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COMPOSITORI


La vita

Formatosi nel pieno dell'Arcadia, la sua maturità artistica si esprime in un contesto di grande ricchezza stilistica, in cui la solida struttura arcadica si confronta e si fonde con l'eleganza del Rococò e con le nuove idee dell'Illuminismo.

Giovanni Alberto Ristori nacque nel 1692, probabilmente a Bologna, e apparteneva a una famiglia di musicisti e attori: suo padre Tommaso fu direttore di una compagnia teatrale di commedianti italiani. Della sua gioventù si sa poco, ma i primi lavori documentati lo collocano a Venezia, dove nel 1713 andò in scena l’opera Orlando Furioso al Teatro Sant’Angelo per l’impresa di Antonio e Giovanni Battista Vivaldi.

Nel 1714 seguirono Pallade trionfante in Arcadia ed Euristeo. Dopo un soggiorno a Vienna, dove studiò con Antonio Caldara, nel 1715 raggiunse Dresda insieme al padre per entrare al servizio di Augusto II di Polonia. Nel 1717 ottenne il titolo di compositore di musica italiana e l’anno seguente divenne direttore della Cappella di Polonia, incarico prestigioso che mantenne fino al 1733.

A Dresda riscosse successo con Cleonice (1717) e con la commedia Calandro (1726), che incontrò il favore del pubblico anche a Mosca, dove l’opera fu ripresa nel 1731 in occasione dell’incoronazione dell’imperatrice Anna. Quella rappresentazione fu la prima esecuzione di un’opera italiana in Russia. Seguirono altri titoli come Don Chisciotte (1727) e nuove riprese del Calandro, applaudito anche dal giovane Federico II di Prussia.

La sua carriera si intrecciò con la vita politica e dinastica: nel 1736, per l’incoronazione di Federico Augusto a re di Polonia con il nome di Augusto III, compose Le Fate e poco dopo Arianna. Nel 1738 diresse a Napoli il Temistocle e l’Adriano in Siria al nuovo Teatro San Carlo, con interpreti di primo piano come Vittoria Tesi e Gaetano Majorano detto Caffarelli.

Dagli anni Quaranta la sua attività si spostò soprattutto verso la musica sacra e gli incarichi di corte. Divenne organista e fortepianista, e dal 1746 fu nominato compositore della chiesa di corte, ruolo ricoperto in passato da Bach e Zelenka. Nel 1750 fu promosso vice-maestro di cappella accanto a Johann Adolph Hasse, concludendo così la sua carriera nella città tedesca.

Morì a Dresda il 7 febbraio 1753. Considerato un abile organista e clavicembalista, Ristori fu un compositore di rilievo, capace di collegare l’eredità veneziana di Lotti con l’affermazione di Hasse. Molte sue opere andarono perdute nei bombardamenti di Dresda del 1945, ma resta la memoria di un autore vivace, celebrato per le opere buffe e gli intermezzi.

Aneddoto


La prima opera italiana in Russia

Nel 1731 il Calandro di Ristori fu rappresentato a Mosca davanti all’imperatrice Anna: fu la prima volta che un’opera italiana veniva eseguita in Russia, un evento memorabile che aprì la strada alla diffusione del melodramma nella corte imperiale.

Le opere

Il catalogo di Giovanni Alberto Ristori conta 19 opere, di cui alcune andarono in scena nelle principali capitali europee. Tra i titoli più importanti figurano Orlando furioso (1713, Venezia), Pallade trionfante in Arcadia (1713, Padova), Euristeo (1714, Venezia o Bologna), Pigmalione (1714, Rovigo), Cleonice (1718, Moritzburg), Calandro (1726, Pillnitz), Un pazzo ne fa cento ovvero Don Chisciotte (1727, Dresda), Le Fate (1736, Dresda), Arianna (1736, Hubertusburg), Didone abbandonata (1737, Londra, Covent Garden), Temistocle (1738, Napoli, San Carlo) e Adriano in Siria (1739, Napoli, San Carlo).

Accanto alle opere teatrali scrisse oratori, cantate e lavori strumentali. Tra i più noti l’oratorio La deposizione della Croce (1732) e numerosi brani sacri composti per la corte di Dresda e per le celebrazioni religiose a Varsavia. Compose inoltre intermezzi comici e musica per clavicembalo e organo, confermando la sua versatilità.

La sua produzione, seppur non sempre rivalutata a sufficienza, costituisce una testimonianza preziosa della vitalità della scuola italiana trapiantata nelle corti europee del Settecento.

Briciole di storia


I vizi degli italiani

In pieno Settecento, Pietro Calepio scrisse una Lettera sui costumi italiani che fu tradotta in francese e pubblicata nel 1728 sulla prestigiosa Bibliothèque Italique. In questo testo, che divenne molto noto, Calepio non si limitava a descrivere l'Italia in generale, ma denunciava con chiarezza e sincerità diversi vizi della società italiana. Tra le sue critiche più aspre vi fu il mal funzionamento degli istituti scolastici e, in particolare, l'ozio in cui viveva la maggior parte della nobiltà, ritenuto causa della sua dissolutezza. Denunciò anche la scarsa considerazione data al ruolo femminile.