con aperto sospetto. L'originalità viene innalzata a valore assoluto, tramutando l'innovazione in una sorta di dogma e obbligo morale. Tuttavia, in assenza di una tradizione riconoscibile, l’ascoltatore smarrisce ogni coordinata, poiché le arti concettuali mancano di criteri oggettivi di decodifica in assenza di un apparato teorico o di un libretto di istruzioni. Quando l'unico obiettivo diventa l'originalità radicale, il risultato finale si rivela drammaticamente omogeneo, rischia di esaurirsi in un’estetica dello shock, in cui la rottura, una volta istituzionalizzata, si trasforma essa stessa in formula.


Conclusione

In sintesi, l’imitazione non rappresenta in alcun modo l'antitesi della creatività. Essa non fiorisce mai nel vuoto, bensì germoglia da modelli strutturali condivisi e da protocolli di lettura interiorizzati. Il vero nodo critico consiste nell'avere piena consapevolezza di ciò che si sta riproducendo, comprendendo a fondo se i modelli adottati derivino da un'autentica elezione estetica e logica, o se siano, al contrario, il semplice riflesso di un'abitudine imposta dal mercato o dall'autoreferenzialità delle accademie.

Young child carefully writing musical notes in a manuscript notebook, focused and intent, suggesting learning through imitation and repetition.
Learning by Imitation (2026), generative art, photographic style, by Varrone & Romano, private collection. © Collezione Varrone & Romano (All rights reserved).