La vita
La sua breve ma intensa carriera, sia nella fase formativa che in quella della sua prematura scomparsa, si colloca in un fecondo crocevia culturale di metà Settecento in cui convivono e si influenzano a vicenda l'eleganza dello stile Rococò e le prime istanze razionaliste dell'Illuminismo.
Nato nel cuore pulsante della musica europea, Gian Francesco de Majo, affettuosamente soprannominato "Ciccio", respirò arte fin dalla culla. La sua formazione avvenne in un ambiente familiare d'eccezione, sotto la guida del padre Giuseppe de Majo, dell'illustre zio Gennaro Manna e del prozio Francesco Feo. Il suo talento prodigioso si manifestò prestissimo: a soli tredici anni era già attivo come secondo cembalo al Teatro di Corte e, dal 1747, affiancava il padre, direttore della prestigiosa Cappella Reale di Napoli, in qualità di organista soprannumerario, un ruolo che ricoprì inizialmente senza compenso, spinto solo dalla passione.
La sua carriera ufficiale prese il via nel 1750, quando, dopo la scomparsa del primo organista Pietro Filippo Scarlatti, iniziò a percepire un salario, che crebbe significativamente nel 1758 con la promozione a secondo organista. Parallelamente, si distingueva come fecondo compositore di musica sacra per la stessa cappella. Il suo nome varcò i confini del regno nel 1759, quando la sua prima opera, Ricimero, re dei goti, debuttò a Parma, per poi essere ripresa a Roma con un successo travolgente, tanto da essere celebrato persino da Goldoni nelle sue Memorie.
Nonostante la salute cagionevole, che all'inizio del 1760 lo costrinse a rinunciare alla composizione de Il trionfo di Camilla per il Teatro San Carlo, la sua determinazione non venne meno. Nello stesso anno riuscì a presentare il componimento drammatico Astrea placata, con la partecipazione del celebre cantante Gaetano Guadagni, e il dramma Cajo Fabrizio, entrambi accolti con grande favore. Il suo astro continuò a brillare con un viaggio che tra il 1761 e il 1763 lo portò a Livorno, Venezia e Torino, dove ebbe anche modo di incontrare il dotto Padre Martini, consolidando la sua fama in tutta la penisola.
La sua reputazione raggiunse le corti europee più importanti. Nel 1764 fu a Vienna per comporre un'opera in onore dell'incoronazione di Giuseppe II e, subito dopo, si recò a Mannheim, uno dei centri musicali più avanzati del tempo. Dopo una parentesi a Madrid, tornò in Italia per presentare al Teatro Regio di Torino il suo Montezuma nel 1765, con l'acclamato cantante Giuseppe Aprile. Nel 1767, dopo un altro proficuo viaggio tra Mannheim, Venezia e Roma, ottenne il riconoscimento più ambito: succedette al padre come maestro della Cappella Reale napoletana, prevalendo su un concorrente del calibro di Niccolò Piccinni.
Gli ultimi anni della sua vita furono segnati da crescenti difficoltà economiche e dal progressivo aggravarsi della tubercolosi. La malattia gli impedì di completare la sua ultima opera, Eumene, commissionata per il compleanno della regina Maria Carolina. Riuscì a musicare solo il primo atto prima di spegnersi a soli 38 anni, il 17 novembre 1770. La sua musica, definita "bellissima" da un giovane Mozart che l'ascoltò a Napoli, è una testimonianza di straordinaria intensità drammatica ed espressiva. De Majo fu un innovatore che, pur rispettando la tradizione dell'opera seria, seppe arricchirla con un uso sapiente di cori e scene d'insieme, creando spettacoli di grande impatto emotivo e ponendosi come una delle figure centrali nella storia della musica del suo secolo.
Aneddoto
L'apprezzamento di Mozart
Durante la sua permanenza a Napoli, Wolfgang Amadeus Mozart ebbe l'occasione di ascoltare la musica di Gian Francesco de Majo in una chiesa. Ne rimase così profondamente colpito che, scrivendo alla sorella, non trovò altre parole per descriverla se non "bellissima". Questo semplice ma potente giudizio da parte di colui che sarebbe diventato uno dei più grandi musicisti di tutti i tempi, testimonia la stima e l'ammirazione che De Majo seppe suscitare nei suoi contemporanei.Le opere
La produzione teatrale di Gian Francesco de Majo, sebbene concentrata in poco più di un decennio, testimonia una profonda intelligenza drammatica e una costante ricerca espressiva. Il suo esordio avvenne nel 1759 a Parma con Ricimero, re dei goti, un'opera seria su libretto di Pietro Pariati e Apostolo Zeno che rivelò subito il suo talento. L'anno seguente, a Napoli, consolidò il suo successo con Cajo Fabrizio (1760), sempre su testo di Zeno, e con il componimento drammatico Astrea placata, su versi di Pietro Metastasio.
Il suo percorso creativo lo portò a collaborare con i maggiori librettisti dell'epoca e a calcare i palcoscenici più prestigiosi. Per Livorno scrisse Almeria (1761) su testo di Marco Coltellini, mentre per Venezia musicò l'Artaserse (1762) di Metastasio. Nello stesso anno, al Teatro Regio di Torino, presentò Catone in Utica, un altro capolavoro metastasiano, con la direzione d'orchestra di Giovanni Battista Somis. Il suo legame con il poeta cesareo continuò con Demofoonte (1763) a Roma.
Gli anni successivi furono segnati da importanti commissioni internazionali. Per la corte di Vienna compose Alcide negli orti esperidi (1764) su libretto di Coltellini, mentre per il teatro di Mannheim creò due opere su testi di Mattia Verazi: Ifigenia in Tauride (1764) e Alessandro (nell'Indie) (1765). Sempre nel 1765, al Regio di Torino, andò in scena Montezuma, con libretto di Vittorio Amedeo Cigna-Santi, e a Madrid la festa teatrale La costanza fortunata su versi di Ludovico Savioli.
Negli ultimi anni della sua breve vita, continuò a produrre opere di grande spessore, come Antigono (Venezia, 1767), Ipermestra (Napoli, 1768) e Adriano in Siria (Roma, 1769), tutte su libretti di Metastasio, e Antigona (Roma, 1768) su testo di Gaetano Roccaforte. La sua ultima opera rappresentata fu Didone abbandonata (Venezia, 1770), ennesimo omaggio al genio di Metastasio. La morte lo colse mentre lavorava a Eumene, destinata al San Carlo di Napoli nel 1771; l'opera fu completata postuma da Giacomo Insanguine e Pasquale Errichelli. A suo nome sono state attribuite anche altre opere, come Ifigenia in Aulide e L'eroe cinese, sebbene la paternità di queste rimanga incerta.
Briciole di storia
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