Salta al contenuto
COMPOSITORI


La vita

La sua intera parabola creativa, dalla formazione alla piena maturità, si svolge coerentemente ed esclusivamente all'interno del periodo del Barocco italiano.

Claudia Rusca nacque a Milano nel 1593 e scelse la vita religiosa entrando nel monastero delle Orsoline di Sant’Antonio. All’interno della comunità si dedicò con passione alla musica, sia come esecutrice che come insegnante. La sua formazione musicale fu solida e le consentì di distinguersi in un’epoca in cui poche donne potevano emergere come compositrici.

Nel 1630 pubblicò la raccolta Sacri concerti per voce e basso continuo, una delle rare stampe musicali seicentesche di mano femminile. L’opera rivela un linguaggio sobrio ma intenso, perfettamente adatto all’uso liturgico e devozionale, e testimonia la vitalità della musica sacra prodotta nei conventi femminili milanesi. La raccolta andò perduta durante la peste, ma una copia è stata ritrovata in tempi moderni, restituendo alla memoria storica un prezioso esempio di creatività femminile.

Claudia visse sempre a Milano, dove morì il 6 ottobre 1676. La sua figura, riscoperta dalla musicologia contemporanea, è oggi considerata simbolo dell’apporto femminile alla musica sacra del Seicento.

Aneddoto


Una stampa sopravvissuta

La raccolta Sacri concerti di Claudia Rusca fu a lungo ritenuta perduta a causa della peste del 1630; solo di recente è stata riscoperta, riportando alla luce un raro esempio di musica sacra femminile seicentesca.

Le opere

L’unica opera nota di Claudia Rusca è la raccolta Sacri concerti (Milano, 1630), destinata alle celebrazioni religiose delle Orsoline. Il volume comprende brani per una o più voci con basso continuo, concepiti per l’uso liturgico e caratterizzati da un linguaggio sobrio, funzionale al contesto spirituale. La loro riscoperta ha permesso di rivalutare il ruolo delle monache compositrici nella cultura musicale italiana.

Briciole di storia


L'amore eterno portato in un feretro

In Persia, Pietro Della Valle si innamorò e sposò nel 1622 una bellissima donna assira di nome Sitti Maani. Il loro fu un amore profondo, ma tragicamente breve, perché la giovane morì durante il viaggio di ritorno verso l'India. Distrutto dal dolore, Pietro si rifiutò di separarsi da lei, fece imbalsamare il corpo della moglie e, per i successivi quattro anni, continuò i suoi viaggi avventurosi attraverso l'Asia portando sempre con sé il feretro dell'amata. Quando finalmente tornò a Roma nel 1626, celebrò un funerale grandioso, degno d'una regina, seppellendo Sitti Maani nella tomba di famiglia nella basilica di Santa Maria in Aracoeli, compiendo così l'ultimo, struggente atto d'amore.

Grande tela mitologica che raffigura Diana e le sue ninfe in una gara di tiro con l'arco, capolavoro del classicismo seicentesco.
Caccia di Diana (1616), Olio su tela di Domenichino, Galleria Borghese, Roma.
Pubblico dominio (Commons)