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COMPOSITORI


La vita

Formatosi nel pieno del Romanticismo, la sua lunga carriera lo porta a raggiungere la piena maturità nella fase Tardo-Romantica, in un clima culturale che già prelude alle nuove istanze del Realismo.

Nato a Palermo nel 1813, Errico Petrella studiò al Collegio di Musica di Napoli con Francesco Ruggi e Nicola Zingarelli, avendo come ‘maestrino’ Vincenzo Bellini. Esordì nel 1829 al Teatro La Fenice di Napoli con Il diavolo color di rosa, venendo espulso dalla scuola per aver violato il divieto di esibirsi in pubblico. Proseguì con altri lavori fino al 1851, quando Le precauzioni ossia il carnevale di Venezia gli aprì le porte del Teatro San Carlo e successivamente della Scala con Jone (1858).

Il successo proseguì con Marco Visconti (1854), La contessa d’Amalfi (1864) e I promessi sposi (1869), che lo resero uno degli operisti più noti del tempo. Pur non stimato da Giuseppe Verdi quanto da altri colleghi, ebbe comunque un ruolo di primo piano nella vita teatrale milanese e collaborò con editori come Francesco Lucca.

Scrisse 25 opere teatrali e rimase celebre soprattutto per Jone, la cui marcia funebre è rimasta nel repertorio bandistico fino al Novecento. Morì povero a Genova nel 1877, ed è sepolto nella chiesa di San Domenico a Palermo.

Aneddoto


La marcia di Jone

La marcia funebre del quarto atto di Jone, che accompagna il supplizio del protagonista, divenne celebre nelle bande musicali italiane ed è ancora talvolta eseguita.

Le opere

Petrella compose 25 opere, tra cui Il diavolo color di rosa (1829), Le precauzioni ossia il carnevale di Venezia (1851), Marco Visconti (1854), Jone ossia l’ultimo giorno di Pompei (1858), La contessa d’Amalfi (1864), I promessi sposi (1869) e Manfredo (1872). Alcune sue opere rimasero in repertorio fino agli anni Venti del Novecento, con numerose incisioni discografiche agli albori dell’industria musicale.

Briciole di storia


L'imperatore a Milano tra feste e tensioni

L'imperatore d'Austria, Ferdinando I, visitò Milano nel 1838 per essere incoronato Re del Lombardo-Veneto con la Corona Ferrea, simbolo del potere sui territori italiani. L'evento fu celebrato dalle autorità austriache con feste sfarzose, balli e parate per mostrare un'immagine di consenso e magnificenza. La nobiltà e l'alta borghesia milanese, però, accolsero l'imperatore con freddezza e distacco, disertando in massa molte delle cerimonie ufficiali. Questo boicottaggio passivo fu un chiaro segnale politico: nonostante la facciata festosa imposta dal governo, l'insofferenza verso il dominio austriaco era profonda e diffusa, preannunciando le future insurrezioni.