La vita
La sua intera parabola artistica, dal periodo formativo alla piena maturità, si svolge coerentemente all'interno del primo Settecento, in un contesto in cui la solida struttura dell'Arcadia si fonde con la nuova eleganza del Rococò.
Nato a Milano alla fine del XVII secolo, Giovanni Francesco Maria Marchi è una figura significativa nel panorama musicale della sua città, sebbene la sua biografia rimanga avvolta in una certa discrezione. Battezzato nella parrocchia di San Giorgio, legò indissolubilmente il suo nome e la sua carriera alla più importante istituzione musicale milanese: il Duomo. La sua ascesa professionale fu costante e meritata: nel 1713, da semplice assistente organista, fu promosso a organista titolare della cattedrale, un incarico di grandissimo prestigio che mantenne con onore per quasi trent'anni, fino alla sua morte.
Durante il suo lungo servizio al Duomo, Marchi si dedicò con grande passione alla composizione di musica sacra, in particolare di oratori. Tra il 1719 e il 1731, le sue opere furono eseguite in diverse chiese milanesi, consolidando la sua reputazione di musicista colto e ispirato. Successivamente, attratto dal vibrante mondo del teatro, decise di cimentarsi anche con l'opera lirica. In questo campo ottenne un buon successo di pubblico, dimostrando una notevole versatilità e una solida preparazione tecnica. La sua vita, interamente spesa nella sua città natale, fu un esempio di dedizione all'arte, divisa tra i solenni doveri del servizio liturgico e le più mondane esigenze del palcoscenico.
Aneddoto
Dalla Cattedrale al Palcoscenico
Dopo aver dedicato quasi vent'anni alla composizione di solenni oratori per le chiese di Milano, consolidando la sua fama nell'ambiente sacro, Giovanni Francesco Maria Marchi sentì il richiamo del teatro. Abbandonò la scrittura di opere religiose per dedicarsi al melodramma, portando la sua profonda conoscenza musicale sui palcoscenici cittadini e ottenendo un successo che dimostrò la sua capacità di eccellere in mondi artistici molto diversi.Le opere
La produzione di Giovanni Francesco Maria Marchi si divide equamente tra il repertorio sacro e quello teatrale. Per lungo tempo si dedicò alla composizione di oratori, che venivano regolarmente eseguiti nelle chiese di Milano. Tra i titoli più significativi si ricordano Il trionfo della Grazia del 1708, l'Oratorio per il Santissimo Natale del 1719, La probatica piscina del 1728 e Sant'Antonio da Padova del 1731, l'ultimo della sua produzione sacra. A questi si aggiungono altri lavori come La colpa originale piangente alle culle del Redentore (1723) e La calunnia delusa (1724), che testimoniano la sua feconda attività in questo genere.
A partire dal 1733, Marchi si rivolse al teatro d'opera, mettendo in musica alcuni dei libretti più celebri del suo tempo. Debuttò con Catone in Utica su testo di Pietro Metastasio, rappresentata a Milano. Nel 1736 portò a Venezia La generosità politica, un'opera basata su un libretto di Domenico Lalli e rielaborata per l'occasione da un giovane Carlo Goldoni. Nello stesso anno presentò a Milano Emira, seguita nel 1737 da un'altra opera su testo metastasiano, La clemenza di Tito. Sebbene le partiture complete di queste opere siano andate perdute, sopravvivono oggi diciassette arie che ci permettono di apprezzare la sua abilità melodica e la sua scrittura vocale elegante e raffinata.
Briciole di storia
I vizi degli italiani
In pieno Settecento, Pietro Calepio scrisse una Lettera sui costumi italiani che fu tradotta in francese e pubblicata nel 1728 sulla prestigiosa Bibliothèque Italique. In questo testo, che divenne molto noto, Calepio non si limitava a descrivere l'Italia in generale, ma denunciava con chiarezza e sincerità diversi vizi della società italiana. Tra le sue critiche più aspre vi fu il mal funzionamento degli istituti scolastici e, in particolare, l'ozio in cui viveva la maggior parte della nobiltà, ritenuto causa della sua dissolutezza. Denunciò anche la scarsa considerazione data al ruolo femminile.
Pubblico dominio (Commons)