La vita
Formatosi nella fase di transizione tra il Tardo Barocco e la nascente Arcadia, la sua maturità artistica si esprime pienamente nel nuovo stile arcadico, di cui è uno dei più importanti maestri della scuola napoletana.
Francesco Mancini fu uno dei più eminenti esponenti della gloriosa Scuola musicale napoletana, un artista che seppe incarnare lo spirito di un'intera epoca musicale. La sua formazione si svolse interamente a Napoli, presso il prestigioso Conservatorio della Pietà dei Turchini, dove entrò nel 1688 e studiò per sei anni sotto la guida di maestri del calibro di Francesco Provenzale e Gennaro Ursino. Conclusi gli studi, si affermò rapidamente come valente organista, tanto da entrare al servizio del viceré e, nel 1704, da ottenere il posto di primo organista della Cappella Reale di Napoli, una delle istituzioni musicali più importanti d'Europa.
La sua carriera conobbe una svolta decisiva nel 1708, quando fu nominato maestro della stessa cappella. La gioia fu breve, poiché pochi mesi dopo il celebre Alessandro Scarlatti tornò a Napoli e riprese il suo antico incarico. Mancini, tuttavia, fu nominato suo vice, con la promessa formale che gli sarebbe succeduto. Questo periodo come "secondo" non ne offuscò il talento; al contrario, la sua attività compositiva divenne particolarmente feconda. Nel 1720 assunse un altro incarico di grande responsabilità, diventando direttore del Conservatorio di Santa Maria di Loreto, dove contribuì a formare una nuova leva di talentuosi musicisti.
Nel 1725, alla morte di Scarlatti, la promessa fu mantenuta e Mancini fu finalmente reintegrato come maestro titolare della Cappella Reale, posizione che ricoprì con onore fino alla fine dei suoi giorni. La sua vita fu quasi interamente dedicata alla sua città, Napoli, che lasciò solo raramente per seguire la messa in scena delle sue opere a Roma. Un ictus lo colpì nel 1735, lasciandolo parzialmente paralizzato per gli ultimi due anni della sua vita. La sua musica rappresenta un ponte ideale tra la generazione di Scarlatti e quella successiva, che avrebbe portato l'opera napoletana a trionfare in tutta Europa, e si distingue per il suo stile patetico, la ricchezza della strumentazione e un sapiente equilibrio tra rigore contrappuntistico e sensibilità melodica moderna.
Aneddoto
Una nomina contesa
Nel 1708, Francesco Mancini raggiunse l'apice della carriera ottenendo la nomina a maestro della Cappella Reale di Napoli. La sua soddisfazione durò però solo pochi mesi. Con un inaspettato colpo di scena, il leggendario Alessandro Scarlatti, suo predecessore, decise di tornare in città. Di fronte a un nome così illustre, Mancini dovette cedere il posto, accontentandosi del ruolo di vice-maestro. Non fu però una sconfitta: la corte, riconoscendone il grande valore, gli garantì ufficialmente il diritto di successione, un impegno che fu onorato alla morte di Scarlatti, diciassette anni dopo.Le opere
La produzione di Francesco Mancini è vasta e abbraccia tutti i generi più in voga del suo tempo, dall'opera seria alla musica sacra, dalla cantata da camera alla musica strumentale. La sua fama è legata soprattutto al teatro musicale, con un catalogo di circa trenta opere, per lo più drammi per musica e pastorali. Il suo debutto avvenne nel 1696 con Il nodo sciolto. Tra i suoi titoli più importanti si ricordano Arivisto (1702), Alessandro il grande in Sidone (1706), e L'Idaspe fedele, che nel 1710 riscosse un grande successo a Londra. Le sue opere sono caratterizzate da un'intensa espressività, da un'orchestrazione colorita e da un linguaggio che unisce elementi della tradizione, come il contrappunto rigoroso, a innovazioni come l'ampliamento delle forme dell'aria.
Anche nel campo della musica sacra Mancini lasciò un'impronta significativa. Le sue composizioni, molto apprezzate e diffuse in tutta Europa, comprendono numerosi oratori, tra cui spicca Il zelo animato, ovvero Il gran profeta Elia del 1733, oltre a messe, mottetti, vespri e cantate sacre che testimoniano una profonda spiritualità e una solida tecnica compositiva. Fu inoltre un autore fecondo di musica vocale profana, con un corpus di oltre duecento cantate da camera e diverse serenate, composte per celebrare eventi della corte e della nobiltà napoletana, come Il giorno eterno (1708).
Interessante, sebbene meno cospicua, è la sua produzione strumentale. A lui si devono alcune toccate per clavicembalo e, soprattutto, una pregevole raccolta di 12 soli per flauto, clavicembalo e violino, pubblicata a Londra nel 1724, che rivela un'elegante scrittura melodica e una perfetta padronanza dello stile concertante. Completano il suo catalogo strumentale diverse sonate per piccoli ensemble, che confermano la sua versatilità e il suo contributo allo sviluppo della musica strumentale a Napoli.
Briciole di storia
Commensale di professione
A Firenze, ai primi del 1700, il Fagiuoli era abbonato ai pranzi dei nobili, che lo invitavano per deliziarsi delle sue risposte frizzanti. Lui arrivava, si sedeva, serviva battute e ottave improvvisate. Il conto lo pagava in spirito, non in fiorini.
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