La vita
La sua intera carriera, dalla formazione alla prematura scomparsa, si colloca interamente nella prima e più innovativa fase del Barocco, di cui è stato un importante esponente della scuola romana.
Nato a Civita Castellana nel 1597, fratello minore di Domenico, Virgilio Mazzocchi fu avviato giovanissimo alla carriera ecclesiastica e ricevette gli ordini minori nel 1614. Studiò musica dal fratello e ne ereditò l’amore per la composizione.
Nel 1622 fu nominato maestro di cappella della cattedrale di Civita Castellana, e l’anno seguente passò a Roma, dove lavorò prima al Gesù, poi a San Giovanni in Laterano e infine alla Cappella Giulia in San Pietro, succedendo a Paolo Agostini morto di peste. In questi ruoli divenne uno dei protagonisti della vita musicale romana.
Collaborò con Giulio Rospigliosi, futuro Clemente IX, mettendo in musica drammi sacri e opere: tra questi San Bonifatio (1638), La genoinda, overo L’innocenza difesa (1641) e Sant’Eustachio (1643), rappresentati a Roma nel Palazzo della Cancelleria. La sua musica spazia dai mottetti e madrigali alla grande forma teatrale, testimoniando il gusto romano per la fusione di sacro e profano.
Morì improvvisamente a Civita Castellana nel 1646, durante una visita con i cantori della Cappella Giulia. Fu sepolto nella città natale, con epigrafe dettata dal fratello Domenico. Le fonti ricordano in lui non solo il compositore, ma l’uomo amabile e gentile, stimato da allievi e colleghi come Angelini Bontempi e Orazio Benevoli.
Aneddoto
Musica per la regina
Le opere di Virgilio Mazzocchi erano così apprezzate che vennero eseguite anche davanti a Cristina di Svezia, appena giunta a Roma, che ne rimase affascinata.Le opere
Oltre ai mottetti e madrigali, le opere principali furono i drammi sacri composti su testi di Rospigliosi: San Bonifatio (1638), La genoinda (1641) e Sant’Eustachio (1643). Compose anche oratori e musica liturgica per le basiliche romane, distinguendosi come uno dei più importanti maestri di cappella del Seicento.
Briciole di storia
L'amore eterno portato in un feretro
In Persia, Pietro Della Valle si innamorò e sposò nel 1622 una bellissima donna assira di nome Sitti Maani. Il loro fu un amore profondo, ma tragicamente breve, perché la giovane morì durante il viaggio di ritorno verso l'India. Distrutto dal dolore, Pietro si rifiutò di separarsi da lei, fece imbalsamare il corpo della moglie e, per i successivi quattro anni, continuò i suoi viaggi avventurosi attraverso l'Asia portando sempre con sé il feretro dell'amata. Quando finalmente tornò a Roma nel 1626, celebrò un funerale grandioso, degno d'una regina, seppellendo Sitti Maani nella tomba di famiglia nella basilica di Santa Maria in Aracoeli, compiendo così l'ultimo, struggente atto d'amore.
Pubblico dominio