La vita
Formatosi proprio all'alba del nuovo secolo, la sua lunga e prestigiosa carriera, dalla formazione alla piena maturità, si svolge interamente all'interno del periodo Barocco, pur mantenendo un forte legame con la tradizione polifonica tardo-rinascimentale.
Nato a Roma intorno al 1582, Gregorio Allegri fu un sacerdote, cantore e compositore la cui vita e arte sono indissolubilmente legate alla musica sacra della sua città. Le sue origini familiari, per lungo tempo avvolte da un alone di mistero, non hanno alcun legame con il celebre pittore Correggio, come erroneamente ipotizzato dallo storico Fétis. Documenti d'archivio confermano invece che egli fosse il primogenito di Costantino, un cocchiere milanese, e che il cognome derivasse semplicemente dal nonno paterno, indicato negli atti come "Alegro".
Il percorso musicale di Gregorio iniziò precocemente grazie alla lungimiranza del padre, che il 24 maggio 1591, quando il ragazzo aveva circa nove anni, lo iscrisse alla prestigiosa Schola Puerorum di San Luigi dei Francesi. Questa istituzione divenne un punto di riferimento per la famiglia, accogliendo negli anni successivi anche i fratelli minori di Gregorio, Domenico e Bartolomeo, avviandoli alla medesima carriera.
Durante gli anni della formazione, il giovane Allegri visse a stretto contatto con l'eccellenza musicale romana, alloggiando presso la casa del maestro Giovanni Bernardino Nanino, dove risiedeva anche il fratello di quest'ultimo, Giovanni Maria. In questo ambiente stimolante, Gregorio condivise il suo apprendistato con compagni che sarebbero divenuti celebri, tra cui Antonio Cifra, Vincenzo Ugolini e quel fratello Domenico che ne avrebbe seguito le orme.
La maturazione artistica di Allegri è ben documentata: nel giugno del 1596, all'età di quattordici anni, avvenne la muta della voce, evento che segnò il passaggio verso ruoli più maturi, retribuiti con un compenso simbolico per il servizio in cappella. Conclusi gli studi nel 1601, ottenne un sussidio mensile dalla congregazione con l'obbligo di cantare durante le festività, per poi essere assunto stabilmente come tenore nel 1602. Mantenne questo ruolo fino all'estate del 1604, data in cui il suo nome scompare dai registri con la dicitura recessit.
La carriera di Allegri prese una svolta decisiva nel 1607 con il trasferimento nelle Marche, dove assunse il prestigioso incarico di maestro di cappella presso la Cattedrale di Fermo. Qui ottenne benefici ecclesiastici e prebende che mantenne anche dopo la conclusione del suo servizio attivo, avvenuta intorno al 1621, quando la bacchetta passò a Ortensio Polidori. Nonostante il termine dell'incarico, il legame con Fermo rimase saldo, garantendogli rendite fino al suo definitivo rientro a Roma nel 1627.
Il periodo fermano fu anche un momento di feconda produzione editoriale. È in questi anni che videro la luce due delle sue raccolte più significative di mottetti concertati: i Concertini a due, tre e quattro voci pubblicati nel 1619 e i Motecta binis, ternis, quaternis, quinis senisque vocibus organice dicenda del 1621. In queste opere, Allegri si firmava ancora orgogliosamente come beneficiato della cattedrale marchigiana.
Rientrato nell'Urbe, nell'agosto del 1628 ottenne la direzione della cappella di Santo Spirito in Sassia, incarico che ricoprì fino alla fine del 1630, cumulandolo con un beneficio non residenziale presso la cattedrale di Tivoli. Tuttavia, la vera consacrazione giunse il 6 dicembre 1629: vincendo un concorso estremamente competitivo contro altri undici candidati, Allegri entrò a far parte della Cappella Pontificia in qualità di contralto.
All'interno del coro papale, la sua abilità compositiva fu tenuta in altissima considerazione, tanto che papa Urbano VIII gli affidò un compito di estrema delicatezza: la revisione degli inni del repertorio. In collaborazione con colleghi come Stefano Landi e Sante Naldini, Allegri lavorò per adattare sia il canto gregoriano che la polifonia di Palestrina ai nuovi testi riformati secondo i dettami del Concilio di Trento, componendo ex novo la musica per numerose strofe.
L'apice della sua carriera istituzionale coincise con l'anno giubilare 1650, quando fu eletto maestro pro tempore della Cappella Pontificia. La morte lo colse due anni dopo, alle tre del mattino del 17 febbraio 1652, nella sua casa romana in Via dei Pastini, nei pressi del Pantheon.
Le esequie furono solenni: dopo la messa di Requiem cantata dai suoi colleghi, il corpo fu tumulato nella Chiesa di Santa Maria in Vallicella, all'interno della tomba riservata ai cantori pontifici. A perenne memoria della sua arte, sulla lapide sepolcrale venne inciso l'incipit del canone Cantabimus canticum novum, che lo stesso Allegri aveva composto nel 1640.
La memoria storica di Allegri ci è stata tramandata anche dalle cronache di Andrea Adami, che ne tracciò un ritratto umano toccante. Sebbene Adami notasse con franchezza che Allegri non possedesse una voce eccezionale, sottolineò come la sua fama derivasse dalla maestria compositiva e, soprattutto, da una rara nobiltà d'animo. "Uomo di singolar bontà", lo definì, ricordando le sue quotidiane visite ai carcerati e le generose elemosine ai poveri che affollavano la sua porta, testimonianza di una spiritualità profonda che andava ben oltre la musica.
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Aneddoto
Il presunto segreto del Vaticano
Per secoli la storiografia musicale ha creduto ciecamente alla narrazione costruita da Leopold Mozart, padre di Wolfgang. Egli raccontò che il Miserere di Allegri era considerato un tesoro talmente esclusivo della Cappella Pontificia che il Papa ne avrebbe proibito la trascrizione e la diffusione al di fuori della Settimana Santa in Vaticano, minacciando addirittura la pena della scomunica per i trasgressori. Secondo questa affascinante leggenda, nel 1770 il quattordicenne Wolfgang Amadé Mozart, dopo aver ascoltato il brano una sola volta nella penombra della Cappella Sistina, lo avrebbe trascritto interamente a memoria una volta rientrato nel suo alloggio, svelandone al mondo la celestiale bellezza e rendendo l’opera immortale.
In realtà, Leopold se l'era tutto inventato per accrescere la fama del figlio. L'aura di segretezza era una mossa pubblicitaria, poiché del Miserere di Allegri circolavano già a Roma e in molte altre città numerose copie, nessuno era stato mai scomunicato per questo, ed era stato eseguito persino a Londra ben prima dell'arrivo dei Mozart. Ma c'è un dettaglio storico, ancor più prosaico, che sgretola definitivamente il mito.
La verità riguarda la logistica del viaggio stesso. Ricostruzioni basate sui documenti di viaggio provano che i Mozart arrivarono a Roma con eccessivo ritardo sui tempi previsti e, fatto ancor più determinante, non avevano ancora accreditato la loro presenza: Leopold stesso annota di aver consegnato le lettere di presentazione solo il giorno successivo all'esecuzione del Miserere. Considerata l'immensa calca che assediava il Vaticano, pensare di riuscire a entrare senza aver preventivamente attivato quei canali, era semplicemente impensabile. Senza quelle credenziali, le porte della Basilica e della Sistina rimasero sbarrate per loro. Non avendo potuto fisicamente accedere alla cerimonia, il giovane Wolfgang non ebbe nemmeno l'opportunità di compiere quel miracolo mnemonico che la tradizione a torto gli attribuisce.
Le opere
Sebbene la fama imperitura di Gregorio Allegri sia legata quasi esclusivamente al celebre Miserere mei Deus, salmo a nove voci divise in due cori (cinque e quattro) destinato ai riti della Settimana Santa nella Cappella Sistina, la sua produzione rivela un orizzonte assai più vasto. Il capolavoro sistino, reso mitico dalla prassi esecutiva dei cantori papali che ne arricchivano la partitura con abbellimenti tramandati oralmente, rappresenta solo la punta di un iceberg musicale che affonda le radici in una solida competenza polifonica e concertata.
L'attività editoriale di Allegri fiorì specialmente nella prima parte della sua carriera. Già nel 1618, il compositore Fabio Costantini aveva incluso alcuni suoi mottetti nella raccolta Scelta di motetti di diversi eccellentissimi autori, pubblicata a Roma. Dello stesso anno risulta un primo libro di Concertini a due, tre, quattro et cinque voci, stampato da Luca Antonio Soldi, un'opera purtroppo perduta ma segnalata dallo storico Fétis. Fortunatamente, ci è giunto il secondo libro, Concertini a due, a tre, et a quattro voci con il basso continuo, edito sempre dal Soldi nel 1619, seguito nel 1621 dai Motecta binis, ternis, quaternis, quinis, senisque vocibus organice dicenda. Queste pubblicazioni testimoniano la capacità di Allegri di padroneggiare il nuovo stile concertato, unendo le voci al supporto strumentale dell'organo.
Tuttavia, una parte sostanziale e preziosa del suo corpus è rimasta manoscritta, custodita per secoli negli archivi romani come quello di Santa Maria in Vallicella o nel fondo del Collegio dei cappellani cantori. Tra queste carte spicca una ricca produzione di messe, tra cui la Missa Che fa oggi il mio sole a cinque voci, e le imponenti messe a otto voci In lectulo meo e Christus resurgens; quest'ultima, in particolare, fu citata con ammirazione dall'abate Giuseppe Baini insieme all'omonimo mottetto. A queste si aggiungono le messe a sei voci Salvatorem exspectamus e Vidi turbam magnam, che confermano la sua sapienza nel gestire organici vocali complessi.
La versatilità di Allegri si estendeva anche oltre la liturgia ordinaria. La biblioteca musicale dell'abate Santini conservava in partitura opere di grande intensità spirituale come le due Lamentationes Jeremiae prophetae (databili intorno al 1640 e al 1651), gli Improperia a due cori, il Te Deum a otto voci, oltre a salmi come il Dixit Dominus e il Beatus vir. Non mancano infine incursioni nel repertorio strumentale: tracce di suoi concerti per più strumenti erano presenti nella collezione Varia musica sacra della biblioteca Altemps presso il Collegio Romano, e non è un caso che il celebre erudito Athanasius Kircher abbia scelto proprio una sua Sinfonia a 4 per inserirla come esempio nella sua monumentale opera teorica Musurgia universalis del 1650.
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Briciole di storia
La rivincita del villano
Mentre a Roma le volte della Cappella Sistina risuonavano delle celestiali e incorporee armonie di Allegri, nelle piazze di Bologna e del nord Italia esplodeva una rivoluzione culturale di segno opposto, fatta di arguzia terrena e risate popolari. Nel 1606, proprio negli anni in cui nasceva il barocco musicale, un ex fabbro divenuto cantastorie, Giulio Cesare Croce, dava alle stampe un libretto destinato a diventare un best-seller epocale: Le sottilissime astuzie di Bertoldo.
L'operazione di Croce fu geniale e sovversiva: in un'epoca che celebrava il fasto delle corti, egli scelse come eroe un contadino deforme, sgraziato e puzzolente. Bertoldo, però, possedeva un'arma invincibile: la "scarpa grossa e il cervello fino". Con la sua saggezza pratica e tagliente, il villano riusciva a mettere in scacco il re Alboino e la sua corte, smascherando con indovinelli e battute fulminanti la vanità e l'ipocrisia dei potenti. Più che un semplice personaggio comico, Bertoldo divenne l'incarnazione di un mondo rurale che reclamava la sua dignità attraverso l'intelligenza, garantendo al suo autore, che spesso vendeva le sue opere personalmente sui banchi del mercato, una fama immortale che superò quella di molti letterati accademici.
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