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COMPOSITORI


La vita

La sua intera parabola di teorico e compositore, dalla formazione alla piena maturità, si svolge coerentemente all'interno del Manierismo, di cui incarna la difesa della tradizione contrappuntistica contro le nascenti innovazioni che porteranno al Barocco.

Giovanni Maria Artusi fu una delle figure più influenti e determinate nel dibattito musicale a cavallo tra il Rinascimento e l'età Barocca. Nato a Bologna intorno al 1540, la sua formazione si svolse all'interno della Congregazione di San Salvatore e, soprattutto, alla scuola di uno dei mmassimi teorici musicali del Cinquecento, Gioseffo Zarlino, al quale rimase devoto per tutta la vita. Artusi emerse come un colto e intransigente custode della tradizione polifonica, difendendo con passione i principi del contrappunto classico appresi dal suo maestro.

La sua fama è indissolubilmente legata a una delle più celebri dispute nella storia della musica, quella che lo vide contrapposto a Claudio Monteverdi. Nei suoi trattati, in particolare ne L'Artusi, ovvero Delle imperfezioni della moderna musica (1600), egli attaccò con veemenza le "crudezze" e le "licenze" armoniche utilizzate dai compositori moderni, accusandoli di violare le sacre regole del contrappunto. Questa critica, sebbene aspra, non era fine a sé stessa, ma nasceva da una profonda convinzione estetica e da una preoccupazione per la purezza dell'arte musicale.

La polemica innescata da Artusi ebbe il merito di stimolare una riflessione cruciale sul passaggio dalla "prima pratica", ovvero lo stile polifonico rinascimentale, alla "seconda pratica", il nuovo stile monodico e drammatico che stava nascendo. Lo stesso Monteverdi, rispondendo alle critiche, fu spinto a teorizzare questa distinzione, riconoscendo di fatto la legittimità di un nuovo modo di concepire la musica. Al di là della controversia, Artusi fu anche un acuto teorico, e il suo libro sulle dissonanze nel contrappunto rappresenta un contributo fondamentale, in cui analizzò l'uso delle armonie aspre per esprimere sentimenti di dolore e terrore, anticipando quasi involontariamente alcune delle future conquiste del linguaggio musicale.

Briciole di storia


La capitale che attraversò le Alpi

Dopo aver riconquistato i suoi domini, il duca Emanuele Filiberto di Savoia si trovò di fronte a una scelta che avrebbe cambiato la storia. La capitale del suo ducato era da secoli Chambéry, ma si trovava al di là delle Alpi, troppo esposta all'influenza della Francia. Con una decisione tanto audace quanto profetica, presa al volo nel 1563, il Duca decise di spostare il cuore del suo stato, e dichiarò Torino la sua nuova capitale. Non fu un semplice trasloco, ma una dichiarazione politica, dato che Emanuele Filiberto, orientando la sua dinastia non più verso la Francia, ma verso l'Italia. Spostando il baricentro del potere e il destino dei Savoia, pose la prima, fondamentale pietra sulla quale, tre secoli dopo, si costruì l'Unità d'Italia.

Le opere

Come compositore, Giovanni Maria Artusi fu coerente con i suoi principi teorici, producendo opere che si inseriscono nel solco della più pura tradizione polifonica. La sua produzione musicale è contenuta ma di pregevole fattura, e comprende un libro di Canzonette a quattro voci, pubblicato a Venezia nel 1598, e il mottetto Cantate Domino a otto voci del 1599. Questi lavori, pur non avendo l'audacia innovativa dei suoi avversari, dimostrano una solida maestria del contrappunto e un'elegante scrittura vocale.

Tuttavia, il suo contributo più duraturo e significativo risiede nei suoi scritti di teoria musicale. La sua opera più celebre è senza dubbio L'Artusi, ovvero Delle imperfezioni della moderna musica, pubblicata in due parti tra il 1600 e il 1603. In questo trattato, egli analizza con acume critico le novità stilistiche del suo tempo, offrendo un punto di vista prezioso per comprendere la transizione dal linguaggio rinascimentale a quello barocco. Di grande importanza è anche il suo studio sulle dissonanze nel contrappunto, in cui, pur da una prospettiva conservatrice, seppe analizzare il valore espressivo degli accordi più arditi, riconoscendone la capacità di rappresentare i più profondi moti dell'animo umano.

Capolavoro della tarda maturità di Tiziano, Il Ratto di Europa raffigura il mito di Europa rapita da Giove, trasformatosi in un toro bianco, entro una scena vorticosa e sensuale.
Il Ratto di Europa (1560), Olio su tela di Tiziano Vecellio, Isabella Stewart Gardner Museum, Boston.
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