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COMPOSITORI


La vita

La sua intera parabola creativa, dalla formazione alla piena maturità, si svolge coerentemente all'interno del grande alveo del Romanticismo italiano, spingendosi fino alle soglie del Realismo post-unitario.

Antonio Miari nacque a Belluno nel 1810 e rimase legato per tutta la vita alla sua città natale, dove svolse un ruolo centrale nella vita musicale. Fin da giovane dimostrò inclinazione per lo studio della musica e si affermò come insegnante stimato. La sua attività didattica e compositiva contribuì a formare una generazione di musicisti locali.

Le sue opere comprendono composizioni sacre, sinfonie e lavori strumentali. In particolare si dedicò alla scrittura di messe, che venivano eseguite nelle chiese bellunesi con grande partecipazione. Parallelamente compose sinfonie e brani orchestrali che furono apprezzati anche al di fuori della sua città.

Miari rappresentò un punto di riferimento per Belluno: non solo come compositore, ma anche come organizzatore e animatore della vita musicale, lasciando una traccia duratura nella memoria cittadina. Morì nel 1878 nella sua città natale.

Aneddoto


Il maestro di Belluno

La sua casa a Belluno divenne luogo di incontro per giovani musicisti che cercavano consigli e formazione, trasformandosi in una sorta di piccola accademia privata.

Le opere

Tra le opere principali figurano diverse messe, sinfonie e pezzi strumentali. Le sue composizioni, sebbene poco conosciute oggi, testimoniano l’impegno di un musicista che seppe coniugare talento e dedizione alla sua comunità.

Briciole di storia


L'ondata di suicidi

Nel 1833 la Giovine Italia di Mazzini si diffuse rapidamente anche tra i militari del Regno di Sardegna. Le autorità sabaude, venute a conoscenza della cospirazione, reagirono con una repressione feroce e spietata, arrestando decine di ufficiali e soldati e sottoponendoli a processi sommari. Per sfuggire alle torture e alla delazione, alcuni dei congiurati si suicidarono in carcere. Tra questi, l'avvocato Jacopo Ruffini, amico fraterno di Mazzini, che si tagliò la gola per non rivelare i nomi dei compagni. La brutale repressione, che portò a dodici fucilazioni, segnò una rottura insanabile tra il mondo mazziniano e la monarchia sabauda di Carlo Alberto.