La vita
(Venezia, 1710 – Roma, 1740)
Nato a Venezia nel 1710 in una famiglia del patriziato, Domenico Alberti incarnò la figura ideale del nobile dilettante, artista che, libero da necessità economiche, coltivava la musica per pura passione raggiungendo però livelli di eccellenza professionale. La sua formazione fu di prim'ordine: studiò canto con Antonio Biffi e composizione con il celebre Antonio Lotti, maestro di cappella della Basilica di San Marco. Questa solida preparazione gli permise di sviluppare un talento poliedrico, facendolo emergere non solo come compositore, ma anche come cantante straordinario e virtuoso del clavicembalo.
La sua abilità vocale era tale da intimidire persino i professionisti più acclamati. Un episodio celebre avvenne nel 1736 in Spagna, dove Alberti si trovava al seguito dell'ambasciatore veneziano: ebbe l'occasione di esibirsi davanti al leggendario Farinelli. Il grande castrato rimase talmente impressionato dalla performance da confessare che, se Alberti non fosse stato un nobile (e quindi fuori dal mercato teatrale), lo avrebbe considerato un rivale temibile. Una testimonianza preziosa di doti canore che, purtroppo, sono state spesso oscurate dalla sua successiva fama strumentale.
Nel 1737 si trasferì a Roma per perfezionare la tecnica clavicembalistica; fu qui che la sua carriera compositiva toccò l'apice, garantendogli una notevole popolarità nei salotti dell'Urbe. La sua parabola fu tuttavia brevissima. Si spense infatti a Roma nel 1740, a soli trent'anni. La sua eredità rischiò di essere scippata in un curioso caso di plagio postumo. Il castrato Giuseppe Jozzi pubblicò ad Amsterdam una raccolta di sonate di Alberti spacciandole per proprie. Lo scandalo che ne seguì servì, paradossalmente, a ristabilire la verità e a cementare la fama del legittimo autore.
Aneddoto
La rivoluzione della mano sinistra
Oggi il basso albertino può sembrare una formula semplice, quasi scolastica, ma nel 1740 rappresentò una vera rivoluzione. Fino a quel momento, la musica era dominata dal contrappunto o dal basso continuo, che richiedevano una struttura densa e complessa. L'invenzione di Alberti permise alla musica di respirare, sciogliendo l'accordo in un arpeggio ritmico. In quel modo, la mano sinistra poteva sostenere l'armonia delicatamente, lasciando l'altra totalmente libera di cantare una melodia dolce ed espressiva, proprio come farebbe un soprano in un'opera lirica. Fu la chiave di volta che aprì le porte allo stile rococò.
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Le opere e il "Basso Albertino"
Sebbene la sua produzione sia limitata a causa della prematura scomparsa, Domenico Alberti ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica legando il suo nome a una specifica tecnica di accompagnamento: il cosiddetto basso albertino. Questa formula, che consiste nello spezzare gli accordi della mano sinistra in agili arpeggi continui (basso-alto-medio-alto), divenne il marchio di fabbrica del nascente stile Galante e del Classicismo, utilizzata in seguito da un esercito di maestri per dare fluidità all'armonia.
Il cuore della sua produzione strumentale è rappresentato dalle sonate per clavicembalo (circa trentasei, di cui quattordici sopravvissute). Caratterizzate da una struttura bipartita, sono lavori brillanti e cantabili, veicolo principale della sua innovativa scrittura per tastiera. Tuttavia, Alberti non fu solo strumentista, dato che si dedicò con successo anche al teatro e alla musica vocale su testi di Pietro Metastasio, componendo opere come Endimione, Galatea e Olimpiade. Arie da camera e mottetti, come il celebre Ah frenate il pianto dal Temistocle, confermano che la sua "invenzione" pianistica nasceva in realtà da una profonda sensibilità melodica e vocale.
Eppure, nonostante la sua importanza storica, è deplorevole constatare quanto queste sonate siano assenti dai programmi concertistici moderni. Nelle scuole e nei conservatori italiani, troppo impegnati a celebrare incessantemente i soliti quattro o cinque nomi d'area tedesca, spesso non si sa neppure chi sia Alberti. Si perpetua così l'errore di sottovalutare la nostra gloriosa tradizione strumentale, come se in Italia fosse esistita solo l'opera lirica. Critica, università e conservatori sembrano seguire a ruota questa tendenza, agendo quasi come la fucina di un disinteresse sistematico che condanna all'oblio autori che meriterebbero ben altra fortuna.
Briciole di storia
Per non dimenticare
Mentre la grande storia d'Italia veniva scritta all'ombra dei troni, nelle province un patrimonio inestimabile di memorie locali rischiava di svanire per sempre nel silenzio. Se ne accorse Ludovico Antonio Muratori, il gigante della storiografia settecentesca, che nel 1732 era a caccia di cronache inedite per la sua opera monumentale. A chi affidarsi per l'Abruzzo, terra aspra e custode di segreti antichi? Il nome giusto fu quello di Anton Ludovico Antinori, un erudito aquilano che accettò la sfida.
Per cinque anni, Antinori si trasformò in un archeologo di carte, immergendosi negli archivi polverosi, dissotterrando pergamene dimenticate e ricopiando con pazienza certosina le voci del passato. Quando Muratori, colpito da tale mole di lavoro, lo elogiò pubblicamente, in Antinori scoccò la scintilla definitiva. decise così di dedicare il resto della sua vita a comporre i monumentali Annali degli Abruzzi, l'opera titanica che strappò all'oblio secoli di storia d'Italia che altrimenti non avremmo mai conosciuto.
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