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COMPOSITORI


La vita

La sua intera parabola artistica, dal periodo formativo alla piena maturità, si svolge coerentemente all'interno del primo Settecento, in un contesto in cui la solida struttura dell'Arcadia si fonde con la nuova eleganza del Rococò.

Nato a Napoli intorno al 1688, Michele Falco – chiamato anche de Falco, di Falco o Farco – ricevette la sua formazione musicale al Conservatorio di Sant’Onofrio a Porta Capuana, dove studiò tra il 1700 e il 1712, probabilmente sotto la guida di Nicola Fago.

Aneddoto


L’anagramma teatrale

Falco amava firmare le sue opere buffe con l’anagramma “Cola Melfiche”, un vezzo che divertiva il pubblico e lo distingueva dagli altri autori napoletani.

Le opere

La sua produzione teatrale iniziò con Lo Lollo pisciaportelle, opera buffa su libretto di N. Orilia rappresentata a Napoli nel 1709. Nel 1712 collaborò con Nicola Fago al secondo atto del dramma per musica Lo Masillo, sempre su libretto di Orilia.

Seguì Lo mbruoglio d'ammore, opera buffa su libretto di A. Piscopo, rappresentata a Napoli nel 1717, e nel 1719 il dramma per musica Armida abbandonata, su testo di Francesco Silvani.

Nel 1720 a Napoli mise in scena l’opera buffa Lo castiello saccheiato, su libretto di F. Oliva, e nel 1723 Le pazzie d'ammore, sempre opera buffa, su libretto di F. A. Tullio.

Nel 1730 scrisse un intermezzo per il Siface di Nicola Porpora, rappresentato a Roma.

Briciole di storia


I vizi degli italiani

In pieno Settecento, Pietro Calepio scrisse una Lettera sui costumi italiani che fu tradotta in francese e pubblicata nel 1728 sulla prestigiosa Bibliothèque Italique. In questo testo, che divenne molto noto, Calepio non si limitava a descrivere l'Italia in generale, ma denunciava con chiarezza e sincerità diversi vizi della società italiana. Tra le sue critiche più aspre vi fu il mal funzionamento degli istituti scolastici e, in particolare, l'ozio in cui viveva la maggior parte della nobiltà, ritenuto causa della sua dissolutezza. Denunciò anche la scarsa considerazione data al ruolo femminile.

Natura morta di Cristoforo Munari, caratterizzata da una composizione ricca e articolata, nello stile tipico del Primo settecento. Su un tavolo coperto da un drappo rosso sono disposti in disordine studiato dei libri, delle preziose porcellane cinesi, che sono quasi una sua firma, un piatto carico di frutta, un cofanetto misterioso e altri oggetti. La luce teatrale esalta la diversa resa delle superfici, creando un'atmosfera opulenta, ma anche intima.
Libri, porcellane cinesi, vassoio di frutta (1710), Olio su tela di Cristoforo Munari, collezione d’arte della Fondazione Manodori, Reggio Emilia.
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