La vita
Formatosi all'alba del gusto arcadico, la sua lunga e prolifica carriera lo porta a raggiungere la piena maturità in un'epoca di grande ricchezza stilistica, in cui la solidità dell'Arcadia si fonde con la nuova eleganza del Rococò e con lo spirito critico dell'Illuminismo.
ALBINONI, Tomaso
Nato a Venezia il 6 giugno 1671, figlio secondogenito di Antonio e Lucrezia Fabris, Tomaso Albinoni proveniva da una famiglia benestante della borghesia veneta. Grazie alla stabilità economica, poté dedicarsi liberamente allo studio del violino, del canto e del contrappunto senza dover cercare impieghi ufficiali. Proprio per questa sua condizione di artista indipendente, non legato a corti o istituzioni ecclesiastiche, si definiva spesso dilettante veneto, termine che all'epoca indicava la libertà da vincoli professionali piuttosto che una mancanza di competenza.
L'attività editoriale di Albinoni iniziò nel 1694 con la pubblicazione de Le Suonate a tre, dedicate al cardinale Pietro Ottoboni. Nello stesso anno debuttò come compositore teatrale con la Zenobia regina de' Palmirent al teatro di SS. Giovanni e Paolo. La sua carriera operistica fu lunga e prolifica, estendendosi fino al 1740 con la produzione di quarantotto opere. Purtroppo, di questa vasta produzione è sopravvissuto poco, essendoci pervenute solo le arie de L'Inganno innocente (1701), de Il Tiranno eroe (1710) e la partitura del Radamisto.
Nonostante la perdita di molti lavori, le fonti contemporanee confermano il grande successo di Albinoni sia in Italia che in Germania, dove le sue composizioni erano molto apprezzate per il loro nerbo e popolarità. Nel 1703 ottenne un importante successo a Firenze con la Griselda, tanto da essere richiamato vent'anni dopo per collaborare all'oratorio Giosuè in Gabaon.
La vita privata del compositore fu segnata dal matrimonio con Margherita Rimondi nel 1705, da cui ebbe sei figli, ma anche da difficoltà successive. Nel 1721 perse sia la moglie che i beni ereditari paterni. L'anno seguente si rilanciò recandosi a Monaco di Baviera per le nozze del principe elettore Carlo Alberto, occasione in cui vennero eseguite le sue opere I veri amici e il Trionfo d'amore. Rientrato a Venezia, visse un ultimo periodo di intensa creatività che si concluse nel 1740 con la messa in scena de l'Artamene. Albinoni trascorse gli ultimi dieci anni in assoluto silenzio artistico e morì il 17 gennaio 1750.
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Aneddoto
L'Adagio che non scrisse
Il brano più celebre associato ad Albinoni, il famoso Adagio in Sol minore, non appartiene con certezza alla sua penna. Fu il musicologo Remo Giazotto a pubblicarlo nel 1958, dichiarando di averlo ricostruito a partire da un frammento di basso e da pochi spunti melodici che sosteneva di aver rinvenuto tra le rovine della biblioteca di Dresda. La situazione, però, è meno nitida di quanto spesso si racconti, perché i frammenti citati non sono mai stati ritrovati, ma ciò non prova che non siano esistiti. Giazotto era uno studioso serio e potrebbe davvero aver avuto tra le mani materiale oggi perduto. Il risultato finale, in ogni caso, riflette sì lo stile settecentesco, ma con una sensibilità moderna che ha contribuito al suo enorme successo. La paternità dell’Adagio resta dunque avvolta da un’irresistibile aura di incertezza: un enigma musicologico che continua ad alimentare curiosità e discussioni.
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L'Opera Strumentale e Teatrale
La produzione strumentale di Tomaso Albinoni rappresenta un ponte fondamentale nell'evoluzione della musica arcade, segnando il passaggio dalle severe architetture polifoniche di stampo romano verso il nuovo melodismo che sfocerà nello stile rococò e pre-classico. Il percorso editoriale del compositore veneziano si apre nel 1694 con la pubblicazione dell'Opus I, una raccolta di Dodici Sonate a tre. Queste composizioni, strutturate in dodici tonalità equamente divise tra modo maggiore e minore, aderiscono allo schema formale della sonata da chiesa articolata in quattro movimenti (grave, allegro, largo, allegro). Eredi del modello di Arcangelo Corelli, sono però molto originali, e si nota già l'emergente sensibilità melodica, più soggettiva. L'importanza storica di questa prima opera è testimoniata dall'attenzione che le riservò Johann Sebastian Bach, il quale, colpito dalla bellezza delle melodie, trasse ispirazione dai temi degli allegri della terza e dell'ottava sonata per comporre le sue fughe per clavicembalo.
Alle soglie del nuovo secolo, nel 1700, Albinoni diede alle stampe a Venezia l'Opus II, intitolata Sinfonie e concerti a cinque e dedicata al duca di Mantova, Ferdinando Carlo. Questa raccolta segna un'evoluzione stilistica, perché, ad esempio, le Sinfonie, pur mantenendo la ciclicità in quattro movimenti dei suo lavori d'esordio, approfondiscono la scrittura a cinque parti reali e fondono lo stile polifonico con quello concertante. I Concerti presenti nella raccolta codificano invece la struttura che diverrà lo standard del genere solistico, basata sull'alternanza tra "solo" e "tutti" e sulla scansione in tre movimenti (allegro-adagio-allegro). Un anno più tardi, nel 1701, vide la luce l'Opus III, dedicata a Ferdinando III di Toscana. Si tratta di dodici Balletti a tre che si rifanno alla tradizione della sonata da camera. Queste suite di danze presentano movimenti come la gavotta, la corrente e la giga, ma si distinguono per l'uso di una sarabanda dal ritmo veloce e brioso, in netto contrasto con la lentezza, a volte monotona, tipica della sarabanda tedesca.
La maturazione espressiva del compositore prosegue con l'Opus IV del 1704, pubblicata ad Amsterdam, contenente Sei Sonate da chiesa per violino e basso continuo. Qui, pur nel rispetto delle forme arcadiche, il discorso musicale si fa più fluido ed emotivo, raggiungendo picchi di notevole ispirazione nella quinta sonata. Seguì nel 1707 l'Opus V, una raccolta di Concerti a cinque in cui la figura del violino solista assume contorni sempre più definiti e virtuostici. Albinoni dimostra qui una grande libertà formale, non legandosi a schemi rigidi nell'alternanza tra i ripieni orchestrali e gli interventi solistici, variando la struttura di concerto in concerto. L'apice dell'equilibrio tra forma e contenuto viene forse raggiunto con l'Opus VI, i Trattenimenti armonici per camera (Amsterdam, 1711 circa), dove la dodicesima sonata spicca come modello di perfezione compositiva.
Un’altra svolta timbrica significativa avviene con l’Opus VII (1716): Albinoni, pur mostrando il suo caratteristico stile, cambia nuovamente l’organico introducendo uno o due oboi come strumenti solisti. Teniamo conto che all’epoca l’adozione di uno strumento o di un altro era molto più libera di quanto immaginiamo oggi. La prassi esecutiva ingessata alla quale ci hanno abituati certi pseudofilologi non ha riscontro nel modo reale di suonare la musica ai tempi di Albinoni, e almeno fino ai primi del Novecento.
In Italia ci si ammirava proprio per questa enorme libertà, e i compositori erano perfettamente d’accordo nel variare i pezzi o adattarli a organici diversi. Le novità in questo senso rientrano quindi nella buona prassi esecutiva italiana, soprattutto se confrontate con quanto accadeva altrove. Ma anche qui occorre prudenza: l’Italia faceva scuola in tutta Europa, e le sue mode, comprese le concessioni di libertà, si diffondevano ovunque. I musicisti italiani, infatti, erano attivi e ammirati in quasi tutti i centri europei, e persino nelle Americhe e in Russia.
Anche qui nell'Opus VII, il compositore tratta lo strumento a fiato con maestria esemplare, sfruttandone le peculiarità sonore per fini espressivi e portando il concerto per oboe a livelli artistici elevatissimi. Questo percorso strumentale si conclude idealmente con l’Opus VIII (1721-22), che segna una conferma del contrappunto rigoroso nelle Sonate, e con l’Opus IX, una monumentale raccolta di concerti che contribuisce a completare l’estetica albinoniana grazie a un ampio respiro strutturale e a una sapiente gestione del dialogo strumentale.
Oltre alle opere pubblicate, la figura di Albinoni come precursore dei tempi è rivelata da alcuni manoscritti conservati a Dresda e Darmstadt. In particolare, le Sinfonie a quattro senza basso numerato mostrano una chiara tendenza verso la scrittura quartettistica, anticipando di fatto le sonorità e le forme che saranno proprie del sinfonismo neoclassico e del romanticismo, grazie all'uso di minuetti organici e temi cantabili.
Parallelamente alla musica strumentale, Albinoni coltivò un'intensa attività operistica, le cui tracce sono rimaste principalmente nei libretti. La sua produzione teatrale, concentrata soprattutto a Venezia, è vastissima e copre un arco temporale che va dalla fine del Seicento fino agli anni Trenta del Settecento. Tra i titoli più significativi, oltre a quelli già noti, figurano opere serie e drammi come Il prodigio dell'innocenza (1695), Zenone imperator d'Oriente (1696) e Tigrane re d'Armenia (1697). Nel primo decennio del XVIII secolo videro la luce lavori come L'inganno innocente (1701), Astarto (1708) e i celebri intermezzi comici Vespetta e Pimpinone (1708), che testimoniano la sua versatilità nel trattare anche soggetti leggeri.
La fecondità teatrale di Albinoni proseguì ininterrotta con titoli quali Il Giustino (1711), Amor di figlio non conosciuto (1715) e Eumene (1717). Negli anni Venti, il compositore portò in scena numerosi drammi, tra cui Gli eccessi della gelosia (1722), Didone abbandonata (1725) e Il trionfo d'Armida (1726). La sua carriera operistica annovera anche serenate come Il Concilio dei pianeti (1729) e opere della maturità come Ardelinda (1732) e Candalide (1734), confermando il suo ruolo di protagonista indiscusso sui palcoscenici italiani per quasi quarant'anni.
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Briciole di storia
Il ritratto di un'epoca
La Venezia di Tomaso Albinoni non era solo musica: era un teatro a cielo aperto, popolato anche da attori, nobili annoiati, impresari senza scrupoli e maschere della Commedia dell’Arte che viaggiavano per l’Europa come ambasciatori di fantasia. Tra questi spicca l’attore veronese Angelo Costantini, celebre per la sua interpretazione di Mezzetino, il servo astuto e sognante che conquistò Parigi e che Antoine Watteau fissò in più tele, trasformandolo in un’icona fragile e malinconica.
La sua parabola artistica, però, ebbe un’ombra lunga. Trascinato in un intrigo politico e amoroso alla corte polacca, Costantini finì in prigione per quasi vent’anni, e quando tornò sulle scene era ormai troppo anziano e fuori moda. Rimase solo il suo costume a strisce bianche e rosse, sopravvissuto grazie all’arte e alla memoria teatrale del tempo.
È lo stesso mondo che Albinoni frequentava e osservava, sopra un palcoscenico fatto di splendori e cadute, di successi improvvisi e fortune capricciose. Mentre i suoi melodrammi giravano per l’Italia e per l’Europa, attori come Costantini affrontavano destini ben più incerti. In controluce, nelle vicende di questi altri protagonisti, si riflette l’atmosfera mutevole e affascinante dell’epoca albinoniana, in cui la musica, i teatri, le maschere e le storie spesso superano la fantasia.
Pimpinone (Vespetta e Pimpinone)
Pimpinone è un intermezzo comico in tre parti composto da Tomaso Albinoni su libretto di Pietro Pariati. L'opera debuttò il 26 novembre 1708 al Teatro San Cassiano di Venezia. Il lavoro godette di una straordinaria fortuna europea nella prima metà del Settecento, con oltre trenta riprese documentate fino al 1740 in città come Vienna, Monaco, Mosca e Lubiana. Il successo del soggetto fu tale che nel 1725 Georg Philipp Telemann ne realizzò una propria versione basata sulla stessa trama.
La vicenda narra la storia di Vespetta (contralto), una giovane cameriera astuta e apparentemente povera, e di Pimpinone (basso), un uomo anziano, ricco e credulone. Nel primo intermezzo, Vespetta riesce a farsi assumere da Pimpinone con l'intento segreto di sposarlo. Nel secondo atto, la ragazza manipola il padrone facendogli credere che la sua presenza in casa da nubile stia generando pettegolezzi e, fingendosi umile e disinteressata, lo induce così al matrimonio. Nel terzo e ultimo intermezzo, una volta divenuta padrona, Vespetta getta la maschera rivelandosi avida, spendacciona e autoritaria, costringendo il disperato marito alla rassegnazione pur di non perdere la dote.
Musicalmente, l'opera si distingue per la vivacità della scrittura di Albinoni che supporta perfettamente il testo frizzante del Pariati. La struttura si articola in arie e recitativi che delineano con efficacia la psicologia dei personaggi. Di particolare rilievo storico e artistico è il duetto finale Se mai più..., che anticipa stilisticamente le dinamiche dell'opera buffa della seconda metà del secolo, rendendo con maestria la concitazione di un litigio coniugale. Il tema dell'anziano raggirato dalla serva scaltra rappresenta un momento del teatro musicale, precursore di capolavori successivi come, ad esempio, La serva padrona di Pergolesi o il Don Pasquale di Donizetti.
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