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DIRETTORE D'ORCHESTRA
Portrait of the conductor Arturo Toscanini
Arturo Toscanini in a photographic portrait from the 1930s. Unknown author (Mondadori Publishers).
Public domain (Commons)

La vita

Arturo Toscanini nacque a Parma il 25 marzo 1867 e divenne uno dei più grandi direttori d’orchestra italiani tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Celebre per il rigore interpretativo, la straordinaria memoria e l’attenzione minuziosa ai dettagli della partitura, fu considerato un interprete di riferimento soprattutto del repertorio operistico italiano. La sua direzione si distingueva per l’energia del gesto e per la ricerca di un suono compatto e luminoso, qualità che contribuirono a rinnovare il modo di eseguire l’opera e la musica sinfonica.


Formazione e primi passi

Cresciuto in una famiglia modesta ma appassionata di musica, Toscanini studiò al Conservatorio di Parma, dove si formò come violoncellista e compositore. Ancora giovanissimo entrò nell’orchestra del Teatro Regio e nel 1886 partecipò come strumentista a una tournée operistica in Sudamerica. Proprio durante quel viaggio avvenne l’episodio che cambiò la sua vita: a Rio de Janeiro, durante una rappresentazione di Aida, il direttore incaricato non riuscì a condurre l’orchestra tra proteste e confusione. Toscanini, che conosceva l’opera a memoria, prese la bacchetta e diresse l’intera partitura senza spartito, ottenendo un successo clamoroso e iniziando così, a soli diciannove anni, la sua carriera di direttore.


La maturità artistica e la riforma dell'opera

Negli anni Novanta dell’Ottocento Toscanini consolidò rapidamente la propria fama dirigendo nei principali teatri italiani. Dopo l’esordio al Teatro Regio di Torino nel 1895, iniziò nel 1898 la collaborazione con il Teatro alla Scala di Milano, dove divenne presto figura centrale della vita musicale. Qui promosse una profonda riforma del teatro d’opera: introdusse nuove soluzioni sceniche, impose maggiore disciplina agli interpreti e trasformò la rappresentazione in un evento artistico unitario, in cui orchestra, cantanti e messa in scena dovevano concorrere a un unico risultato espressivo. Pretese il silenzio in sala, l’oscuramento della platea durante lo spettacolo e abolì la pratica dei bis, suscitando inizialmente sorpresa e discussioni ma contribuendo a ridefinire il ruolo moderno del teatro musicale.


Gli anni della fama internazionale

All’inizio del Novecento la sua autorità artistica era ormai riconosciuta a livello internazionale. Nel 1901 diresse a Milano una memorabile esecuzione del coro Va, pensiero in occasione della traslazione delle salme di Giuseppe Verdi e Giuseppina Strepponi, con centinaia di strumentisti e coristi riuniti in un’imponente commemorazione pubblica. Dopo le dimissioni dalla Scala nel 1908 iniziò una lunga attività all’estero, pur mantenendo un forte legame con l’Italia. Durante la prima guerra mondiale tornò in patria dirigendo concerti a favore dei soldati e delle iniziative patriottiche, mentre negli anni successivi proseguì una carriera sempre più prestigiosa che lo portò a dirigere orchestre e festival di primo piano, affermandosi come uno dei simboli della direzione orchestrale del Novecento.


L’avversione alle dittature e l’autoesilio

Negli anni tra le due guerre Arturo Toscanini divenne una delle figure più autorevoli della vita musicale internazionale, ma anche una delle voci più indipendenti nel panorama culturale europeo. In gioventù aveva guardato con interesse al movimento dei fasci di combattimento, candidandosi alle elezioni del 1919 nel collegio di Milano; tuttavia si allontanò presto dal fascismo quando il movimento si trasformò in regime autoritario. Già prima della marcia su Roma il direttore manifestava apertamente il proprio dissenso, difendendo l’autonomia dell’arte e opponendosi alla politicizzazione della vita musicale italiana.

Grazie al prestigio conquistato nei teatri e nelle sale da concerto di tutto il mondo riuscì per qualche tempo a mantenere relativamente indipendente anche l’ambiente della Scala di Milano, dove lavorò negli anni Venti. Il regime non vedeva di buon occhio questa posizione, e Toscanini divenne presto oggetto di controlli, pressioni e campagne di stampa ostili. Le autorità arrivarono a sorvegliare la sua corrispondenza e le sue telefonate e, in alcune occasioni, gli ritirarono il passaporto nel tentativo di limitarne l’attività internazionale.

Un episodio rimasto celebre segnò definitivamente la rottura con il fascismo. Il 14 maggio 1931, a Bologna, Toscanini doveva dirigere un concerto commemorativo dedicato al compositore Giuseppe Martucci. Le autorità locali pretendevano che la serata fosse preceduta dagli inni ufficiali del regime, ma il direttore rifiutò categoricamente. All’arrivo al teatro, mentre scendeva dall’automobile insieme alla figlia Wally, fu aggredito da un gruppo di squadristi che lo colpirono con schiaffi e pugni. Toscanini riuscì a salvarsi grazie all’intervento del suo autista e quella stessa notte lasciò la città dopo aver inviato un telegramma di protesta al capo del governo, denunciando l’aggressione come opera di «una masnada inqualificabile». L’episodio ebbe grande eco all’estero, anche se in Italia la stampa fu invitata a non parlarne.

Dopo l’incidente Toscanini ridusse drasticamente le sue apparizioni in Italia e trascorse lunghi periodi negli Stati Uniti, dove trovò un ambiente artistico più libero e dove la sua carriera raggiunse nuovi vertici. Continuò comunque a esprimere pubblicamente la propria opposizione ai regimi autoritari europei. Nel 1933 rifiutò l’invito personale di Adolf Hitler a dirigere al Festival di Bayreuth, rompendo così ogni rapporto con la Germania nazista.

La sua posizione divenne ancora più netta negli anni successivi. Nel 1936 accettò di dirigere gratuitamente il concerto inaugurale della nuova orchestra fondata a Tel Aviv per offrire lavoro ai musicisti ebrei costretti a lasciare l’Europa. Quando nel 1938 il governo italiano promulgò le leggi razziali, Toscanini espresse apertamente la propria indignazione, definendo quelle misure un ritorno a tempi oscuri e ribadendo il suo rifiuto di ogni forma di persecuzione politica o religiosa. In quegli anni il maestro consolidò così la propria immagine non solo come interprete straordinario, ma anche come artista che difendeva con fermezza l’indipendenza morale della musica.


L’esilio negli Stati Uniti e la musica come impegno civile

Di fronte all’aggravarsi della situazione politica europea e alla crescente persecuzione razziale, Toscanini decise alla fine degli anni Trenta di lasciare definitivamente l’Europa. Poco prima della partenza diresse un ultimo concerto a Lucerna, evento che assunse un valore quasi simbolico per molti antifascisti che vi presero parte. Tra il pubblico era presente anche la principessa Maria José di Savoia, figura ormai apertamente ostile al regime. Da quel momento il maestro si stabilì negli Stati Uniti, dove avrebbe trascorso gran parte degli anni della seconda guerra mondiale.

Negli Stati Uniti Toscanini non si limitò a proseguire la propria carriera artistica, ma trasformò la musica in uno strumento di testimonianza civile. Si adoperò attivamente per aiutare musicisti, intellettuali e oppositori politici costretti a fuggire dall’Europa, cercando per molti di loro lavoro e sistemazione. In quegli anni ricevette anche importanti riconoscimenti accademici, tra cui una laurea honoris causa conferitagli dall’Università di Georgetown. Intanto la sua fama cresceva ulteriormente grazie alla NBC Symphony Orchestra, creata appositamente per lui nel 1937 e composta da alcuni dei migliori strumentisti presenti negli Stati Uniti. I concerti, trasmessi alla radio e poi anche alla televisione, lo trasformarono nel primo direttore d’orchestra a diventare una vera figura pubblica dei nuovi mass media.

La stima nei suoi confronti andava ben oltre il mondo musicale. In una celebre lettera Albert Einstein gli espresse la propria ammirazione non solo per l’arte interpretativa, ma anche per il coraggio dimostrato nella lotta contro il fascismo e il nazismo. Durante il conflitto Toscanini diresse numerosi concerti di beneficenza a favore della Croce Rossa e delle forze armate statunitensi, raccogliendo ingenti somme per sostenere lo sforzo bellico degli Alleati.

La sua attività artistica fu spesso accompagnata da gesti dal forte valore simbolico. In un film realizzato negli anni della guerra diresse pagine di Giuseppe Verdi, tra cui l’ouverture della Forza del destino e l’Inno delle Nazioni, modificato per includere motivi patriottici e internazionali che esprimessero solidarietà tra i popoli in lotta contro le dittature. Nel 1943 intervenne anche nel dibattito pubblico con un appello rivolto al popolo americano, nel quale sosteneva la necessità di restituire all’Italia libertà e dignità dopo la caduta del regime.

In quegli stessi anni giungevano notizie drammatiche dall’Europa. Il Teatro alla Scala di Milano, simbolo della sua lunga carriera italiana, venne gravemente danneggiato dai bombardamenti del 1943. Sui muri dell’edificio comparvero scritte che invocavano il ritorno del maestro, segno di quanto il suo nome fosse diventato per molti italiani un punto di riferimento morale oltre che artistico.


Il ritorno in Italia

Dopo molti anni trascorsi all’estero, Arturo Toscanini tornò in Italia nel 1946, quando la guerra era ormai terminata e il paese cercava di ricostruire la propria vita culturale. L’11 maggio di quell’anno il settantanovenne direttore salì sul podio del Teatro alla Scala per il concerto che segnò la riapertura del teatro milanese, gravemente danneggiato dai bombardamenti. L’evento, ricordato come il “concerto della liberazione”, ebbe un valore simbolico straordinario: il ritorno di Toscanini rappresentava per molti italiani non solo la rinascita della Scala, ma anche la ripresa della vita musicale dopo gli anni della dittatura e della guerra.

La sala era gremita ben oltre la capienza normale e il programma fu dedicato in gran parte al grande repertorio operistico italiano, con pagine di Rossini, Verdi, Puccini e Boito. In quell’occasione debuttò alla Scala una giovane cantante destinata a diventare celebre, il soprano Renata Tebaldi, che Toscanini definì con entusiasmo una “voce d’angelo”. Negli anni successivi il maestro tornò ancora sul podio scaligero per alcune importanti occasioni, tra cui un concerto commemorativo dedicato ad Arrigo Boito nel 1948 e una memorabile esecuzione del Requiem di Verdi nel 1950.

Nel 1949 il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi decise di nominarlo senatore a vita per gli straordinari meriti artistici e civili. Toscanini tuttavia rifiutò l’onorificenza il giorno stesso, con un telegramma in cui dichiarava di voler restare semplicemente un artista, lontano da titoli e cariche pubbliche. Questo gesto confermò il carattere indipendente che aveva sempre contraddistinto la sua vita.


L’erede spirituale

Negli ultimi anni Toscanini guardò con particolare interesse al talento di un giovane direttore italiano, Guido Cantelli. Dopo averlo ascoltato dirigere alla Scala nel 1948, rimase profondamente colpito dalla sua precisione e dalla sua energia musicale. Da quel momento lo considerò quasi un figlio artistico e lo invitò a dirigere anche negli Stati Uniti, affidandogli concerti con l’orchestra da lui guidata.

Cantelli sembrava destinato a una carriera straordinaria e molti lo vedevano come il naturale continuatore della grande tradizione direttoriale italiana. Il destino però intervenne tragicamente: nel 1956 il giovane direttore morì in un incidente aereo mentre stava viaggiando verso New York per una serie di concerti. Toscanini, ormai molto anziano e malato, stava attendendo il suo arrivo; la famiglia del maestro decise di non rivelargli la tragedia per timore che la notizia potesse colpirlo troppo duramente. Così Toscanini non seppe mai della morte di quello che aveva indicato come il suo erede spirituale.


Addio alle scene e morte

Dopo una carriera straordinaria durata quasi settant’anni, Arturo Toscanini decise di ritirarsi dalle scene all’età di ottantasette anni. Il maestro non desiderava celebrazioni ufficiali né grandi cerimonie pubbliche: preferiva lasciare il podio con discrezione, circondato soltanto dai familiari e dagli amici più intimi. Il suo ultimo concerto ebbe luogo il 4 aprile 1954 alla Carnegie Hall di New York, alla guida della NBC Symphony Orchestra, in una serata interamente dedicata alla musica di Wagner, compositore che aveva sempre ammirato.

Durante quell’ultima esecuzione avvenne un episodio rimasto celebre. Mentre dirigeva un brano dal Tannhäuser, Toscanini si fermò improvvisamente e rimase immobile per alcuni secondi, come smarrito. I tecnici della radio, temendo un incidente, attivarono un sistema di emergenza trasmettendo altra musica, anche se l’orchestra in realtà aveva continuato a suonare. Il maestro si riprese subito e concluse regolarmente il concerto, ma confidò ai familiari di essere stato sopraffatto da un’improvvisa emozione, quasi il presentimento che quella fosse davvero la fine della sua lunga avventura artistica.

Negli anni successivi Toscanini si dedicò soprattutto al riordino delle proprie registrazioni discografiche. Con il perfezionismo che lo aveva sempre caratterizzato, volle riascoltare molte delle incisioni realizzate nel corso della sua carriera, scartandone alcune che riteneva artisticamente insoddisfacenti.

Alla fine del 1956, ormai molto anziano e provato dalla salute, espresse il desiderio di trascorrere il Capodanno con tutta la famiglia riunita. La notte di festa fu sorprendentemente serena: allo scoccare della mezzanotte il maestro abbracciò uno a uno figli, nipoti e amici presenti. Poche ore dopo, però, il 1º gennaio 1957, fu colpito da una grave trombosi cerebrale nella sua casa di Riverdale, a New York.

Dopo sedici giorni di agonia Arturo Toscanini morì il 16 gennaio 1957, alle soglie dei novant’anni. La sua salma fu riportata in Italia e accolta da una folla immensa. A Milano venne allestita la camera ardente al Teatro alla Scala, dove migliaia di persone sfilarono per rendere omaggio al grande direttore. Il corteo funebre attraversò poi la città fino al Cimitero Monumentale, dove Toscanini fu sepolto nella tomba di famiglia. Il suo nome è oggi ricordato anche nel Famedio del medesimo cimitero, tra le figure più illustri della storia culturale italiana.

Un acquerello che raffigura una veduta del porto di Messina in una giornata nuvolosa, con imbarcazioni e persone che passeggiano sul molo.
Veduta del porto (1963), Arte generativa, stile Acquerello di Varrone & Romano, Collezione privata.
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