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COMPOSITORI


La vita

Formatosi nel periodo del Realismo, la sua carriera matura si svolge nel complesso clima del Fin de siècle, un'epoca in cui si intrecciano e convivono le poetiche del Verismo e del Decadentismo.

Zenone Mattei nacque ad Amelia nel 1859 da Ilario e dalla contessa Carlotta Patrignani. La sua carriera si svolse principalmente nella città natale, ma la sua attività ebbe risonanza nazionale grazie all’Inno dei Lavoratori, composto su testo di Filippo Turati con la collaborazione del concittadino Amintore Galli. Questo brano divenne uno dei simboli del movimento socialista italiano e circolò nelle edizioni Carish con la dicitura “musica di Zenone Mattei, riduzione di Tino Pelosi”.

Oltre all’Inno dei Lavoratori, Mattei scrisse trascrizioni e adattamenti di arie d’opera e altri pezzi vocali e strumentali, contribuendo alla diffusione della musica in contesti popolari e patriottici. Su incarico della Casa Reale e del re Umberto I, compose l’Inno-Marcia dei Tiratori Italiani su parole di A. Cortella, esempio di musica celebrativa destinata a eventi ufficiali.

Mattei sposò Giovanna Bugni, nata a Biella, dalla quale ebbe quattro figli: Teopiste, Amintore, Margherita e Pasqualina. Morì prematuramente ad Amelia il 25 dicembre 1900, lasciando un’eredità legata soprattutto ai suoi inni e alle sue marce, testimonianza della musica civile italiana di fine Ottocento.

Aneddoto


Un inno politico

La partitura dell’Inno dei Lavoratori, con la firma di Zenone Mattei e il testo di Turati, fu a lungo custodita come cimelio nelle sedi socialiste, simbolo di una stagione di impegno civile e musicale.

Le opere

Fra le opere principali si ricordano l’Inno dei Lavoratori (testo di Filippo Turati), l’Inno-Marcia dei Tiratori Italiani (parole di A. Cortella), numerose trascrizioni di arie d’opera e adattamenti per strumenti e voci. Le sue composizioni, seppur oggi poco note, rappresentano un importante tassello della musica popolare e politica italiana del XIX secolo.

Briciole di storia


L'ultimo colpo di mina nel San Gottardo

Il 29 febbraio 1880, l'ultimo diaframma di roccia della galleria ferroviaria del San Gottardo, nelle Alpi svizzere, fu fatto saltare con una carica di dinamite. Era il compimento di un'opera ingegneristica colossale, che per la prima volta collegava direttamente l'Italia al cuore dell'Europa. La notizia fu accolta con grande entusiasmo in tutto il continente, ma per l'Italia ebbe un sapore particolare. A scavare per quasi dieci anni in condizioni disumane era stata infatti una vera e propria armata di operai italiani, soprattutto piemontesi e lombardi. Centinaia di loro morirono in incidenti sul lavoro o per le malattie. Il traforo del Gottardo non fu quindi solo una grande opera di progresso, ma anche un'epopea di sacrificio e fatica dei nostri emigranti, un contributo di sangue e sudore allo sviluppo dell'Europa.

Opera manifesto del Verismo sociale che raffigura la dura vita dei contadini, con un uomo che vanga la terra e una donna che allatta suo figlio.
Vanga e latte (1884), Olio su tela di Teofilo Patini, Ministero dell'agricoltura, Roma.
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