Origini, studi e formazione musicale
Milano e le radici familiari
Vincenzo Jannacci nasce a Milano il 3 giugno 1935 in una famiglia profondamente segnata dall’esperienza della guerra. Il padre Giuseppe, maresciallo dell’Aeronautica Militare, partecipa alla Resistenza durante la seconda guerra mondiale e sarà protagonista della difesa della sede dell’Aviazione milanese in piazza Novelli. Le storie e i ricordi paterni lasceranno un’impronta profonda nella sensibilità del futuro cantautore e diventeranno in seguito materia narrativa per alcune delle sue canzoni più celebri. La madre Maria Mussi, originaria del comasco, lavora come sarta e rappresenta il lato più quotidiano e domestico dell’ambiente familiare in cui Jannacci cresce.
La formazione musicale
Dopo aver conseguito la maturità scientifica nel 1954 al liceo Albert Einstein di Milano, Jannacci intraprende studi musicali approfonditi al Conservatorio Giuseppe Verdi della città, dove consegue il diploma in armonia, composizione e direzione d’orchestra. Questa formazione accademica rappresenta uno dei tratti distintivi del suo profilo artistico: a differenza di molti altri protagonisti della canzone italiana del dopoguerra, Jannacci possiede una preparazione musicale solida e sistematica, che influenzerà il suo stile pianistico e la costruzione delle sue canzoni.
Il contesto milanese
La Milano degli anni cinquanta, dinamica e attraversata da fermenti culturali, diventa il terreno ideale per la sua crescita artistica. In quegli anni la città vede nascere nuovi luoghi di sperimentazione musicale e teatrale, tra jazz club, cabaret e locali notturni che accolgono giovani artisti desiderosi di rompere con la tradizione melodica dominante. Jannacci si inserisce presto in questo ambiente, sviluppando un linguaggio che mescola musica, ironia e osservazione sociale.
Il medico e l’artista
La scelta della medicina
Accanto alla carriera musicale, Jannacci intraprende un percorso accademico completamente diverso: quello medico. Nel 1969 si laurea in medicina all’Università degli Studi di Milano, una scelta fortemente influenzata dal padre, che desiderava per lui una professione capace di metterlo a contatto con la sofferenza e con la realtà concreta delle persone. Jannacci non abbandonerà mai questa dimensione: per tutta la vita continuerà a esercitare la professione medica, parallelamente all’attività artistica.
La formazione internazionale
Per perfezionare la propria preparazione si trasferisce per un periodo in Sudafrica, entrando nell’équipe del cardiochirurgo Christiaan Barnard, celebre per aver realizzato il primo trapianto di cuore nella storia della medicina. Successivamente prosegue gli studi negli Stati Uniti, alla Columbia University di New York e al Queens College, approfondendo in particolare i campi della terapia intensiva e della chirurgia toracica.
Una doppia identità
Nonostante il crescente successo musicale, Jannacci continuerà sempre a lavorare come medico, prima come cardiologo e poi come medico di famiglia. Tra i suoi pazienti figurano anche amici e colleghi del mondo dello spettacolo come Teo Teocoli, Massimo Boldi e Renato Pozzetto. Lo stesso Jannacci ha spesso ricordato di essersi sentito, prima di tutto, un medico: la pratica clinica, il contatto con le fragilità umane e la vita quotidiana delle persone diventeranno una fonte inesauribile di osservazioni che alimenteranno anche la sua produzione artistica.
Vita privata
La famiglia
Nel 1967 Enzo Jannacci sposa Giuliana Paola Orefice, detta Pupa. Il matrimonio durerà tutta la vita e rappresenterà un punto di riferimento stabile accanto alla sua intensa attività artistica e professionale. Nel 1972 nasce il loro unico figlio, Paolo Jannacci, che in seguito intraprenderà a sua volta la carriera musicale come pianista, compositore e arrangiatore, collaborando spesso con il padre nei concerti e nelle registrazioni.
Un equilibrio difficile
La vita familiare, la professione medica e la carriera artistica convivono per decenni in un equilibrio non sempre semplice. Jannacci riesce tuttavia a mantenere una dimensione privata relativamente discreta rispetto alla notorietà pubblica, preferendo raccontare nelle sue canzoni non tanto la propria vita quanto quella degli altri: i personaggi marginali, gli ultimi, i perdenti, gli uomini e le donne delle periferie urbane che popolano il suo immaginario poetico.
Il medico dei comici milanesi
Per molti anni Enzo Jannacci esercitò la professione medica anche per amici e colleghi del mondo dello spettacolo. Tra i suoi pazienti figuravano comici come Teo Teocoli, Massimo Boldi e Renato Pozzetto. Non era raro che, tra una visita e una prova musicale, il medico Jannacci tornasse pianista o cantautore, incarnando una doppia identità davvero unica nella storia dello spettacolo italiano.
Gli esordi musicali e la nascita del rock italiano (anni cinquanta)
Milano e il nuovo ritmo del dopoguerra
La carriera musicale di Enzo Jannacci prende forma nella Milano degli anni cinquanta, una città in piena trasformazione culturale. Dopo il diploma in armonia, composizione e direzione d’orchestra al Conservatorio Giuseppe Verdi, e dopo aver studiato pianoforte per diversi anni con il maestro Gian Luigi Centemeri, il giovane musicista inizia a frequentare i locali notturni e gli ambienti del cabaret milanese. Qui mostra subito una doppia inclinazione: da un lato quella musicale, dall’altro una naturale capacità di intrattenimento e improvvisazione che lo porterà presto verso il teatro e la comicità.
Il jazz e il rock and roll
In questi anni Jannacci si avvicina al jazz, suonando il pianoforte in diversi locali della città e entrando in contatto con musicisti italiani e internazionali. Parallelamente scopre il rock and roll, il nuovo linguaggio musicale che sta conquistando l’America grazie a figure come Chuck Berry, Bill Haley ed Elvis Presley. Questa doppia influenza – jazzistica e rock – contribuirà a definire il carattere originale della sua musica.
I Rocky Mountains
Nel 1956 entra come tastierista nel gruppo Rocky Mountains, guidato dal cantante Tony Dallara. Il complesso si esibisce in alcuni dei locali più vivaci della Milano musicale del tempo, come la Taverna Mexico, l’Aretusa e il Santa Tecla. Il successo delle esibizioni consolida la reputazione del giovane pianista, che tuttavia decide di lasciare la formazione dopo pochi mesi per intraprendere nuove collaborazioni.
Adriano Celentano, i Rock Boys e il primo rock italiano
L’incontro con Celentano
Alla fine degli anni cinquanta, grazie all’amico Pino Sacchetti, Jannacci conosce Adriano Celentano, figura emergente della scena musicale milanese. Celentano lo invita a entrare come tastierista nel suo gruppo, i Rock Boys, con cui Jannacci inizia a esibirsi nei principali locali cittadini, contribuendo alla diffusione del rock and roll in Italia.
Il Festival italiano di rock and roll
Il 17 maggio 1957 la band partecipa al primo Festival italiano di rock and roll, organizzato al Palazzo del Ghiaccio di Milano. L’evento rappresenta uno dei momenti simbolici della nascita del rock italiano: l’esibizione del gruppo entusiasma il pubblico e permette a Celentano di ottenere un contratto discografico con la casa Music. In questo contesto Jannacci si afferma come uno dei musicisti che contribuiscono alla nascita della nuova scena giovanile italiana.
Un ambiente musicale in fermento
In quegli anni Milano diventa uno dei centri più vivaci della musica popolare italiana. Attorno ai locali della città ruotano artisti come Clem Sacco, Guidone, Ricky Gianco e lo stesso Celentano. Parallelamente, in altre città italiane emergono nuove figure di cantautori, come Umberto Bindi, Luigi Tenco e Gino Paoli a Genova. Jannacci entra in contatto con molti di questi musicisti, collaborando con loro in diversi progetti.
Il sodalizio con Giorgio Gaber e I Due Corsari
La nascita del duo
Alla fine del 1958 Enzo Jannacci avvia una collaborazione destinata a diventare fondamentale nella storia della musica italiana: quella con Giorgio Gaber. I due musicisti formano il duo I Due Corsari, con il quale incidono alcuni 45 giri per la Dischi Ricordi. Il progetto nasce in un clima di grande sperimentazione artistica, dove ironia, teatro e musica iniziano a fondersi in forme nuove.
I primi dischi
Nel 1959 il duo pubblica i primi singoli, seguiti l’anno successivo da nuovi 45 giri e da due flexi-disc distribuiti con la rivista Il Musichiere. Tra i brani interpretati figurano canzoni umoristiche come Come facette mammeta e Non occupatemi il telefono. Molti anni dopo queste incisioni verranno raccolte nell’album Giorgio Gaber e Enzo Jannacci, pubblicato da una sottoetichetta della Ricordi.
Un sodalizio decisivo
Il rapporto tra Jannacci e Gaber non si limita alla collaborazione musicale. I due condividono una visione artistica che unisce satira, teatro e musica popolare, anticipando molti aspetti del futuro cabaret milanese. Questo sodalizio rappresenta una delle esperienze più originali della scena italiana tra la fine degli anni cinquanta e l’inizio degli anni sessanta.
L’inizio della carriera solista e il teatro
Le prime canzoni
All’inizio degli anni sessanta Jannacci avvia anche la propria carriera solista, pubblicando i primi 45 giri con brani come L’ombrello di mio fratello e Il cane con i capelli. In queste canzoni emerge già uno degli elementi distintivi del suo stile: la fusione tra musica e comicità surreale. Lo stesso autore definirà questo approccio con il termine “schizo”, abbreviazione di schizoide, per indicare un umorismo spiazzante e imprevedibile.
Tra ironia e poesia
Accanto ai brani comici compaiono anche canzoni più intime e liriche, come Passaggio a livello, che Luigi Tenco interpreterà valorizzando Jannacci anche come autore. Fin dagli inizi la sua scrittura si distingue per l’attenzione verso personaggi marginali e figure della vita quotidiana: individui poveri, stravaganti o emarginati che diventeranno protagonisti ricorrenti della sua poetica.
Il teatro e la televisione
Nel 1962 il regista Filippo Crivelli lo chiama a partecipare allo spettacolo teatrale Milanin Milanon, dove canta e recita accanto a interpreti come Tino Carraro, Milly e Sandra Mantovani. Per lo spettacolo Jannacci compone anche una delle sue prime canzoni in dialetto milanese, Andava a Rogoredo. Nello stesso periodo firma con Bruno Bozzetto uno sketch televisivo per Carosello, intitolato Pildo e Poldo, trasmesso fino al 1964.
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Il rock italiano nasce al Palazzo del Ghiaccio
Il 17 maggio 1957 il gruppo dei Rock Boys, con Adriano Celentano alla voce ed Enzo Jannacci al pianoforte, si esibì al primo Festival italiano di rock and roll al Palazzo del Ghiaccio di Milano. L’entusiasmo del pubblico fu tale che l’evento viene spesso ricordato come uno dei momenti simbolici della nascita del rock italiano.
Il Derby Club e la nascita del cabaret milanese
Il Derby Club
Nel 1963 Enzo Jannacci segue come pianista la tournée dell’amico Sergio Endrigo. Nello stesso anno inizia a esibirsi al Derby Club di Milano, uno dei luoghi più importanti della nascente scena del cabaret italiano. In quel locale incontra Dario Fo e stringe amicizia con Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto: da questi incontri nascono collaborazioni artistiche che contribuiranno a definire uno stile nuovo, in cui musica, comicità e teatro si intrecciano in modo originale.
Il cabaret come laboratorio
Il Derby diventa rapidamente un vero laboratorio creativo per una generazione di artisti milanesi. In questo ambiente Jannacci sviluppa una forma di spettacolo personale, fatta di canzoni surreali, monologhi, improvvisazioni e osservazioni ironiche sulla vita quotidiana. È qui che prende forma quella poetica degli “ultimi” e degli emarginati che diventerà una delle cifre più riconoscibili della sua produzione.
Le prime apparizioni cinematografiche
In questi anni Jannacci inizia a comparire anche sul grande schermo. Nel film La vita agra di Carlo Lizzani appare in una breve scena mentre canta Ti te se’ no in un locale frequentato dal protagonista interpretato da Ugo Tognazzi. Nel 1967 partecipa inoltre al film Quando dico che ti amo di Giorgio Bianchi, confermando la sua presenza sempre più frequente nel mondo dello spettacolo.
La Milano di Jannacci e il primo album
Un debutto discografico originale
Nel dicembre 1964 esce il primo album di Enzo Jannacci, La Milano di Enzo Jannacci. Il disco è interamente cantato in dialetto milanese e rappresenta uno dei primi tentativi di raccontare la vita urbana attraverso una prospettiva popolare e ironica. L’album contiene una delle sue canzoni più celebri, El portava i scarp del tennis, storia malinconica e commovente di un senzatetto milanese.
L’esordio televisivo
La canzone viene presentata nello stesso anno nel programma televisivo di Mike Bongiorno La fiera dei sogni, segnando il debutto televisivo del cantautore. La combinazione tra dialetto, comicità e osservazione sociale si rivela subito originale rispetto alla canzone italiana dell’epoca.
I primi singoli
Allo stesso periodo risalgono anche alcuni 45 giri importanti. Tra questi Veronica, con testo scritto da Dario Fo e Sandro Ciotti, racconto ironico di un amore mercenario ambientato in un cinema, e Sfiorisci bel fiore, dedicata al dramma delle morti nelle miniere. Quest’ultimo brano verrà reinterpretato negli anni successivi da artisti come Mina, Gigliola Cinquetti, Pierangelo Bertoli e Francesco De Gregori.
Teatro, dischi dal vivo e nuove sperimentazioni
Lo spettacolo 22 canzoni
Nel 1965 Jannacci torna in teatro con lo spettacolo 22 canzoni, scritto insieme a Dario Fo. Lo spettacolo presenta nuovi brani che uniscono satira sociale, comicità surreale e osservazione della realtà quotidiana. L’esperienza teatrale si rivela particolarmente significativa perché consolida il rapporto tra canzone e teatro che caratterizzerà gran parte della sua carriera.
Il primo album live italiano
Dallo spettacolo nasce l’album Enzo Jannacci in teatro, pubblicato dalla Jolly nel 1965. Il disco rappresenta un esperimento innovativo: si tratta infatti del primo album live realizzato in Italia. I brani vengono registrati direttamente durante una delle repliche al Teatro Odeon di Milano e successivamente pubblicati su LP.
Tra tradizione e invenzione
Tra le canzoni eseguite nello spettacolo figura anche La mia morosa la va alla fonte, costruita su una melodia del XV secolo. Questa melodia verrà poi utilizzata dal giovane Fabrizio De André per la celebre Via del Campo. Consapevole della rielaborazione compiuta da Jannacci, De André riconobbe in seguito la paternità musicale del brano al collega milanese.
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Sei minuti all’alba e la memoria della Resistenza
Un album impegnato
Nel 1966 Jannacci pubblica l’album Sei minuti all’alba. La canzone che dà il titolo al disco affronta il tema della Resistenza, particolarmente caro al cantautore per l’esperienza partigiana del padre durante la seconda guerra mondiale. Il brano racconta i pochi minuti che separano un partigiano catturato dai nemici dalla fucilazione all’alba.
Storie di uomini comuni
Accanto ai temi storici compaiono anche racconti della vita quotidiana. Soldato Nencini narra le difficoltà di integrazione di un giovane soldato meridionale in una caserma del Nord, mentre Faceva il palo, scritto con Walter Valdi, rappresenta un esempio brillante di umorismo milanese in dialetto.
La televisione e Carosello
In questi anni Jannacci realizza anche una nuova scenetta pubblicitaria per Carosello, intitolata Papalla, che resterà in onda per diversi anni e contribuirà ad accrescere la sua popolarità presso il grande pubblico.
Vengo anch’io e il successo nazionale
Il tormentone
Nel 1968 Enzo Jannacci raggiunge una grande popolarità con l’album Vengo anch’io. No, tu no. Il singolo omonimo diventa rapidamente un enorme successo commerciale, arrivando al primo posto nell’hit parade di Lelio Luttazzi. Il ritornello semplice e orecchiabile trasforma la canzone in uno dei tormentoni più noti della musica italiana.
Satira e impegno
Dietro l’apparente leggerezza del brano si nasconde però una satira sociale più profonda. Il personaggio che chiede continuamente «Vengo anch’io?» rappresenta simbolicamente l’individuo escluso dal gruppo, oggetto di scherno e marginalizzazione. Anche Ho visto un re, interpretata insieme a Dario Fo, utilizza il linguaggio dell’ironia per nascondere una critica politica e sociale, diventando uno dei brani simbolo del clima culturale del 1968.
Televisione e spettacolo
Il successo porta Jannacci a partecipare a numerosi programmi televisivi, tra cui Quelli della domenica, accanto agli amici del Derby Club come Cochi e Renato, Lino Toffolo e Felice Andreasi. La sua presenza scenica dimostra una sorprendente naturalezza anche davanti alle telecamere, confermando il talento già mostrato sul palco teatrale.
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Canzonissima e la parentesi medica
Canzonissima 1968
Nello stesso anno Jannacci partecipa alla dodicesima edizione di Canzonissima e raggiunge la finale. Vorrebbe presentare Ho visto un re nello scontro decisivo contro Gianni Morandi, ma la commissione Rai giudica il brano troppo politicamente polemico e ne impedisce l’esecuzione. Il cantautore è costretto a ripiegare su Gli zingari, canzone più malinconica e introspettiva che non incontra il favore del pubblico.
Una pausa necessaria
La delusione per l’episodio, unita alla pressione del successo improvviso, spinge Jannacci a prendersi una pausa dal mondo dello spettacolo. Per circa quattro anni si dedica nuovamente agli studi di medicina, trascorrendo periodi in Sudafrica e negli Stati Uniti per approfondire la propria formazione in chirurgia e cardiologia.
La collaborazione con Barnard
In Sudafrica lavora accanto al cardiochirurgo Christiaan Barnard, protagonista del primo trapianto di cuore nella storia della medicina. Questa esperienza rafforza ulteriormente la doppia identità di Jannacci, artista e medico, che continuerà a caratterizzare la sua vita professionale.
Il ritornello più famoso d’Italia
Quando uscì nel 1968, la canzone Vengo anch’io. No, tu no sembrava una semplice canzonetta ironica. In realtà, dietro il celebre ritornello si nascondeva una satira sociale: il protagonista rappresentava l’individuo escluso dal gruppo, quello che tutti prendono in giro ma che non deve mai ridere. Proprio questa ambiguità tra comicità e critica sociale contribuì al successo duraturo del brano.
Tra medicina e nuove canzoni: la fama cala, la scrittura no (1970–1972)
Un artista meno esposto, non meno vivo
Nei primi anni Settanta, mentre approfondisce la propria formazione medica tra Sudafrica, Stati Uniti e rientri in Italia, Enzo Jannacci vede affievolirsi la visibilità conquistata alla fine del decennio precedente. La notorietà cala, ma la vena creativa non si spegne affatto. Anzi, proprio in questa fase meno rumorosa prende forma una produzione di grande intensità, spesso meno appariscente ma più profonda. Dopo la pubblicazione della raccolta Le canzoni di Enzo Jannacci, escono tra il 1970 e il 1972 altri due album, La mia gente e Jannacci Enzo, che confermano la sua capacità di muoversi tra ironia, malinconia e impegno civile.
Messico e nuvole
Tra i brani che emergono in questo periodo c’è Messico e nuvole, scritta da Paolo Conte e destinata a diventare una delle canzoni più amate del repertorio jannacciano. Accanto a essa si collocano pezzi di tono più aspro e politico, come Ragazzo padre, che affronta con lucidità il tema dell’abbandono e dell’indifferenza delle istituzioni verso chi resta ai margini delle morali ufficiali. Jannacci continua così a raccontare una società scomoda, ferita, spesso ipocrita, scegliendo sempre il punto di vista dei fragili e dei dimenticati.
Ohé sunt chì
Nel tentativo di rilanciare la propria presenza pubblica, realizza insieme allo scrittore e giornalista Luciano Bianciardi un programma intitolato Ohé sunt chì, come una delle canzoni nate nel fertile sodalizio con Dario Fo. È un segnale importante: anche mentre la ribalta si attenua, Jannacci continua a reinventarsi e a cercare forme nuove per portare la propria voce tra musica, parola e teatro.
Televisione, cinema e teatro: il ritorno per vie traverse
Senza rete e gli amici di sempre
Nel 1970 Jannacci partecipa con Mina alla prima puntata della terza serie di Senza rete, eseguendo Messico e nuvole, La mia gente e un medley che tiene insieme alcuni dei suoi brani più noti. È una presenza importante, perché lo riporta davanti al grande pubblico in un contesto di prestigio televisivo. Due anni dopo torna anche accanto a Cochi e Renato nello spettacolo televisivo Il buono e il cattivo, riaffermando il legame profondo con il gruppo del Derby e con quella comicità milanese che aveva contribuito a fondare.
Monicelli e Ferreri
In questi stessi anni il cinema gli offre ruoli memorabili. Nel 1970 Mario Monicelli lo vuole nell’episodio Il frigorifero del film Le coppie, dove Jannacci interpreta Gavino Puddu, un venditore ambulante sardo schiacciato dalla miseria e dal desiderio piccolo-borghese di un frigorifero comprato a rate. L’anno successivo Marco Ferreri gli affida il ruolo centrale de L’udienza: Jannacci è un uomo semplice e stralunato che vuole ostinatamente incontrare il Papa, ma finisce travolto dalla burocrazia e dall’assurdità del sistema. È un personaggio perfettamente jannacciano: comico, tragico, disarmato e insieme ostinato.
Il teatro scritto da lui
Tornato stabilmente in Italia, Jannacci scrive in pochi mesi due nuove pièces teatrali, Il poeta e il contadino e Saltimbanchi si muore, occupandosi anche della regia. Nel primo caso, grazie al coinvolgimento di Cochi e Renato, nasce anche una versione televisiva. Jannacci vi compare solo in una puntata, ma lascia il segno con brani come Il panettiere, Canzone intelligente e La mia zia. Anche qui si ritrova la sua cifra più tipica: la capacità di stare tra musica e scena senza appartenere interamente né all’una né all’altra.
Colonne sonore, Cochi e Renato e la musica che si nasconde (1974–1979)
La musica per il cinema
A partire dal 1974 Jannacci apre un nuovo fronte della propria attività artistica componendo colonne sonore per il cinema. La prima accompagna Romanzo popolare di Mario Monicelli, e sarà seguita da lavori per film come Pasqualino Settebellezze di Lina Wertmüller, L’Italia s’è rotta di Steno, Sturmtruppen, Gran bollito, Saxofone e, più tardi, Piccoli equivoci. Questa produzione mostra quanto Jannacci sapesse muoversi anche da compositore puro, portando nel cinema la stessa miscela di malinconia, grottesco e tenerezza che abitava le sue canzoni.
E la vita, la vita
Nel 1974 firma insieme a Cochi e Renato la sigla di Canzonissima, la celeberrima E la vita, la vita, e una serie di altri brani comico-demenziali che resteranno nella memoria collettiva. È uno dei momenti in cui il suo talento di autore per altri si manifesta con maggiore evidenza: Jannacci sa scrivere canzoni che sembrano leggere e bizzarre, ma che spesso nascondono un rigore musicale e un’intelligenza drammaturgica fuori dal comune.
Quattro dischi in silenzio
Nella seconda metà degli anni Settanta la sua esposizione pubblica diminuisce. Si dedica soprattutto alla medicina, compare meno in televisione e quasi non va in tournée fino al 1979. Eppure pubblica quattro album di inediti in appena cinque anni. È una stagione poco appariscente, ma densissima: la sua musica sembra quasi ritirarsi in ombra, senza però perdere forza o originalità. Jannacci non appare preoccupato dal fatto di essere meno al centro della scena. Continua semplicemente a fare quello che ha sempre fatto: scrivere, osservare, trasformare in musica l’assurdità del mondo.
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Quelli che…, O vivere o ridere e il ritorno sulle scene (1975–1979)
Quelli che…
Nel 1975 entra in studio con Tullio De Piscopo e Bruno De Filippi e registra Quelli che…, uno dei dischi più importanti della sua carriera. L’album, uscito per l’etichetta Ultima Spiaggia, contiene l’omonimo brano, sarcastico catalogo umano che sarebbe diventato uno dei suoi pezzi più celebri, ma anche canzoni come Vincenzina e la fabbrica, ritratto doloroso di una giovane donna travolta dal mondo industriale, El me indiriss, che guarda all’infanzia, e Il monumento, feroce invettiva contro la guerra. Accanto alle canzoni, come spesso accade in Jannacci, trovano spazio intermezzi parlati e inserti grotteschi, tra cui la voce dell’amico Beppe Viola.
Tra ironia e teatro del linguaggio
Nel 1976 pubblica O vivere o ridere, seguito nel 1977 da Secondo te… Che gusto c’è?. In questi dischi convivono traduzione, reinvenzione, monologo teatrale, canzone d’autore e comicità pura. Jannacci canta La costruzione, rielaborazione di un brano brasiliano, firma l’esilarante Jannacci arrenditi! e si muove sempre più liberamente dentro una forma musicale che ormai gli appartiene soltanto: una canzone che può diventare sketch, confessione, satira, dialogo, smorfia, invettiva.
Foto ricordo e il ritorno ai concerti
Nel 1978 lavora alla colonna sonora di Saxofone con Renato Pozzetto e comincia a sperimentare anche sul piano dell’immagine, girando video in giro per Milano e al Derby con Massimo Boldi, Diego Abatantuono e Giorgio Faletti. Ma è nel 1979, con Foto ricordo e con lo spettacolo Saltimbanchi si muore, che torna davvero a organizzare concerti e tournée. Dopo anni di relativa invisibilità, Jannacci riaffiora sulla scena con la stessa irriducibile stranezza di sempre: meno moda, più sostanza; meno clamore, più verità.
Via del Campo prima di Via del Campo
In uno degli spettacoli teatrali degli anni Sessanta Jannacci cantava La mia morosa la va alla fonte, costruita su una melodia antica del Quattrocento che lui aveva rielaborato. Qualche anno dopo Fabrizio De André la utilizzò per Via del Campo, accorgendosi poi che quella versione passava proprio attraverso Jannacci. Quando i due si chiarirono, De André riconobbe senza problemi la paternità musicale del collega milanese. Una piccola storia che racconta bene quanto Jannacci fosse già allora, spesso senza clamore, dentro il cuore della canzone italiana.
Il ritorno sulle scene e l’incontro con Paolo Conte (1979–1980)
Foto ricordo e la fine della semioscurità
Dopo alcuni anni in cui la sua presenza pubblica si era fatta più rara, Enzo Jannacci torna a occupare uno spazio centrale nella musica italiana alla fine degli anni Settanta. Il disco Foto ricordo segna l’inizio di questa nuova fase, ma conta soprattutto la decisione di riprendere con continuità l’attività dal vivo. Per Jannacci il concerto non è un semplice passaggio promozionale: è il luogo naturale del rapporto con il pubblico, quello stesso rapporto diretto, ironico e umano che aveva animato gli anni del Derby e delle sale teatrali milanesi.
Paolo Conte come compagno di strada
In questo periodo Paolo Conte diventa una presenza importante non solo sul piano artistico, ma anche umano. I due lavorano insieme a brani come Sudamerica e soprattutto Bartali, canzone destinata a diventare una delle più amate del repertorio jannacciano. Il tributo al grande ciclista non è soltanto sportivo: è un omaggio a una figura capace di incarnare sacrificio, tenacia e sobrietà. Quando Conte invita Jannacci a partecipare a una sua serata al Teatro Pier Lombardo di Milano, il ritorno sul palco assume un valore simbolico: non è soltanto una presenza occasionale, ma l’avvio di una nuova stagione.
Un rientro pieno di energia
Poco dopo Jannacci gira anche il video di Bartali, in cui compare persino la moglie Giuliana Orefice, solitamente restia a esporsi pubblicamente accanto al marito. È il segno di un clima rinnovato, di una ritrovata disponibilità a rimettersi in gioco. Da quel momento la sua carriera conosce una nuova fase di vitalità, fatta di concerti, televisioni, interviste e riconoscimenti.
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Ci vuole orecchio e il grande ritorno al pubblico (1980–1981)
Il ritorno alla Ricordi
All’inizio degli anni Ottanta Jannacci riconquista un posto di primo piano nella musica italiana. Il ritorno alla Ricordi, la casa discografica dei primi anni, ha un forte valore simbolico: il mercato e il pubblico si accorgono di nuovo di lui. La televisione pubblica gli dedica uno speciale condotto da Dario Fo, e l’interesse suscitato dall’evento conferma che il cantautore milanese è tutt’altro che una figura del passato. Intanto esce anche il volume Canzoni di Enzo Jannacci, con copertina di Emanuele Luzzati e un importante saggio introduttivo di Gianfranco Manfredi, che prova a leggere organicamente i primi venticinque anni della sua attività artistica.
Ci vuole orecchio
In poco più di un anno Jannacci scrive e pubblica Ci vuole orecchio, album trainato dall’omonima title track, che diventa rapidamente un successo popolare. È il suo disco più venduto dai tempi di Vengo anch’io. No, tu no e rappresenta una nuova vetta di comunicazione con il pubblico. La canzone, apparentemente leggera, ha il tipico timbro jannacciano: ironia, ritmo, osservazione del quotidiano e un’intelligenza musicale che non ha bisogno di ostentarsi.
Nuove registrazioni e Milva
Nello stesso periodo esce anche Nuove registrazioni, raccolta che ripropone alcuni classici come L’Armando, El portava i scarp del tennis e La luna e la lampadina. Intanto Jannacci cura gli arrangiamenti di un disco di Milva che reinterpreta sue canzoni come Per un basin, Soldato Nencini e Non finirà mai. È un passaggio importante anche per la ricezione della sua opera: ascoltare quei brani affidati alla voce potente e drammatica di Milva significa coglierne con maggiore chiarezza la qualità compositiva e poetica.
La tournée del tendone e i concerti in televisione (1981–1982)
Un tour fuori misura
Il 14 febbraio 1981 prende il via una grande tournée italiana che conferma il ritorno di Jannacci a un rapporto pieno e diretto con il pubblico. Il cantautore gira la penisola portando con sé persino un tendone da cinquemila posti, allestito nell’area di San Siro con il sostegno dell’ARCI. Non è una semplice tournée: è quasi una dichiarazione di metodo, un modo per ricreare un luogo di incontro popolare e non convenzionale, coerente con il suo stile artistico. Con lui c’è l’orchestra che lo accompagna ormai da anni, tra cui Sergio Farina alla chitarra, destinato a restare uno dei collaboratori più fedeli del suo percorso musicale.
La televisione racconta Jannacci
Nello stesso periodo la Rai trasmette uno speciale in cui Jannacci racconta la lavorazione del nuovo album e rievoca con schiettezza gli anni condivisi con Giorgio Gaber. Il tono delle sue dichiarazioni è tipicamente suo: autoironico, affettuoso, privo di ogni retorica. Anche nel ricordo del duo con Gaber rifiuta qualsiasi mitizzazione e preferisce parlare della goffaggine, delle stonature, dell’energia caotica degli inizi.
E allora concerto
Alla fine del 1981 esce E allora concerto, album dal vivo al quale collabora anche Beppe Viola. Uno dei concerti viene trasmesso dalla Rai, che però interviene pesantemente per attutire o mascherare alcune frasi ritenute eccessive o scomode. È un dettaglio significativo: Jannacci resta un artista ormai popolare, ma mai del tutto addomesticabile. La televisione lo ospita, lo celebra, ma continua anche a temerne l’irregolarità.
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Beppe Viola, Discogreve e il ritorno con Gaber (1982–1984)
Il colpo della perdita
Il 17 ottobre 1982 muore Beppe Viola, amico strettissimo, complice intellettuale e presenza decisiva in molte canzoni del repertorio jannacciano. La sua scomparsa colpisce profondamente Enzo, che rallenta il lavoro sul nuovo album e attraversa un momento di riflessione dolorosa. Viola aveva lasciato il segno in brani fondamentali come Rido, Secondo te... Che gusto c’è?, Saxophone e Vincenzina e la fabbrica; perderlo significava perdere non solo un collaboratore, ma una parte essenziale del proprio mondo umano e artistico.
Discogreve
Quando nel 1983 esce finalmente Discogreve, l’album non ottiene il riscontro sperato e si rivela un insuccesso. È uno di quei momenti in cui la parabola di Jannacci sembra di nuovo sottrarsi alle logiche del mercato. Eppure, anche in una fase meno felice sul piano commerciale, il suo profilo artistico rimane ricchissimo: partecipa a Saint Vincent Estate con due brani tratti dal disco e continua a lavorare nel cinema e in televisione.
Ja-Ga Brothers
Il 1984 è invece un anno pieno di impegni e di segnali forti. Jannacci recita nel film di Lina Wertmüller Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada, partecipa a Elettrochoc dei Matia Bazar con la propria voce e soprattutto ritrova Giorgio Gaber per reincidere quattro vecchie canzoni nel mini album Ja-Ga Brothers. È un ritorno che ha il sapore della memoria, ma anche della conferma: due artisti diversissimi e vicinissimi, che continuano a parlarsi attraverso la musica dopo decenni di storia comune.
Il tendone di San Siro
Nel 1981, per tornare davvero a incontrare il suo pubblico, Jannacci non si accontentò dei teatri tradizionali: portò in tournée un enorme tendone da cinquemila posti montato nella zona di San Siro. Era una scelta perfettamente jannacciana: trasformare il concerto in una specie di piazza mobile, a metà tra circo, teatro popolare e ritrovo di periferia. Un modo per ricordare che la sua musica, prima di tutto, viveva nel contatto diretto con la gente.
Televisione e recital negli anni Ottanta
Gransimpatico
Tra il 1984 e il 1985 Enzo Jannacci torna con continuità alla televisione, diventando una presenza familiare per il pubblico. Su Rai 2 conduce il varietà Gransimpatico insieme a Maria Teresa Ruta e Josy Nowack. Il programma riunisce molti dei protagonisti della scena artistica italiana: tra gli ospiti compaiono Massimo Boldi, Teo Teocoli, Paolo Conte, Dario Fo, Diego Abatantuono, Maurizio Micheli, Vasco Rossi e Giorgio Gaber. Con quest’ultimo Jannacci condivide momenti musicali e ironici che riprendono lo spirito delle prime collaborazioni degli anni Cinquanta.
Un autore anche fuori dalla musica d’autore
Nello stesso periodo scrive anche l’inno dell’AC Milan, squadra di cui è tifoso dichiarato. La televisione lombarda Antenna 3 trasmette inoltre uno spettacolo dedicato alla sua musica all’interno del programma Effetto concerto, dove interpreta brani del proprio repertorio e pezzi come Mario, scritto da Pino Donaggio.
L’importante
Nel 1985 pubblica il disco L’importante. Le canzoni sembrano leggere e ironiche, ma nascondono una critica precisa alla società italiana degli anni Ottanta e ai nuovi modelli culturali emergenti. Brani come Son s’cioppàa riflettono con sarcasmo sul culto dell’immagine e sull’estetica dei cosiddetti “yuppies”. Subito dopo Jannacci porta in teatro il recital Niente domande, prima di prendersi una breve pausa artistica.
Parlare con i limoni e la memoria di Tenco
Un nuovo disco
Nel 1987 esce l’album Parlare con i limoni, che segna il ritorno discografico di Jannacci dopo alcuni anni di silenzio. Il brano omonimo contiene un riferimento intenso a Luigi Tenco, amico e collega che Jannacci aveva conosciuto negli anni Sessanta. Il cantautore milanese ricorda il dramma della sua morte citando la canzone Il tempo dei limoni e sottolineando con amarezza quanto Tenco non abbia avuto il riconoscimento che meritava.
Il nuovo tour
Per promuovere il disco Jannacci intraprende una tournée durante la quale mette in scena uno spettacolo tipicamente jannacciano, fatto di musica, monologhi e improvvisazioni. In uno dei momenti più ironici dialoga persino con la propria immagine proiettata su uno schermo, commentando con autoironia la propria voce e ricordando scherzosamente la chiarezza espressiva dell’amico Giorgio Gaber.
L’importante è esagerare
Alla fine del decennio la Rai realizza una serie televisiva dedicata alla sua carriera, L’importante è esagerare. Le sette puntate ripercorrono trent’anni di musica e spettacolo, dalle prime esperienze al Derby fino ai lavori più recenti. Le interviste registrate sul Naviglio e nella casa milanese dell’artista offrono un ritratto personale di Jannacci e della trasformazione della musica italiana nel dopoguerra.
Sanremo, jazz e nuovi riconoscimenti (1989–2000)
I festival di Sanremo
Nel 1989 Jannacci partecipa per la prima volta al Festival di Sanremo con la canzone Se me lo dicevi prima, dedicata al tema della droga. Il risultato non è particolarmente brillante, ma l’esperienza segna l’ingresso dell’artista in una fase nuova della carriera. Due anni dopo torna sul palco dell’Ariston con La fotografia, interpretata insieme alla cantante tedesca Ute Lemper: il brano ottiene il Premio della Critica e conferma la qualità della sua scrittura.
Guarda la fotografia
Nello stesso periodo pubblica l’album Guarda la fotografia, uno dei lavori più significativi della sua discografia matura. Con arrangiamenti di Celso Valli, il disco contiene brani intensi come Il gruista, I dispiaceri, L’alfabeto muore e La strana famiglia, cantata insieme a Giorgio Gaber. Nel 1994 torna a Sanremo con Paolo Rossi per presentare I soliti accordi, canzone ironica e dissacrante che mantiene lo spirito anticonvenzionale tipico di Jannacci.
Quando un musicista ride
Nel 1998 partecipa nuovamente al Festival con Quando un musicista ride, che ottiene ancora una volta il Premio della Critica per il miglior testo. La canzone diventa il titolo di una raccolta che include anche brani inediti, tra cui uno scritto insieme a Dario Fo. In questi anni Jannacci recupera anche la sua passione originaria per il jazz, culminata nello spettacolo Viva il jazz presentato nel 1999 al Teatro Smeraldo di Milano.
Video selezionati dal canale ItalianOpera:
Gli ultimi lavori e il rapporto con il figlio Paolo (2000–2011)
Premi e nuovi dischi
Nel 2000 Enzo Jannacci riceve il Premio Ciampi alla carriera. L’anno successivo pubblica Come gli aeroplani, album dedicato alla figura del padre e realizzato con la collaborazione del figlio Paolo. Il disco include numerosi brani inediti e una versione italiana di The Windmills of Your Mind di Michel Legrand, dimostrando ancora una volta la capacità dell’artista di fondere tradizione, jazz e canzone d’autore.
Le Targhe Tenco
Nel 2002 vince la Targa Tenco per la miglior canzone con Lettera da lontano. L’anno successivo pubblica L’uomo a metà, il cui brano omonimo ottiene nuovamente la Targa Tenco. È la conferma che, anche negli ultimi anni della carriera, Jannacci resta una delle voci più autorevoli della canzone italiana.
The Best 2006
Nel 2006 esce la raccolta The Best, un doppio CD che riunisce trentacinque brani della sua lunga carriera, riarrangiati e prodotti dal figlio Paolo Jannacci. Accanto ai classici compaiono anche tre pezzi inediti e una nuova versione di Bartali cantata insieme a Paolo Conte. Nel 2011 la casa discografica Ala Bianca ristampa in formato digitale alcuni album storici degli anni Settanta, riportando all’attenzione del pubblico una fase fondamentale della sua produzione artistica.
Il dialogo con se stesso
Durante uno dei concerti del tour del 1987 Jannacci mise in scena uno sketch surreale: sul palco parlava con la propria immagine proiettata su un grande schermo. La figura sul video lo rimproverava scherzosamente perché non si capivano le parole delle sue canzoni, mentre lui replicava citando l’amico Giorgio Gaber come esempio di chiarezza. Era uno dei tanti momenti in cui Jannacci trasformava il concerto in teatro improvvisato.
Il teatro
Gli inizi nel cabaret
Enzo Jannacci muove i primi passi nel mondo dello spettacolo a metà degli anni Cinquanta, esibendosi nei piccoli teatrini di cabaret milanesi. Fin da subito il pubblico ne apprezza il talento comico, la capacità di improvvisazione e un modo tutto personale di unire musica e teatro. Nel 1962 il regista Filippo Crivelli lo scrittura per lo spettacolo Milanin Milanon, rappresentato al Teatro Gerolamo con Tino Carraro e Milly: è l’inizio di una lunga attività teatrale parallela a quella musicale.
Il sodalizio con Dario Fo
Al Derby Club di Milano Jannacci viene notato anche da Dario Fo, con il quale nel 1964 realizza il recital 22 canzoni. Lo spettacolo ottiene un grande successo e registra quasi un mese di repliche tutte esaurite al Teatro Odeon. Da quel momento la dimensione teatrale diventa uno degli elementi più importanti della sua carriera.
Gli spettacoli degli anni Settanta e Ottanta
Nel corso degli anni Jannacci interpreta e realizza numerosi lavori teatrali, tra cui Il poeta e il contadino (1973), Saltimbanchi si muore (1979) e il recital Niente domande (1985). Nel 1986 porta in scena lo spettacolo Parlare con i limoni, seguito dal recital Tempo di pace… pazienza!. Nel 1991 interpreta con Giorgio Gaber, Felice Andreasi e Paolo Rossi una versione molto personale di Aspettando Godot di Samuel Beckett.
Gli ultimi lavori teatrali
Negli anni successivi Jannacci continua a frequentare il teatro con progetti originali e sperimentali. Nel 1998 presenta lo spettacolo È stato tutto inutile, mentre nel 2004 firma la regia de La storia del mago al Teatro dei Filodrammatici di Milano. Nello stesso anno cura regia e musiche dello spettacolo La Mascula, tratto da un racconto di Egidia Bruno.
Il cinema
Le prime apparizioni
Il debutto cinematografico di Enzo Jannacci avviene nel 1964 con il film La vita agra di Carlo Lizzani, dove appare mentre canta in un locale frequentato dal protagonista interpretato da Ugo Tognazzi. Negli anni successivi la sua presenza nel cinema diventa più significativa.
I ruoli principali
Nel 1970 Mario Monicelli lo sceglie per l’episodio Il frigorifero nel film Le coppie. L’anno successivo Marco Ferreri gli affida il ruolo protagonista nel film L’udienza. Negli anni Ottanta e Novanta partecipa anche ad altre produzioni, tra cui Il mondo nuovo di Ettore Scola, Scherzo del destino in agguato dietro l’angolo come un brigante da strada di Lina Wertmüller e Figurine di Giovanni Robbiano.
Gli ultimi film
Nel 2010 compare nel film La bellezza del somaro di Sergio Castellitto, interpretando il ruolo dell’anziano fidanzato della figlia adolescente dei protagonisti.
Le colonne sonore
Parallelamente all’attività di attore, Jannacci compone numerose colonne sonore cinematografiche. Tra le più note figurano quelle per Romanzo popolare di Mario Monicelli, Pasqualino Settebellezze di Lina Wertmüller, Sturmtruppen, Gran bollito, Saxofone, Matlosa e Piccoli equivoci. In Romanzo popolare compare anche una delle sue canzoni più intense, Vincenzina e la fabbrica.
La televisione
Gli inizi difficili
Il rapporto di Jannacci con la televisione inizia negli anni Sessanta, non senza difficoltà: il suo primo provino viene respinto nel 1961. Poco dopo però riesce a conquistare il pubblico televisivo grazie alla partecipazione a vari programmi e sketch.
Carosello e i programmi musicali
Nel 1963 collabora con l’animatore Bruno Bozzetto nello sketch Unca Dunca per la trasmissione Carosello. Nel 1965 conduce il programma Ohei! Son qui, mentre nel 1968 partecipa allo spettacolo Quelli della domenica insieme ai comici del Derby Club, tra cui Cochi e Renato.
Gli anni Settanta e Ottanta
Negli anni successivi Jannacci realizza vari programmi televisivi e speciali musicali, tra cui Saltimbanchi si muore, Jannacci Special e Ci vuole orecchio. Nel 1983 conduce il varietà Gransimpatico, mentre nel 1988 prende parte alla trasmissione Trasmissione forzata su Rai 3 con Dario Fo e Franca Rame.
Dagli anni Novanta agli ultimi anni
Nel 1991 Rai 3 trasmette la serie L’importante è esagerare, dedicata alla sua carriera. Partecipa inoltre a programmi come Il Laureato bis con Piero Chiambretti e realizza nel 1997 la trasmissione M.B.U. – Quelli di Jannacci. Negli anni Duemila continua a comparire in televisione come ospite e musicista, fino alle apparizioni nel programma Zelig tra il 2010 e il 2011.
Gli ultimi anni
Una presenza più rara
Negli anni Duemiladieci Jannacci dirada progressivamente concerti e apparizioni pubbliche a causa dell’età e di alcuni problemi di salute. In questo periodo si interessa sempre più a temi spirituali e religiosi, pur mantenendo un atteggiamento personale e spesso ironico verso la fede.
Le posizioni civili
Nel 2009 interviene nel dibattito pubblico sul caso di Eluana Englaro, esprimendo una posizione critica nei confronti della sospensione delle cure. Le sue parole, pronunciate in un’intervista al Corriere della Sera, mostrano quanto fosse sensibile ai temi della dignità umana e della fragilità della vita.
La morte e l’eredità artistica
La scomparsa
Enzo Jannacci muore a Milano il 29 marzo 2013 all’età di settantasette anni, dopo una lunga malattia. La notizia suscita grande commozione nel mondo della musica, dello spettacolo e dello sport, ambito a cui era legato anche per la sua passione per il calcio e per il Milan.
L’ultimo saluto
La camera ardente viene allestita al Teatro Dal Verme, mentre il funerale si svolge nella basilica di Sant’Ambrogio. Il suo corpo viene poi sepolto nella cripta del Famedio del Cimitero Monumentale di Milano.
Un’eredità duratura
Con la sua opera Jannacci ha lasciato un segno profondo nella cultura italiana. Cantautore, attore, autore teatrale e medico, ha saputo raccontare con ironia e tenerezza le contraddizioni della società, dando voce agli emarginati e agli ultimi. La sua musica continua a essere considerata una delle espressioni più originali e umane della canzone italiana del secondo Novecento.
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