La vita
Formatosi nel pieno dell'Arcadia, la sua maturità artistica si esprime in un contesto di grande ricchezza stilistica, in cui la solida struttura arcadica si confronta e si fonde con l'eleganza del Rococò e con le nuove idee dell'Illuminismo.
Antonio Gaetano Pampani, chiamato anche Pampino o Pampini, nacque a Modena intorno al 1705. La sua prima attestazione documentata risale al 1726, quando fu nominato maestro di cappella del Duomo di Fano, benché l’incarico fosse poco seguito a causa dei suoi impegni teatrali a Urbino. Qui infatti lavorò al teatro d’opera, dedicandosi a messinscene e a composizioni proprie.
A partire dal 1730 fu attivo al Teatro del Sole di Pesaro, curando l’allestimento di opere altrui e inserendovi talvolta proprie arie. Negli anni successivi portò suoi lavori a Venezia, come L’Anagilda e Astianatte (1735), e proseguì l’attività a Fermo e Macerata, dove scrisse tre oratori. Dopo un periodo di interruzione (1740–1746), riprese con nuovo slancio la carriera grazie all’ammissione all’Accademia Filarmonica di Bologna, che sancì la sua affermazione.
Dal 1746 fu attivo soprattutto a Venezia, dove divenne direttore di coro e orchestra all’Ospedaletto, l’Ospedale dei Poveri Derelitti. Qui compose oratori, mottetti e lavori strumentali per il coro femminile, distinguendosi per raffinatezza e inventiva. Tra il 1749 e il 1764 la sua presenza nei teatri veneziani fu costante, con opere serie rappresentate anche a Milano, Roma e Torino. Nel 1767 fu nominato maestro di cappella della Cattedrale di Urbino, incarico che mantenne fino alla morte, avvenuta nel dicembre 1775.
La sua carriera fu caratterizzata da un equilibrio tra musica sacra e teatrale, con particolare attenzione all’opera seria, genere che coltivò con regolarità e successo per oltre trent’anni.
Aneddoto
Una carriera rilanciata a Bologna
L’ingresso all’Accademia Filarmonica di Bologna nel 1746 segnò una svolta decisiva, permettendogli di affermarsi come autore di opere serie nei maggiori teatri italiani.Le opere
Il catalogo di Pampani include numerose opere serie, tra cui L’Anagilda (Venezia, 1735), Astianatte (Venezia, 1735), Sedecia (Ascoli, 1736), Artaserse Longimano (Venezia, 1737) e Semiramide riconosciuta (Fermo, 1741). A Venezia presentò La caduta d’Amulio (1746) e La clemenza di Tito (1748), seguite da Adriano in Siria (1749), Alessandro nelle Indie (1750), Ezio (1751), La Didone (1752), Demofoonte (1754) e Olimpiade (1756). La sua ultima opera, Demetrio, fu rappresentata nel 1768 a Venezia.
Compose inoltre tre oratori tra il 1739 e il 1740, mottetti per voce sola, lavori sacri per il coro dell’Ospedaletto e brani strumentali destinati alle funzioni liturgiche. L’oratorio L’innocenza rispettata, riallestito nel 1765, testimonia la longevità della sua scrittura sacra.
Briciole di storia
I vizi degli italiani
In pieno Settecento, Pietro Calepio scrisse una Lettera sui costumi italiani che fu tradotta in francese e pubblicata nel 1728 sulla prestigiosa Bibliothèque Italique. In questo testo, che divenne molto noto, Calepio non si limitava a descrivere l'Italia in generale, ma denunciava con chiarezza e sincerità diversi vizi della società italiana. Tra le sue critiche più aspre vi fu il mal funzionamento degli istituti scolastici e, in particolare, l'ozio in cui viveva la maggior parte della nobiltà, ritenuto causa della sua dissolutezza. Denunciò anche la scarsa considerazione data al ruolo femminile.
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