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COMPOSITORI


La vita

La sua intera parabola artistica, dal periodo formativo alla piena maturità, si svolge coerentemente all'interno del primo Settecento, in un contesto in cui la solida struttura dell'Arcadia si fonde con la nuova eleganza del Rococò.

Le notizie sulla vita di Giacomo Maccari sono scarse, ma la sua carriera è legata indissolubilmente alla vibrante scena musicale veneziana del Settecento. Nato a Roma intorno al 1700, la sua presenza a Venezia è documentata a partire dal 15 dicembre 1720, quando ottenne il prestigioso incarico di tenore presso la cappella ducale della Basilica di San Marco. Questo ruolo gli permise di immergersi nel cuore della vita musicale della Serenissima, entrando in contatto con i più importanti musicisti e impresari del tempo.

Il suo esordio nel mondo del teatro avvenne nel carnevale del 1727, quando al Teatro San Moisè fu rappresentato il suo melodramma Adaloaldo furioso. Da quel momento, la sua attività si concentrò principalmente sul teatro, e in particolare sul genere comico. Strinse un legame professionale molto stretto con una compagnia di commedianti attiva al Teatro San Samuele, per la quale musicò numerosi lavori, trovando un collaboratore d'eccezione nel giovane Carlo Goldoni, per cui scrisse le musiche di diversi intermezzi e drammi comici.

Purtroppo, nessuna delle partiture di Maccari è giunta fino a noi, ma la sua importanza è testimoniata dalle parole dello stesso Goldoni, che ne apprezzava lo "stile facile e chiaro", perfettamente adatto alle esigenze della scena comica. Questo giudizio suggerisce una musica brillante, melodica e capace di sottolineare con efficacia le situazioni e i caratteri tipici del teatro goldoniano, contribuendo al successo di un genere che stava rivoluzionando il teatro europeo.

Aneddoto


Uno stile "facile e chiaro"

Sebbene la sua musica sia andata perduta, il valore di Giacomo Maccari come compositore teatrale è immortalato da un critico d'eccezione: Carlo Goldoni. Il grande commediografo, per il quale Maccari musicò diversi libretti, lo descrisse come un musicista dallo "stile facile e chiaro", sottolineando come la sua arte fosse perfettamente adatta alle esigenze del teatro comico. Un complimento che vale più di mille partiture, perché testimonia la capacità del compositore di entrare in sintonia con lo spirito della commedia dell'arte.

Le opere

La produzione di Giacomo Maccari, per quanto oggi interamente perduta, fu strettamente legata ai palcoscenici veneziani. Il suo debutto avvenne con il melodramma Adaloaldo furioso nel 1727, su libretto di Antonio Maria Lucchini. Successivamente, si specializzò nel genere comico, collaborando intensamente con Carlo Goldoni. Per lui musicò l'intermezzo La pupilla (1734) e il divertimento per musica La fondazione di Venezia (1736). Altri lavori importanti furono il dramma comico Ottaviano trionfante di Marc'Antonio (1735) e due opere scritte ancora su libretto goldoniano per il Teatro San Samuele: La contessina, andata in scena il 26 dicembre 1742, e il dramma comico Lucrezia Romana in Costantinopoli, rappresentato durante il carnevale del 1743. La sua ultima opera nota è La finta schiava, su libretto di Francesco Silvani, presentata al Teatro Sant'Angelo nel 1744.

Esistono inoltre diversi lavori la cui attribuzione a Maccari è dubbia, ma che appartengono tutti allo stesso ambiente teatrale e cronologico. Si tratta per lo più di intermezzi su libretto di Goldoni, come La birba, L'ippocondriaco, Monsieur Petiton, La bottega del caffè e L'amante cabala, tutti datati tra il 1735 e il 1736. Anche il dramma eroicomico Aristide, sempre di Goldoni, rientra in questa categoria, essendo stato attribuito anche ad Antonio Vandini. Questa concentrazione di opere comiche e intermezzi conferma la sua reputazione di specialista del genere, apprezzato per la sua capacità di creare una musica brillante e perfettamente funzionale alla scena.

Briciole di storia


I vizi degli italiani

In pieno Settecento, Pietro Calepio scrisse una Lettera sui costumi italiani che fu tradotta in francese e pubblicata nel 1728 sulla prestigiosa Bibliothèque Italique. In questo testo, che divenne molto noto, Calepio non si limitava a descrivere l'Italia in generale, ma denunciava con chiarezza e sincerità diversi vizi della società italiana. Tra le sue critiche più aspre vi fu il mal funzionamento degli istituti scolastici e, in particolare, l'ozio in cui viveva la maggior parte della nobiltà, ritenuto causa della sua dissolutezza. Denunciò anche la scarsa considerazione data al ruolo femminile.

Dipinto mitologico in stile Rococò che raffigura l'amore tra Venere, dea della bellezza, e Marte, dio della guerra, sorpresi da Cupido.
Venere e Marte (1723), Olio su tela di Giambattista Pittoni, Museo del Louvre, Parigi.
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