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COMPOSITORI

La vita e la carriera

(Faenza, 16 dicembre 1716 – Faenza, 11 ottobre 1785)

Violinista e compositore di notevole talento, Paolo Tommaso Alberghi rappresenta una delle figure più interessanti, seppur meno note, della scuola di Giuseppe Tartini. La sua formazione iniziò in famiglia sotto la guida del fratello maggiore, Don Francesco, ma fu il periodo trascorso a Padova tra il 1728 e il 1733 a segnare la sua maturazione artistica: qui studiò con Tartini negli anni immediatamente precedenti l'arrivo di Nardini, distinguendosi presto come uno degli allievi più dotati e originali, superiore per inventiva a contemporanei come Bini o Morigi.

Rientrato a Faenza, Alberghi legò l'intera sua esistenza alla vita musicale della Cattedrale cittadina, dove entrò nell'orchestra nel 1733 sotto la direzione del fratello. La sua ascesa fu costante, divenne primo violino nel 1755 e, dal 1760 fino alla morte, ricoprì il prestigioso ruolo di Maestro di Cappella. Sebbene la sua carriera sia rimasta confinata in un ambito italiano, la sua influenza didattica fu di respiro europeo. Dalla sua scuola uscirono musicisti del calibro del figlio Ignazio, di Giuseppe Sarti e Cristoforo Babbi, che portarono l'eredità del maestro fino alla corte di Dresda.

Aneddoto

L'eredità di Tartini

Si narra che Alberghi avesse appreso dal suo celebre maestro, Giuseppe Tartini, il segreto per far "parlare" lo strumento. La leggenda vuole che durante le prove in Cattedrale, quando eseguiva i suoi adagi, il suono del suo violino fosse così puro e simile alla voce umana che spesso i fedeli si guardavano attorno confusi, cercando invano il cantante solista nascosto tra le navate, per poi scoprire che quella voce angelica proveniva unicamente dalle sue corde.

Lo stile e la critica

Le opere di Alberghi, in particolare i concerti per violino, testimoniano le doti di un esecutore di prim'ordine. La sua scrittura è incline a un virtuosismo elaborato, ricco di doppie corde nei registri acuti, che superava per arditezza tecnica persino quella del celebre Nardini. Ma è nell'immaginazione armonica che l'autore sorprende maggiormente. I suoi lavori sono infatti impreziositi da un uso abbondante del cromatismo e da svolte armoniche inattese, dimostrando una creatività che lo poneva un gradino sopra la maggior parte della sua generazione.

A fronte di tale ricchezza, e dato che la sua musica è oggi reperibile e meravigliosa, non si capisce proprio perché non sia studiato ed eseguito come merita. Sembra quasi che, per una pigrizia tutta italiana, gli sia precluso l'ingresso nei repertori concertistici. I nostri critici musicali appaiono spesso troppo impegnati a scimmiottare la critica tedesca ed esaltare i soliti quattro o cinque compositori che intasano le sale, togliendo spazio alla doverosa riscoperta di questo autore. Evidentemente, nella nostra musicologia, non sempre alberga il buon senso.

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Briciole di storia


Il cacciatore di capolavori

Francesco Algarotti non fu solo un raffinato teorico, ma un vero uomo d'azione al servizio della bellezza. Nel 1743, Augusto III di Sassonia - presso la cui corte di Dresda avrebbero poi trovato gloria anche gli allievi di Alberghi - lo incaricò di viaggiare per l'Italia alla ricerca di opere per la sua galleria reale. Agendo con l'occhio infallibile di un moderno agente, Algarotti acquistò capolavori dei grandi maestri, gettando quel ponte culturale tra l'Italia e la Sassonia che permise non solo alle arti figurative, ma anche alla grande musica strumentale italiana, di trovare una seconda patria nel cuore dell'Europa.

Questo capolavoro teatrale e sontuoso di Giambattista Tiepolo raffigura il celebre banchetto con il quale Cleopatra stupì Marco Antonio.
Il Banchetto di Cleopatra (1743), Olio su tela di Giovanni Battista Tiepolo, National Gallery of Victoria, Melbourne.
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