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COMPOSITORI


La vita

Formatosi nel pieno dell'Arcadia, la sua celebre carriera di tenore lo porta a raggiungere la piena maturità in un'epoca di grande ricchezza stilistica, in cui la solidità arcadica si fonde con l'eleganza del Rococò e con le nuove idee dell'Illuminismo.

Annibale Pio Fabri, compositore e tenore, nacque a Bologna nel 1697 e fu uno dei cantanti più acclamati della sua epoca. Studiò canto e fu allievo di Francesco Antonio Mamiliano Pistocchi. A soli quattordici anni fece il suo debutto a Roma e, in breve tempo, si esibì nei principali teatri italiani ed europei. Acquisì una solida fama internazionale, esibendosi a Venezia, Napoli, Milano, Genova, Firenze e Vienna, e fu ammirato da compositori come Alessandro Scarlatti. Tra il 1729 e il 1731, lavorò a Madrid, dove ricevette grandi onori e un alto compenso. Successivamente si trasferì a Lisbona, dove fu nominato maestro di cappella del re Giovanni V e si esibì al teatro di corte.

Nel 1750, a Bologna, fondò la sua scuola di canto e in seguito ricevette la prestigiosa carica di maestro di cappella presso la Cappella di San Petronio, che mantenne fino alla morte. Morì a Bologna il 12 agosto 1760. Nel 1734 fu aggregato all'Accademia dei Filarmonici di Bologna.

Aneddoto

Il suo talento come tenore era così eccezionale che il compositore Alessandro Scarlatti lo definì "il miglior tenore che abbia mai sentito", un riconoscimento di altissimo valore nella scena musicale del XVIII secolo.

Le opere

La sua produzione musicale include opere, oratori e cantate. Tra le sue opere, si ricordano: Il passatempo armonicò (Vienna, 1723), La Gara dei Numi (Madrid, 1729), Achille in Sciro (Lisbona, 1735), e L'Amor tra nemici (Bologna, 1750). Oltre alle composizioni teatrali, Annibale Pio Fabri scrisse cantate, oratori e musica sacra, che vennero molto apprezzate.

Briciole di storia


I vizi degli italiani

In pieno Settecento, Pietro Calepio scrisse una Lettera sui costumi italiani che fu tradotta in francese e pubblicata nel 1728 sulla prestigiosa Bibliothèque Italique. In questo testo, che divenne molto noto, Calepio non si limitava a descrivere l'Italia in generale, ma denunciava con chiarezza e sincerità diversi vizi della società italiana. Tra le sue critiche più aspre vi fu il mal funzionamento degli istituti scolastici e, in particolare, l'ozio in cui viveva la maggior parte della nobiltà, ritenuto causa della sua dissolutezza. Denunciò anche la scarsa considerazione data al ruolo femminile.

Rappresentazione della Cena di Emmaus caratterizzata da una composizione dinamica e da un realismo nelle espressioni.
L'ultima cena (1724), Olio su tela di Pier Leone Ghezzi, Pinacoteca civica e galleria di arte contemporanea, Jesi.
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