La vita
Formatosi all'alba del gusto arcadico, la sua lunga e celeberrima carriera lo porta a raggiungere la piena maturità in un'epoca di grande ricchezza stilistica, in cui la solidità dell'Arcadia si fonde con la nuova eleganza del Rococò e con lo spirito critico dell'Illuminismo.
Nato a Napoli nel 1686, Porpora si formò al Conservatorio di Santa Maria di Loreto con Gaetano Greco e altri maestri. Esordì nel 1708 con Basilio re di Oriente, affermandosi presto come uno dei protagonisti della scuola napoletana.
Attivo tra Napoli, Roma, Venezia, Dresda, Vienna e Londra, fu autore di opere apprezzate come Berenice (1710), Flavio Anicio Olibrio (1711), Faramondo (1719), Eumene (1721), Siface (1726), Semiramide riconosciuta (1729), Arianna in Nasso (1733). A Londra diresse l’Opera della Nobiltà, in concorrenza con Händel.
Porpora fu celebre maestro di canto: tra i suoi allievi figurano Farinelli, Caffarelli e altri celebri castrati. A Vienna impartì lezioni a Haydn, che lo ricordò come maestro severo ma prezioso. La sua attività didattica fu considerata pari per importanza a quella compositiva.
Morì a Napoli nel 1768, lasciando una produzione vastissima tra opere teatrali, oratori, cantate, messe e musica strumentale.
Aneddoto
Lezioni a Haydn
Durante il soggiorno viennese, Haydn ricevette insegnamenti da Porpora, che lo indirizzò nello studio del contrappunto e dell’arte vocale.Le opere
La produzione di Porpora comprende oltre 40 opere teatrali, tra cui Berenice, Flavio Anicio Olibrio, Faramondo, Eumene, Siface, Semiramide riconosciuta, Arianna in Nasso, Rosdale, Le nozze di Ercole ed Ebe. Scrisse inoltre oratori come Il martirio di Santa Eugenia (1722), cantate per voce sola, mottetti, messe, sinfonie e sonate strumentali, molte delle quali pubblicate a Vienna e Londra.
Briciole di storia
I vizi degli italiani
In pieno Settecento, Pietro Calepio scrisse una Lettera sui costumi italiani che fu tradotta in francese e pubblicata nel 1728 sulla prestigiosa Bibliothèque Italique. In questo testo, che divenne molto noto, Calepio non si limitava a descrivere l'Italia in generale, ma denunciava con chiarezza e sincerità diversi vizi della società italiana. Tra le sue critiche più aspre vi fu il mal funzionamento degli istituti scolastici e, in particolare, l'ozio in cui viveva la maggior parte della nobiltà, ritenuto causa della sua dissolutezza. Denunciò anche la scarsa considerazione data al ruolo femminile.
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