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Tra tutte le etichette della storia della musica, poche sono tanto fortunate quanto il cosiddetto Classicismo. È una di quelle parole che fanno subito ordine nelle teste: sobrietà, misura, equilibrio, perfezione. Haydn, Mozart, Beethoven. Vienna. Il bel tempio delle forme. Tutto pulito, tutto armonioso, tutto rassicurante.

Peccato che questa immagine sia, in buona parte, una favola storiografica.

Non una semplice semplificazione scolastica, ma una costruzione ideologica precisa, sviluppata nell’Ottocento e consolidata nel Novecento, quando la musicologia di area tedesca decise che la storia della musica europea doveva avere un centro, un canone, una genealogia, una specie di santuario. E naturalmente quel santuario era Vienna.

Da quel momento il racconto divenne comodo: dopo il Barocco arriverebbe il Classicismo, e il Classicismo avrebbe tre nomi, quelli di Haydn, Mozart, Beethoven, trasformati in una santa triade intoccabile. Gli altri? Precursori, minori, satelliti, comparse, bottegai, materiale d’appoggio. In pratica: quelli che servono si citano, gli altri si buttano sotto il tappeto.

Il problema non è che Haydn, Mozart e Beethoven non siano importanti. Questo lo sanno anche i muri. Il problema è che sono stati usati come totem storiografici, come prova vivente di una presunta superiorità organica della tradizione austro-tedesca. E quando una categoria storica comincia a puzzare di catechismo, propaganda e purezza culturale, conviene aprire le finestre.


Un termine nato male e cresciuto peggio

Il cosiddetto classicismo viennese non è una categoria nata dai compositori del Settecento per descrivere se stessi. Nessuno di loro si alzava al mattino dicendo: “Che bella giornata per un classico viennese come me”. Il termine fu costruito a posteriori, e nemmeno per ragioni puramente musicologiche.

Servì a dare una forma nobile e compatta a una storia nazionale della musica tedesca e austriaca. Prima venne l’idea che Haydn avesse fatto epoca, poi che Haydn, Mozart e Beethoven avessero sviluppato una nuova arte, poi ancora la necessità di trasformare questi nomi in una linea genealogica esemplare. A quel punto il gioco era fatto e l’Ottocento germanico aveva trovato la sua religione musicale.

La faccenda diventa ancora più sospetta quando si osserva che la parola classico venne stirata fino a indicare non una fase storica nel senso in cui lo fanno letteratura, filosofia e arti figurative, ma una specie di perfezione eterna. In altre parole, non un periodo, bensì un altare.

Quando una categoria serve a dire non “questo accade in un certo tempo”, ma “questo è il meglio, il più puro, il più alto”, allora non siamo più nella storia. Siamo nella liturgia.


La trinità HMB: un canone che sembra musica e invece è politica culturale

Haydn, Mozart, Beethoven: la famosa triade. HMB. Ripetuta per generazioni come se fosse una legge della fisica e non una scelta culturale.

Questa triade non è innocente. È una macchina narrativa. Serve a costruire l’idea che la musica europea abbia trovato in area austro-tedesca il suo apice inevitabile, il suo compimento, il suo equilibrio supremo. Tutto il resto, a confronto, diventa preparazione, contorno o deviazione.

Il punto grottesco è che si fa passare questa selezione per dato naturale. Come se la storia, con grande obiettività, avesse guardato il continente e deciso serenamente: “Sì, i tre eletti sono loro”. Ma la storia non decide nulla. Chi decide sono gli storici, i programmi di studio, i conservatori, gli editori, le istituzioni, le ideologie dominanti.

E infatti, una volta incoronata la triade, spariscono interi mondi musicali. I boemi vengono derubricati a Kleinmeister. Gli italiani diventano utili solo come sfondo melodico. I francesi disturbano il quadro. I compositori attivi a Vienna ma non riconducibili alla linea giusta vengono spinti ai margini. Salieri, Mysliveček, Vanhal, Dussek, Clementi, Wranitzky, Viotti, Grétry, sono tutti ammessi a patto di stare zitti e sedersi in fondo.

È il vecchio trucco del potere culturale, che prima restringe il canone, poi dichiara che il canone è il mondo.


Vienna capitale del mondo? Calma

La storiografia tradizionale racconta Vienna come il luogo dove le correnti musicali europee si sarebbero fuse in equilibrio perfetto. Una specie di laboratorio superiore in cui il Nord e il Sud, la logica e la melodia, la forma e l’espressione avrebbero trovato il loro punto di sintesi.

Detta così sembra poesia. In realtà, è solo retorica da cartolina imperiale.

La Vienna del Settecento non nasce nel vuoto. È un crocevia pieno di musica italiana, di musicisti boemi, di influssi francesi, di pratiche teatrali internazionali. Per almeno un secolo e mezzo la corte asburgica è stata una roccaforte dell’opera italiana e della musica italiana. Intere generazioni di maestri italiani vi hanno lavorato, insegnato, composto, costruito gusto e repertori.

Presentare Vienna come il luogo in cui improvvisamente germoglia un linguaggio autosufficiente, germanico, organicamente puro, è una falsificazione elegante ma pur sempre una falsificazione. Equivale a entrare in una cucina piena di ingredienti importati, spezie, ricette, mani diverse, e poi proclamare che il piatto è nato lì a Vienna grazie all'ultimo cuoco che l'ha solo assaggiato.


Neppure viennesi, tra l’altro

Qui il mito inciampa da solo.

I cosiddetti “classici viennesi” non erano nemmeno viennesi. Haydn nacque a Rohrau, Mozart a Salisburgo, Beethoven a Bonn. Eppure la formula continua a funzionare come se quei tre fossero sbocciati assieme da un’aiuola metafisica nel centro della capitale imperiale.

Non solo: i tre non rappresentano affatto un unico stile. Haydn è una cosa, Mozart un’altra, Beethoven un’altra ancora. Mozart cambia pelle decine di volte, assorbe e rielabora stili diversi, passa dal galante al contrappunto, dalla scrittura teatrale al sacro, dal gusto francese all’italiano, dal serio al comico, dal neoclassico al preromantico. Beethoven, poi, classico lo è solo nei manuali che vogliono tenere tutto in fila come i soldatini. Storicamente, artisticamente, mentalmente è già dentro il preromanticismo e il romanticismo.

Ma la categoria ha bisogno di tenere insieme ciò che la realtà separa. È il suo mestiere, perché se la guardi troppo da vicino si sbriciola.


Il mito dell’equilibrio e la favola della perfezione

Il classicismo viene spesso venduto come l’età dell’equilibrio, dellaforma limpida, dello sviluppo logico, della perfetta proporzione. Una specie di geometria con la parrucca.

In realtà questa è una lettura retrospettiva, levigata, quasi igienizzata. La musica del tardo Settecento è molto più inquieta, teatrale, nervosa, irregolare di quanto il termine lasci intendere. Basta ascoltare davvero, non solo ripetere le etichette.

Le opere di Mozart sono piene di ambiguità, conflitti morali, doppi registri, sarcasmo, crudeltà, vertigine, spudoratezza, oscenità. Haydn sperimenta in continuazione. Beethoven fa saltare i recinti. Dov’è tutta questa compostezza marmorea? Spesso sta nelle frasi dei manuali, non nelle partiture.

Il mito della perfezione ha poi prodotto un altro danno, trasformando Mozart in una specie di medium angelico, come se la musica gli uscisse senza sforzo, senza lavoro, senza sangue, senza cultura, senza modelli. Una caricatura mistica comodissima del genio puro, naturale, quasi biologico. Peccato che il Mozart reale fosse un compositore vorace, capace di imitare, assorbire, trasformare, e plagiare una quantità enorme di opere. Altro che fiore spontaneo nel vaso viennese.


Il nazionalismo prima, il nazismo poi

Qui la faccenda smette di essere solo storiografica e diventa apertamente politica.

La nozione di Wiener Klassik fu perfetta per i nazionalismi tedeschi dell’Ottocento, perché offriva una genealogia eroica della musica “loro”, distinta da quella degli altri. Ma nel Novecento, e soprattutto sotto il Reich, quella stessa categoria diventò uno strumento ancora più utile, la prova insomma che la Germania possedeva una tradizione musicale superiore, pura, gloriosa, esemplare.

Nei programmi, nei film, nei discorsi di propaganda, la triade Haydn-Mozart-Beethoven era il cuore della “grande musica”. Il resto era secondario, minore, sospetto, degenerato, estraneo o semplicemente ignorabile. Non si trattava più di storia. Si trattava di costruire una religione culturale di regime.

Quando la propaganda nazista mette al centro HMB, non sta facendo un innocuo riassunto per studenti. Sta dicendo che la vera musica è quella, che il genio è quello, che il trono è quello. Gli altri popoli possono al massimo fare da cornice, da preistoria o da fastidioso rumore di fondo.

Il bello, si fa per dire, è che molte di queste categorie sono sopravvissute tranquillamente dopo il 1945, ripulite, stirate, deodorate, come se nulla fosse. Caduto il Reich, è rimasto il vocabolario.


Chi sparisce dal quadro? Gli italiani, anzitutto

Ogni mito ha bisogno di vittime silenziose. Nel caso del classicismo viennese, una delle prime vittime è stata l’Italia.

Eppure l’Italia del Settecento non è una periferia decadente. È un laboratorio potentissimo di teatro musicale, scrittura melodica, forme vocali, pratiche compositive, modelli strumentali. Vivaldi, Alessandro Scarlatti, Sammartini, Boccherini, Paisiello, Cimarosa, Salieri, Clementi e moltissimi altri non sono figurine decorative accanto ai veri protagonisti, ma parte integrante della storia europea.

La narrazione germanocentrica ha però bisogno di un’altra sceneggiatura. Per far trionfare la linea austro-tedesca deve far sembrare l’Italia un luogo di gradevole decadenza melodica, utile magari per il teatro, ma incapace di costruire la modernità strumentale. È una fandonia comoda, ripetuta talmente tante volte da sembrare seria.

Così ci si dimentica che molti elementi attribuiti al futuro “classicismo” esistono già in Italia; che Vienna per decenni parlò musicalmente italiano; che Mannheim non era un pianeta tedesco chiuso ma un ambiente internazionalissimo; che persino Hasse, Telemann, Gluck e altri cosiddetti precursori hanno rapporti strettissimi con l’Italia. Insomma: quando si guarda da vicino, la purezza germanica evapora come l'alcol da farmacia.


Salieri, o la prova vivente che il canone è truccato

Se c’è un nome che manda in crisi il giocattolo, è Antonio Salieri.

Italiano, centrale nella vita musicale viennese, stimato a corte, celebrato in Europa, maestro di Beethoven, Schubert, Liszt, Czerny, Hummel, Franz Xaver Mozart. Un personaggio così dovrebbe occupare un posto di primo piano in qualsiasi racconto onesto della Vienna di fine Settecento e inizio Ottocento.

Invece no. Perché?

Perché Salieri rovina il mito. Dimostra che Vienna non è il regno chiuso di una triade autoctona, ma un sistema internazionale in cui un italiano può stare al centro. Dimostra che Mozart non vive in una teca, ma in un ambiente competitivo, cosmopolita, intrecciato. Dimostra che l’opera italiana non è un residuo feudale ma una forza ancora decisiva. Troppo, evidentemente.

Allora accade il solito miracolo della cattiva storiografia: il protagonista reale viene prima rimpicciolito, poi deformato, poi infangato. E così nasce il Salieri “mediocre”, “invidioso”, “nemico di Mozart”, fino alla favola oscena dell’avvelenamento, gonfiata per decenni da dicerie, letteratura di comodo, teatro e cinema.

Quando un canone ha bisogno della calunnia per restare in piedi, vuol dire che non è un canone, ma una messinscena.


Il classicismo come categoria storica? No, come manganello

Il problema non è usare parole per orientarsi. Il problema è usare le parole per schiacciare la storia.

“Classicismo viennese” non descrive bene un’epoca. La semplifica, la deforma, la addomestica. Non aiuta a capire i processi reali; serve a gerarchizzare. Non illumina le connessioni internazionali; le nasconde. Non spiega perché Mozart possa scrivere in stili tanto diversi; lo immobilizza dentro una teca aurea. Non colloca Beethoven nel suo tempo; lo trascina a forza in una categoria contraddittoria, tanto che poi bisogna inventarsi mostri linguistici come “classico-romantico”, che è un po’ come dire acqua asciutta.

La verità più semplice e più scomoda è che il cosiddetto classicismo viennese è un concetto tardo, astratto e venato di nazionalismo. Ha avuto fortuna perché era utile. Utile all’Ottocento tedesco, utile all’Austria imperiale, utile alla propaganda novecentesca, utile ai manuali che non vogliono complicarsi la vita.

Ma utile non significa vero.


Smontare il santino

È arrivato il momento di dirlo senza giri di parole, che il mito del classicismo viennese è uno dei più riusciti "abbindolamenti" ideologici della storia della musica.

Ha trasformato tre compositori diversissimi in una trinità provvidenziale. Ha venduto come naturale una gerarchia costruita. Ha finto che Vienna fosse un’origine, quando era un crocevia. Ha nascosto il ruolo di italiani, boemi, francesi, inglesi, slavi. Ha spacciato per categoria storica un prodotto di selezione culturale e politica.

Nessuno chiede di “abbassare” Haydn, Mozart o Beethoven, perchè sarebbe una sciocchezza speculare. Si chiede soltanto di restituire loro il contesto reale, e agli altri il posto che è stato loro negato. In altre parole di sostituire il santino con la storia.

La musica europea del Settecento non è un trono con tre occupanti. È una rete fitta di scambi, prestiti, viaggi, maestri, teatri, corti, città, imitazioni, influenze, rivalità, lingue e modelli. Ridurla alla favola del classicismo viennese significa fare alla storia ciò che il cattivo restauratore fa a un dipinto, se gratta via i dettagli, lucida la superficie e poi dichiara soddisfatto che adesso sì, finalmente, si capisce tutto.

No. Adesso si capisce meno.

E se vogliamo davvero capire, bisogna fare l’unica cosa che la storiografia pigra detesta: riaprire il fascicolo e riscrivere tutto da capo.

Una veduta del Canal Grande brulicante di imbarcazioni, con il Ponte di Rialto visibile in lontananza, immerso in una luce argentea.
Il Canal Grande sopra Rialto (1760), Olio su tela di Francesco Guardi, Metropolitan Museum of Art, New York.
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