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COMPOSITORI

La vita e la carriera internazionale

(Pesaro, 30 novembre 1748 – Varsavia, 18 aprile 1811)

Nato a Pesaro nel 1748, Gioacchino Albertini è l'esempio perfetto del compositore italiano settecentesco cosmopolita, la cui carriera si dipanò più all'estero che in patria. Giovanissimo, lasciò l'Italia per cercare fortuna in Polonia, dove il suo talento fu immediatamente riconosciuto. Già nel 1777 il suo nome compariva infatti nei programmi dei concerti di Varsavia. La sua ascesa sociale fu rapida. Iniziò come direttore del teatro privato del potente principe Radziwiłł (dividendo il suo tempo tra Varsavia e la residenza di Nieśwież) per poi ottenere, intorno al 1782, il prestigioso incarico di direttore d'orchestra alla corte del re Stanislao Augusto.

Nel 1786 Albertini fece ritorno a Roma, ma senza mai recidere i legami con la nazione che lo aveva accolto. Nell'Urbe, infatti, entrò al servizio del principe Stanislao Poniatowski, nipote del re e ambasciatore di Polonia, insegnando canto e continuando a comporre. La stima di cui godeva presso la nobiltà polacca era tale che nel 1795 gli fu concessa una pensione a vita. Nel 1804, ormai anziano, scelse di tornare definitivamente a Varsavia, la città che lo aveva consacrato, dove si spense nel 1811.

Aneddoto


L'altro Don Giovanni

Quando si parla di Don Giovanni, il pensiero corre subito a Mozart (1787). Eppure, negli archivi polverosi della storia, si nasconde una verità scomoda: Gioacchino Albertini aveva portato in scena il seduttore spagnolo ben quattro anni prima, nel 1783, a Varsavia. Il libretto conteneva già frasi che suonano familiari ("se non parli mascalzone / qui svenuto hai da restar"), suggerendo che l'opera di Albertini non fosse un tentativo isolato, ma un anello di congiunzione fondamentale. Che Mozart o il suo librettista Da Ponte abbiano sbirciato il lavoro del maestro pesarese? Non lo sapremo mai con certezza, ma la data del 1783 resta scolpita come una rivincita silenziosa della musica italiana.

Le opere

La produzione di Albertini spaziò dall'intermezzo romano all'opera seria, con lavori rappresentati ad Amburgo (come l'opera tedesca Circe und Ulysses) e Roma. Tra i successi maggiori si ricordano La cacciatrice brillante, Virginia e soprattutto La Vergine Vestale, opera per la quale il principe Poniatowski lo premiò con un generoso dono di 200 zecchini. La sua scrittura orchestrale rispecchia i canoni dell'epoca, con un quintetto d'archi arricchito da flauti, oboi e corni, ma si distingue per sinfonie di forma libera ed estesissima e per l'uso sapiente del contrappunto nei cori.

Tuttavia, il vero motivo per cui Albertini meriterebbe un posto d'onore nei manuali di storia della musica - e per cui il suo oblio è ancora più ingiustificabile - risiede nel suo Don Giovanni. Rappresentata a Varsavia nel febbraio 1783 (ben quattro anni prima dell'opera di Mozart e persino prima di quella di Gazzaniga), quest'opera, di cui conserviamo una partitura a Firenze, potrebbe aver influenzato in modo decisivo l'evoluzione del mito del "dissoluto punito".

È avvilente constatare come, di fronte a un autore che ha anticipato Mozart su un tema così iconico, la musicologia e le istituzioni concertistiche italiane rimangano silenti. Mentre gli studiosi stranieri indagano minuziosamente ogni nota dei loro compositori, noi lasciamo che partiture come quella del Don Giovanni di Albertini restino una curiosità per pochi intimi, ignorando che forse, senza questo pesarese trapiantato a Varsavia, la storia dell'opera lirica sarebbe stata diversa.

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Briciole di storia


Disimparare a parlare

Sembra un paradosso, ma il padre della tragedia italiana dovette, prima di tutto, imparare a non essere se stesso. Nato in un Piemonte dove l'aristocrazia parlava francese, Vittorio Alfieri si rese conto con orrore, nel 1776, di dover tradurre i propri pensieri per poter scrivere nella lingua di Dante. Per diventare un poeta nazionale, intraprese un processo drastico che definì di "spiemontesizzazione". Si impose perciò un esilio volontario in Toscana, immergendosi nel fiorentino vivo e nello studio ossessivo dei classici come Petrarca.

Fu uno sforzo titanico. Il nobile Alfieri si mise a copiare e imparare a memoria testi come uno scolaro, vergognandosi di ogni francesismo che gli affiorava alle labbra. Quella lotta furiosa non fu solo un esercizio grammaticale, ma un atto di fondazione. Disimparando la lingua della corte, Alfieri stava costruendo, con fatica e ostinazione, la vera identità culturale dell'Italia.

Visione grandiosa e affollata del Bacino di San Marco durante la Festa dell'Ascensione, con il Bucintoro circondato da innumerevoli imbarcazioni.
La Festa dell'Ascensione (1776), Olio su tela di Francesco Guardi, Museo Calouste Gulbenkian, Lisbona.
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