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COMPOSITORI


La vita

La sua intera parabola creativa, dalla formazione alla piena maturità, si svolge coerentemente all'interno del grande alveo del Romanticismo italiano, spingendosi fino alle soglie del Realismo post-unitario.

Nato a Reggio Emilia nel 1812, Achille Peri studiò al Conservatorio di Milano, dove acquisì una solida formazione musicale. Tornato nella sua città natale, esordì nel 1839 con Il solitario e nel 1840 con I fidanzati. Il successo arrivò con Dirce (1843) e soprattutto con Ildegonda (1845), considerata il suo capolavoro.

La sua attività lo portò a dirigere nei principali teatri italiani e a consolidarsi come figura centrale nella vita musicale reggiana, dove fu anche maestro di cappella. Compose opere teatrali, messe e musica corale, distinguendosi per stile elegante e senso drammatico.

Morì a Reggio Emilia nel 1880, ricordato come il principale operista della sua città e uno degli interpreti più originali del teatro italiano di metà Ottocento.

Aneddoto


Un’opera per la città

L’opera Ildegonda riscosse un successo tale da diventare simbolo dell’orgoglio musicale di Reggio Emilia, rappresentata più volte nei teatri locali.

Le opere

Tra le opere di Peri si ricordano Il solitario (1839), I fidanzati (1840), Dirce (1843), Ildegonda (1845), Vittoria Colonna (1847), Giuditta (1851), Giovanna di Fiandra (1856) e Rienzi (1858). Compose inoltre messe, mottetti e lavori corali destinati alle principali chiese di Reggio Emilia.

Briciole di storia


L'ondata di suicidi

Nel 1833 la Giovine Italia di Mazzini si diffuse rapidamente anche tra i militari del Regno di Sardegna. Le autorità sabaude, venute a conoscenza della cospirazione, reagirono con una repressione feroce e spietata, arrestando decine di ufficiali e soldati e sottoponendoli a processi sommari. Per sfuggire alle torture e alla delazione, alcuni dei congiurati si suicidarono in carcere. Tra questi, l'avvocato Jacopo Ruffini, amico fraterno di Mazzini, che si tagliò la gola per non rivelare i nomi dei compagni. La brutale repressione, che portò a dodici fucilazioni, segnò una rottura insanabile tra il mondo mazziniano e la monarchia sabauda di Carlo Alberto.