La vita
Formatosi nel pieno della cultura del Romanticismo verdiano, la sua carriera matura si svolge nel complesso clima del Fin de siècle, un'epoca in cui convivono le poetiche del Realismo, del Verismo e la nuova sensibilità del Decadentismo, di cui è una figura centrale come esponente della Scapigliatura.
Arrigo Boito, nato a Padova il 24 febbraio 1842, mostrò precocemente inclinazioni sia letterarie sia musicali. Figlio di Silvestro Boito e della contessa polacca Giuseppina Radolinska, trascorse l’infanzia tra Padova e Venezia, dove frequentò le scuole elementari. Dal 1853 entrò al Conservatorio di Milano, allievo di Alberto Mazzucato, distinguendosi nello studio del violino, del pianoforte e della composizione. Ancora giovanissimo si impose con la cantata Il quattro giugno (1860) e con il mistero Le sorelle d’Italia (1861), opere che ne rivelarono la duplice vocazione di poeta e musicista.
Nel 1861, appena diplomato, ottenne una borsa di studio che gli permise di recarsi a Parigi insieme all’amico e compagno di studi Franco Faccio. Nella capitale francese conobbe Rossini, Berlioz e Verdi, scrivendo per quest’ultimo il testo dell’Inno delle Nazioni eseguito a Londra. L’anno successivo visitò la Polonia, patria materna, dove compose il libretto dell’Amleto per Faccio. Tornato a Milano, entrò nel circolo della Scapigliatura e pubblicò testi poetici innovativi, tra cui il poemetto Re Orso (1865), capace di stupire per forma e contenuti. Collaborò a varie riviste, fondando il Figaro, dove avanzò idee di rinnovamento per il melodramma italiano.
Parallelamente portò avanti l’attività musicale: nel 1868 la Scala ospitò la prima del suo grandioso dramma Mefistofele, ispirato a Goethe. L’opera, accusata di eccessivo wagnerismo, fu interrotta dopo poche recite per i disordini in sala. Boito, tuttavia, non si arrese e rielaborò la partitura in forma più compatta: la nuova versione, rappresentata a Bologna nel 1875, ottenne un trionfo e rimase l’unica sua opera teatrale stabilmente in repertorio.
Dopo questa esperienza si dedicò soprattutto all’attività di librettista, firmando con lo pseudonimo Tobia Gorrio testi di grande valore, tra cui La Gioconda di Ponchielli e La falce di Catalani. Per Verdi riscrisse il Simon Boccanegra (1881) e creò due libretti che sarebbero entrati nella storia dell’opera: Otello (1887) e Falstaff (1893). Tra i due artisti nacque una profonda amicizia, fondata sulla stima e sulla fiducia reciproca.
Boito fu anche autore di novelle raffinate e di traduzioni teatrali, come quelle shakespeariane preparate per Eleonora Duse, con cui ebbe una lunga relazione. Ricoprì incarichi ufficiali di prestigio: fu direttore onorario del Conservatorio di Parma e, dal 1912, senatore del Regno. Non smise mai di coltivare il progetto della sua seconda opera, Nerone, alla quale lavorò per tutta la vita senza completarla interamente. L’opera, orchestrata dopo la sua morte da Toscanini e altri musicisti, debuttò alla Scala nel 1924, riscuotendo un trionfo.
Boito morì a Milano il 10 giugno 1918. Riposa al Cimitero Monumentale della città, ricordato come uno dei più grandi letterati e musicisti italiani, capace di unire in sé la sensibilità poetica e la forza del teatro musicale.
Aneddoto
L’amicizia con Verdi
Nonostante un inizio burrascoso, segnato da un’ode polemica, Boito divenne intimo amico di Giuseppe Verdi. I due trascorrevano lunghe serate insieme a discutere di letteratura, musica e teatro, uniti dal rispetto e da una stima reciproca che superò ogni divergenza.Le opere
L’opera principale di Boito è Mefistofele, presentata per la prima volta alla Scala nel 1868 e successivamente rielaborata nella versione definitiva eseguita a Bologna nel 1875. Quest’opera, con il suo respiro grandioso e la fedeltà al testo di Goethe, rimane la testimonianza più alta della sua scrittura musicale.
Il secondo grande impegno fu Nerone, concepito fin dalla giovinezza e perseguito per tutta la vita. Pubblicato come testo letterario nel 1901, fu completato nell’orchestrazione da altri musicisti dopo la sua morte ed ebbe la prima assoluta alla Scala nel 1924, accolta da un enorme successo.
Accanto alle opere teatrali, Boito si distinse come librettista: scrisse La Gioconda per Ponchielli, La falce per Catalani, Un tramonto per Coronaro, oltre a Otello e Falstaff per Verdi, testi che ancora oggi rappresentano modelli di poesia drammatica. Intervenne anche nel rifacimento del Simon Boccanegra, trasformando radicalmente l’opera di Verdi in una delle più alte tragedie musicali italiane.
La sua produzione letteraria comprende il Libro dei versi, la raccolta poetica Re Orso, novelle come L’Alfier nero e La musica in piazza, oltre a saggi critici e recensioni. Con questi contributi, Boito segnò in profondità la cultura italiana di fine Ottocento, dimostrandosi al tempo stesso poeta, musicista e riformatore del teatro musicale.
Briciole di storia
Una capitale contesa
Nel settembre del 1864, il governo italiano firmò un accordo con la Francia, la "Convenzione di Settembre", in cui si impegnava a spostare la capitale da Torino a un'altra città, in cambio del graduale ritiro delle truppe francesi da Roma. Quando la notizia divenne pubblica, a Torino scoppiò l'inferno. La città, che si sentì tradita e declassata, insorse in violente manifestazioni. La reazione delle forze dell'ordine fu brutale. Il 21 e 22 settembre, l'esercito e i carabinieri spararono sulla folla inerme, provocando oltre 50 morti e centinaia di feriti. Questa "strage di Torino" fu uno degli episodi più tragici della storia post-unitaria e portò alla caduta del governo, lasciando una profonda cicatrice nella prima capitale d'Italia.
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