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COMPOSITORI


La vita

Formatosi nel pieno dell'Arcadia, la sua maturità artistica si esprime in un contesto di grande ricchezza stilistica, in cui la solida struttura arcadica si confronta e si fonde con l'eleganza del Rococò e con le nuove idee dell'Illuminismo.

Pietro Antonio Locatelli, nato a Bergamo, fu uno dei più straordinari virtuosi di violino del suo tempo, un artista capace di spingere la tecnica dello strumento verso nuovi e inesplorati orizzonti. La sua formazione musicale iniziò nella sua città natale, presso le cappelle musicali della Basilica di Santa Maria Maggiore, dove il suo talento eccezionale emerse con prepotenza. Nel 1711, ancora adolescente, fu inviato a Roma per perfezionarsi, entrando in contatto con l'ambiente musicale che ruotava attorno alla figura di Arcangelo Corelli, il più grande maestro dell'epoca.

A Roma, Locatelli godette della protezione di importanti mecenati, come il cardinale Pietro Ottoboni, e la sua fama di esecutore prodigioso iniziò a diffondersi. Dopo il 1723, intraprese una serie di viaggi che lo portarono a esibirsi nelle più prestigiose corti europee, in particolare in Germania, dove fu applaudito a Monaco di Baviera e a Kassel. Questi anni di concertismo itinerante consolidarono la sua reputazione di violinista ineguagliabile, ammirato per la sua tecnica impeccabile e la sua audacia espressiva.

Nel 1729, decise di stabilirsi ad Amsterdam, una città allora fiorente e culturalmente vivace, che divenne la sua casa per il resto della vita. Qui, oltre a continuare la sua attività concertistica, si dedicò con successo alla composizione e all'insegnamento, dirigendo il locale Collegium Musicum. Nella sua abitazione organizzava regolarmente concerti privati che divennero un punto di riferimento per la vita musicale della città. La sua abilità non fu solo artistica, ma anche imprenditoriale: seppe gestire la sua carriera con grande acume, accumulando un notevole patrimonio. Si spense nel 1764, lasciando un'eredità fondamentale per lo sviluppo della tecnica violinistica moderna.

Aneddoto


La nota sbagliata che non c'era

La precisione tecnica di Pietro Antonio Locatelli era così leggendaria che si diceva non avesse mai suonato una nota sbagliata in tutta la sua carriera. L'unica eccezione, secondo un aneddoto del tempo, sarebbe avvenuta durante un concerto, quando il suo mignolo, in un passaggio di estrema difficoltà, scivolò leggermente fino a toccare il ponticello del violino. Questo episodio, probabilmente apocrifo, più che una macchia sulla sua reputazione, ne divenne la conferma: la sua perfezione era tale che una minima imperfezione diventava un evento degno di essere ricordato.

Le opere

La produzione di Pietro Antonio Locatelli è incentrata sullo strumento che lo rese celebre: il violino. La sua opera più famosa e influente è senza dubbio L'Arte del Violino, op. 3, una raccolta di dodici concerti per violino solista, archi e basso continuo. Quest'opera monumentale non è solo un capolavoro musicale, ma anche una pietra miliare della didattica violinistica. Al termine del primo e del terzo movimento di ogni concerto, Locatelli inserì un totale di ventiquattro Capricci per violino solo, brani di difficoltà tecnica trascendentale che esplorano tutte le possibilità dello strumento e che sono ancora oggi studiati e ammirati dai violinisti di tutto il mondo.

Oltre a questa celebre raccolta, il suo catalogo comprende dodici Concerti grossi op. 1, che mostrano un legame con la tradizione di Corelli, e numerose sonate per violino e basso continuo, tra cui le dodici dell'op. 6 e le sonate a tre dell'op. 5 e op. 8. Mostrò interesse anche per altri strumenti, componendo dodici sonate per flauto traverso nell'op. 2.

Una delle sue composizioni più originali e suggestive è il concerto noto come Il Pianto di Arianna, parte dell'op. 7. In questo brano, Locatelli trasferisce la drammaticità del teatro musicale a un organico puramente strumentale, creando una vera e propria "cantata senza parole" divisa in recitativi e arie, un esperimento audace e di grande intensità espressiva che rivela la sua vena più teatrale e innovativa.

Briciole di storia


I vizi degli italiani

In pieno Settecento, Pietro Calepio scrisse una Lettera sui costumi italiani che fu tradotta in francese e pubblicata nel 1728 sulla prestigiosa Bibliothèque Italique. In questo testo, che divenne molto noto, Calepio non si limitava a descrivere l'Italia in generale, ma denunciava con chiarezza e sincerità diversi vizi della società italiana. Tra le sue critiche più aspre vi fu il mal funzionamento degli istituti scolastici e, in particolare, l'ozio in cui viveva la maggior parte della nobiltà, ritenuto causa della sua dissolutezza. Denunciò anche la scarsa considerazione data al ruolo femminile.

Allegoria della Primavera resa a pastello, morbida e luminosa.
Primavera (1725), pastello su carta di Rosalba Carriera, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo.
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