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COMPOSITORI


La vita

Formatosi all'alba del gusto arcadico, la sua prestigiosa carriera lo porta a raggiungere la piena maturità in un'epoca di grande ricchezza stilistica, in cui la solidità dell'Arcadia si fonde con la nuova eleganza del Rococò.

Nato a Roma nel 1680, Mossi proveniva da una famiglia di musicisti: il padre e il fratello erano violisti. Studiò con Arcangelo Corelli o comunque ne seguì da vicino la scuola, tanto che nel 1694 era già attivo come violinista nei salotti e nelle cappelle aristocratiche romane. Per anni fu al servizio di cardinali e principi, entrando nel 1709 al seguito di Baldassarre Odescalchi, duca di Bracciano, presso cui rimase stabilmente.

Dal 1716 intensificò la produzione compositiva, dedicandosi a sonate e concerti che circolarono ampiamente. Dopo il 1733 ridusse la propria attività, a causa del calo delle committenze, pur mantenendo rapporti con i mecenati romani. Morì nella sua città natale nel 1742.

Mossi si distinse per la scrittura strumentale di grande originalità, con sonate ispirate al modello dell’Opera Quinta di Corelli e concerti affini a quelli di Giuseppe Valentini. Le sue opere rivelano padronanza tecnica, uso polifonico del violino e uno stile brillante che ne fece un autore rispettato nel panorama romano.

Aneddoto


Allievo di Corelli

La tradizione vuole che Mossi fosse allievo di Corelli: vero o no, la sua musica mostra chiaramente l’impronta della scuola corelliana.

Le opere

Opere principali: 12 Sonate per violino, violone o clavicembalo op.1 (1716); 8 Concerti a 3 e a 5 op.2 (ca. 1720); 6 Concerti a 6 op.3 (ca. 1720); 12 Concerti op.4 (1727); 12 Sonate o Sinfonie per violino e violoncello op.5 (1727); 12 Sonate da camera per violino, violoncello o clavicembalo op.6 (1733). Tra i pezzi singoli rimasti, un Minuetto in la maggiore. La produzione, interamente strumentale, si colloca tra le testimonianze più vive della scuola romana del primo Settecento.

Briciole di storia


Commensale di professione

A Firenze, ai primi del 1700, il Fagiuoli era abbonato ai pranzi dei nobili, che lo invitavano per deliziarsi delle sue risposte frizzanti. Lui arrivava, si sedeva, serviva battute e ottave improvvisate. Il conto lo pagava in spirito, non in fiorini.

Dipinto storico in stile Rococò che raffigura Alessandro Magno mentre osserva con rispetto il corpo del suo nemico sconfitto, il re persiano Dario III.
Alessandro davanti al cadavere di Dario (1708), Olio su tela di Giovanni Antonio Pellegrini, Museum Kunstpalast, Düsseldorf.
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