La vita
La sua breve carriera, sia nel periodo formativo che in quello della sua prematura scomparsa, si colloca interamente nella fase iniziale e fondativa del Barocco, di cui è stato uno dei primi esponenti.
Nato a Monza nella seconda metà del XVI secolo, come attestano le firme "Don Baptista Ala de Monza" apposte sulle sue pubblicazioni, Giovanni Battista Ala fu una figura di rilievo nel panorama organistico e compositivo lombardo del primo Seicento. La sua carriera professionale si svolse principalmente a Milano, dove ricoprì il prestigioso incarico di organista presso la chiesa dei Servi, ruolo che gli permise di entrare in contatto con i fermenti musicali più vivi della città e di farsi apprezzare come esecutore e creatore.
La sua parabola artistica fu intensa ma segnata da una tragica brevità. Le fonti storiche, in particolare il Picinelli, riferiscono che la morte lo colse alla giovane età di soli trentadue anni. Questa precocità ha generato in passato non poca confusione tra i biografi. Sebbene alcuni, come il Gerber, abbiano ipotizzato la sua scomparsa già nel 1612, tale datazione è smentita inequivocabilmente dalla sua attività editoriale. Le sue opere, infatti, videro la luce in un arco temporale che va dal 1617 fino al 1634, anno in cui alcune sue composizioni furono pubblicate postume persino ad Anversa, a testimonianza di una fama che aveva valicato i confini italiani.
Dal punto di vista stilistico, Ala si distinse come un convinto e raffinato cultore del nuovo stile monodico e concertante. Lungi dall'essere un conservatore, abbracciò le moderne tendenze del tempo, come dimostrano i suoi Concerti Ecclesiastici e le raccolte di madrigali e arie accompagnate da clavicordo o chitarrone. La sua produzione, che spazia dal sacro al profano (con titoli evocativi come Armida abbandonata & l'Amante occulto), rivela una scrittura attenta alla parola e all'espressione degli affetti, tipica della sensibilità barocca nascente.
Aneddoto
L'eco di un talento interrotto
La vita di Giovanni Battista Ala si concluse con una tragica precocità che ha privato il Seicento lombardo di uno dei suoi protagonisti più promettenti. Secondo le cronache del Picinelli, il compositore si spense a soli trentadue anni, proprio nel momento di massima fioritura creativa. Sebbene le cause della morte rimangano avvolte nel silenzio delle fonti, la sua voce non tacque con lui, perché la stima di cui godeva era tale che le sue opere continuarono a essere stampate postume e diffuse dai prestigiosi editori di Anversa anni dopo la sua scomparsa, testimonianza di un'arte capace di sopravvivere alla fragilità della vita umana.
Le opere
La produzione di Giovanni Battista Ala spazia con disinvoltura dal sacro al profano, offrendo una preziosa testimonianza del passaggio verso il nuovo stile monodico e concertante. Nel campo della musica vocale da camera, egli si dimostrò attento alle più moderne prassi esecutive: ne è prova il suo primo libro di Canzonette e Madrigali a 2, pubblicato a Milano nel 1617, che reca l'indicazione specifica "accomodate per cantare co'l clavicordo, chitarrone & altri strumenti", suggerendo soluzioni timbriche di grande raffinatezza. A questo filone, intriso di quella sensibilità per gli affetti tipica del primo Seicento, appartiene anche la suggestiva raccolta del 1625 dal titolo evocativo Armida abbandonata & l'Amante occulto, che comprende madrigali a quattro voci e arie solistiche.
Ancora più vasto e significativo è il corpus della musica religiosa, dominato dalla serie dei Concerti Ecclesiastici. Di questa imponente produzione ci sono giunti i primi due libri (editi a Milano rispettivamente nel 1618 e nel 1621), mentre del quarto libro (1628) e di un quinto libro di madrigali (citato nell'inventario della biblioteca di Re Giovanni IV del Portogallo) si sono purtroppo perse le tracce dirette. La fama di Ala non rimase tuttavia confinata entro le mura milanesi o italiane, perché la sua musica varcò le Alpi grazie ai celebri editori eredi di Pietro Phalèse, che ad Anversa inclusero numerosi suoi mottetti nelle prestigiose antologie Luscinia sacra (1633) e Pratum musicum (1634), consacrandolo postumo come un autore di respiro europeo.
A fronte di una tale ricchezza, sancita persino dall'editoria internazionale dell'epoca, è motivo di profondo sdegno constatare il silenzio che oggi avvolge la figura di Ala. La musicologia contemporanea, spesso vittima di una pigrizia tutta italiana, sembra aver abdicato al proprio dovere di custode. E così, mentre nelle sale da concerto si propinano con intellettualistico compiacimento musiche "concettuali" o si reiterano stancamente i soliti repertori, di questo maestro non si ascolta nulla. Persino il semplice reperimento delle partiture è divenuto un'impresa titanica, quasi che l'oblio fosse una condanna irreversibile e non una colpa da espiare.
Sarebbe invece un servizio lodevole alla nazione e alla cultura mondiale spezzare questo incantesimo dopo centinaia di anni, riportando alla luce anche solo pezzi staccati - un mottetto, un'aria, senza necessariamente affrontare messe intere - per restituire dignità al nostro passato. Viene da chiedersi, con amara ironia, cosa si insegni realmente nei nostri Conservatori: possibile che, schiavi di una venerazione esterofila per i soliti tre o quattro autori tedeschi, non resti spazio per studiare e valorizzare chi, come Giovanni Battista Ala, ha contribuito a costruire l'identità musicale del nostro Paese?
Briciole di storia
Un amore barocco oltre la morte
Proprio negli stessi anni in cui Ala dava alle stampe a Milano la sua raccolta dal titolo evocativo Armida abbandonata & l'Amante occulto (1625), esplorando in musica i confini della perdita e del dolore, una vicenda reale incarnava perfettamente quel gusto barocco per la meraviglia e il tragico. Il celebre viaggiatore Pietro Della Valle, di ritorno dai suoi lunghi peregrinaggi in Oriente, stava compiendo un'impresa che avrebbe commosso l'Italia intera. Dopo aver sposato in Persia la bellissima assira Sitti Maani e averla tragicamente perduta durante il viaggio verso l'India, Pietro si era rifiutato di dirle addio.
In un gesto di struggente follia amorosa, fece imbalsamare il corpo dell'amata e, per quattro lunghi anni, continuò le sue avventure attraverso l'Asia portando sempre con sé il feretro, incapace di separarsene. Quando finalmente giunse a Roma nel 1626, mentre la musica di Ala risuonava nelle chiese lombarde, celebrò per lei un funerale sfarzoso nella basilica di Santa Maria in Aracoeli, degno di una regina. Questa storia dimostra come l'estetica degli "affetti" e dei forti contrasti emotivi, che Ala traduceva in note, fosse lo specchio fedele di un secolo che viveva l'amore e la morte con intensità a dir poco spettacolare.
Pubblico dominio (Commons)