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COMPOSERS


La vita

Non essendo nota la data di morte, non è possibile definire il suo periodo di maturità; tuttavia, la sua formazione si colloca pienamente nel periodo del Neoclassicismo.

Nato a Napoli in una famiglia dove l'arte era di casa, Salvatore Viganò era destinato a un futuro sul palcoscenico. Figlio del coreografo Onorato Viganò e di Maria Ester Boccherini, ricevette una formazione eccezionalmente completa: studiò la danza sotto la guida paterna, ma affiancò a questa disciplina lo studio della composizione musicale con uno dei più grandi maestri del suo tempo, lo zio materno Luigi Boccherini. Questa duplice competenza, come danzatore e come musicista, gli conferì una sensibilità artistica unica, permettendogli di concepire lo spettacolo in una totalità organica di movimento e suono. Già negli anni Ottanta del Settecento, ancora adolescente, componeva musica originale, dimostrando un talento poliedrico e precoce.

La sua carriera di danzatore prese il via nel 1788 a Venezia, ma la sua fama crebbe rapidamente a livello europeo. L'anno successivo si esibì a Madrid durante i solenni festeggiamenti per l'incoronazione di Carlo IV di Spagna, un evento che lo proiettò sulla scena internazionale. Perfezionò la sua arte diventando allievo di Jean Dauberval, uno dei grandi riformatori del balletto, assimilando le più innovative correnti della danza del suo tempo. Insieme alla moglie, la talentuosa danzatrice spagnola Maria Medina, formò una coppia artistica di grande successo, acclamata in tutti i teatri d'Europa. Il loro sodalizio artistico e personale li portò a Vienna, dove Viganò ottenne la prestigiosa nomina a Maître de ballet. Fu proprio nella capitale asburgica che la sua carriera toccò uno dei suoi apici, collaborando nientemeno che con Ludwig van Beethoven per la creazione del balletto Le creature di Prometeo, un'opera che segnò un punto di svolta nella storia della musica per la danza.

Dopo i trionfi europei, nel 1804 Viganò fece ritorno in Italia, assumendo l'incarico di Maître de ballet al Teatro alla Scala di Milano. Fu qui che il suo genio innovatore trovò la sua massima espressione. Raccogliendo l'eredità del "ballet d'action" di Jean-Georges Noverre, Viganò la spinse alle sue estreme conseguenze, creando una nuova forma di spettacolo che egli stesso definì "coreodramma". La sua rivoluzione consisteva nell'abolire la separazione tra danza e pantomima: il gesto non era più un intermezzo esplicativo, ma diventava esso stesso danza, un movimento espressivo che narrava la storia e le emozioni dei personaggi. Nei suoi lavori, la coralità e i movimenti delle masse assumevano un'importanza centrale, spesso predominando sugli assoli e sui passi a due, in una concezione grandiosa e corale dello spettacolo. Questa visione epica e drammatica del balletto richiedeva interpreti versatili e profondamente preparati, capaci di unire tecnica e intensità drammatica. Fu così che Viganò divenne una figura fondamentale per la nascita e lo sviluppo del corpo di ballo del Teatro alla Scala, forgiando una compagnia in grado di realizzare le sue complesse e visionarie coreografie.

I suoi spettacoli alla Scala furono eventi memorabili, caratterizzati da un'opulenza visiva straordinaria, grazie anche alle fastose scenografie di Alessandro Sanquirico, e dall'eccezionale talento di interpreti come la prima ballerina Antonietta Pallerini. Il suo lavoro ebbe un impatto enorme sulla cultura del tempo, tanto da affascinare intellettuali e scrittori. Il grande romanziere Stendhal, dopo aver assistito a un suo balletto, arrivò a scrivere parole di ammirazione incondizionata, testimoniando la potenza emotiva che le creazioni di Viganò erano in grado di sprigionare. Quando si spense a Milano nel 1821, la città gli tributò funerali grandiosi. La sua visione del balletto come dramma totale era così personale e legata al suo genio che, dopo la sua scomparsa, il coreodramma si estinse con lui, lasciando però un'eredità incancellabile che avrebbe influenzato le generazioni future di coreografi.

Aneddoto


L'elogio di Stendhal

L'impatto delle creazioni di Salvatore Viganò fu tale da colpire profondamente anche le menti più raffinate d'Europa. Il celebre scrittore francese Stendhal, noto per il suo spirito critico, rimase letteralmente folgorato dalla potenza drammatica dei suoi balletti. Nel suo libro "Roma, Napoli e Firenze", confessò la sua totale ammirazione con una frase divenuta celebre: "La più bella tragedia di Shakespeare non produce su di me la metà dell'effetto di un balletto di Salvatore Viganò". Un paragone audace che testimonia come, per i suoi contemporanei, l'arte di Viganò raggiungesse le vette più alte dell'espressione drammatica.

Le opere

Salvatore Viganò fu un creatore instancabile di balletti, molti dei quali scritti su musiche composte da lui stesso o assemblate da opere di diversi autori, secondo una prassi comune all'epoca che gli permetteva di costruire la partitura perfetta per le sue esigenze drammatiche. La sua prima coreografia importante fu Raoul de Créqui, creata a Venezia nel 1791. Durante il suo fondamentale periodo a Vienna, nel 1801, realizzò una delle sue opere più celebri, Le creature di Prometeo, passata alla storia per la magnifica partitura commissionata a Ludwig van Beethoven. Pochi anni dopo, nel 1804, mise in scena il Coriolano, con musiche di Joseph Weigl, confermando la sua predilezione per soggetti storici e mitologici di grande respiro.

Il suo arrivo al Teatro alla Scala di Milano inaugurò il periodo più fecondo e innovativo della sua carriera, durante il quale diede vita ai suoi più celebri coreodrammi. Nel 1811 presentò Gli Strelizzi, un balletto di ambientazione russa, seguito nel 1812 da Il noce di Benevento, un'opera a tinte fantastiche basata su una partitura di Franz Xaver Süssmayr che ebbe un successo strepitoso. L'anno successivo, nel 1813, tornò al mito classico con Il Prometeo, un grandioso ballo pantomimico per il quale utilizzò musiche di Beethoven, Mozart e Haydn, oltre a brani composti da lui stesso, creando un collage musicale di straordinaria efficacia teatrale.

Negli anni successivi, la sua vena creativa produsse una serie ininterrotta di capolavori che infiammarono il pubblico della Scala. Tra questi si ricordano Numa Pompilio (1815), Mirra (1817) e La Vestale (1818). Nel 1818 portò in scena anche il suo Otello, un intenso dramma basato su musiche di vari autori, tra cui Gioachino Rossini e Michele Carafa. La sua concezione del balletto si fece sempre più monumentale, come dimostra I Titani del 1819, un'opera epica che vide la collaborazione musicale di Johann Kaspar Aiblinger e che ottenne un successo senza precedenti. Le sue ultime creazioni furono Giovanna d'Arco e Didone, entrambe del 1821. Quest'ultima rimase incompiuta a causa della sua improvvisa morte e fu portata a termine dal fratello Giulio, sigillando così la carriera di un artista che aveva saputo trasformare la danza in un potente dramma universale.

Briciole di storia

Drammatica veduta notturna di Francesco Guardi, che documenta, in atmosfera vibrante e romantica, un reale incendio divampato a Venezia.
L'incendio al deposito degli oli a San Marcuola (1789), Olio su tela di Francesco Guardi, Gallerie dell'Accademia, Venezia.
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