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COMPOSERS
Portrait of the Italian composer Giuseppe Verdi
Giuseppe Verdi in a photographic portrait taken by Ferdinand Mulnier around 1870 and distributed by the Galerie Contemporaine.
Public domain (Commons)

La vita

Formatosi nel pieno del Romanticismo, la sua lunga e monumentale carriera lo porta a raggiungere la piena maturità artistica nel periodo del Realismo post-unitario, estendendosi fino all'epoca del Decadentismo e del Verismo.

Giuseppe Verdi nacque il 10 ottobre 1813 a Le Roncole, una frazione di Busseto, da Carlo Verdi e Luigia Uttini, entrambi di origini piacentine. Sebbene in età matura il compositore amasse presentarsi come un uomo di umili origini contadine, la sua famiglia apparteneva in realtà a una classe di piccoli proprietari terrieri e commercianti. Il padre Carlo, con grande lungimiranza, intuì presto le straordinarie doti del figlio e ne incoraggiò con tenacia la formazione musicale. Il talento del giovane Giuseppe si manifestò precocemente: dopo le prime lezioni con l'organista del paese, Pietro Baistrocchi, i genitori gli acquistarono una spinetta, che divenne la sua inseparabile compagna di studi. A soli otto anni, dopo la scomparsa del suo primo maestro, Verdi era già il nuovo organista stipendiato del paese, dimostrando una precocità fuori dal comune.

La svolta nella sua formazione avvenne grazie all'incontro con Antonio Barezzi, un facoltoso negoziante di Busseto e appassionato dilettante di musica, che ne divenne il mecenate. Barezzi lo accolse in casa propria e gli permise di perfezionare gli studi sotto la guida di Ferdinando Provesi, maestro della filarmonica locale. Trasferitosi a Busseto, Verdi si dedicò completamente alla musica, componendo un'impressionante quantità di brani per la Filarmonica. Desideroso di accedere a un'istruzione superiore, tentò l'ammissione al prestigioso Conservatorio di Milano, ma la commissione, pur riconoscendone il talento, lo respinse a causa della sua età considerata troppo avanzata e per una presunta impostazione errata della mano sul pianoforte. Fu una delusione cocente, ma non una sconfitta. Grazie al sostegno incrollabile di Barezzi, Verdi poté proseguire gli studi a Milano come allievo privato di Vincenzo Lavigna, maestro al cembalo del Teatro alla Scala. Questo periodo fu fondamentale: Verdi si immerse nella vibrante vita musicale milanese, studiò i grandi maestri del passato e affinò il suo istinto per il teatro.

Il rientro a Busseto coincise con l'inizio di un periodo segnato da gioie e profondi dolori. Nel 1836 sposò Margherita Barezzi, la figlia del suo benefattore, da cui ebbe due figli, Virginia e Icilio Romano. La sua carriera sembrava avviata: nel 1839, il suo primo melodramma, Oberto, Conte di San Bonifacio, debuttò con un buon successo al Teatro alla Scala, tanto da procurargli un contratto per altre tre opere. Ma la felicità fu tragicamente breve. In poco più di un anno, Verdi perse entrambi i figli e l'amatissima moglie Margherita, colpita da un'encefalite fulminante. Annientato dal dolore, dovette onorare il contratto e comporre un'opera buffa, Un giorno di regno, che andò incontro a un fiasco clamoroso. Fu il punto più basso della sua esistenza: solo, disperato e umiliato professionalmente, decise di abbandonare per sempre la composizione.

Fu l'impresario della Scala, Bartolomeo Merelli, a salvare Verdi dal suo proposito. Con grande intuito, gli propose un libretto di Temistocle Solera, il Nabucco. Verdi, inizialmente, lo rifiutò, ma una volta a casa, come lui stesso amava raccontare, il manoscritto gli cadde aprendosi casualmente sui versi del "Va, pensiero". Quelle parole, che esprimevano il lamento di un popolo oppresso, lo scossero profondamente, riaccendendo la sua ispirazione. Il 9 marzo 1842, il Nabucco andò in scena alla Scala e il successo fu travolgente, epocale. Il pubblico italiano, che viveva le tensioni del Risorgimento, si identificò immediatamente nel dolore e nella speranza degli schiavi ebrei, e il coro "Va, pensiero" divenne un inno non ufficiale alla libertà e alla patria. Con Nabucco, Verdi non solo si affermò come il più grande compositore italiano del suo tempo, ma divenne un simbolo vivente dell'unità nazionale.

Iniziò così un periodo di lavoro febbrile, che Verdi stesso definì i suoi "anni di galera". Per oltre un decennio, sfornò opere a un ritmo incessante per i maggiori teatri italiani ed europei, consolidando la sua fama ma sottoponendosi a uno stress creativo enorme. Da I Lombardi alla prima crociata a Ernani, da Attila a Macbeth, le sue opere risuonavano di temi patriottici, infiammando gli animi del pubblico e diventando parte integrante della cultura risorgimentale. In questi anni, accanto alla sua ascesa professionale, si sviluppò il legame con il soprano Giuseppina Strepponi, già acclamata interprete delle sue prime opere, che diventerà la sua compagna per la vita.

All'inizio degli anni Cinquanta, Verdi raggiunse la sua piena maturità artistica con la creazione della cosiddetta "trilogia popolare": Rigoletto (1851), Il trovatore (1853) e La traviata (1853). Questi tre capolavori, diversi per ambientazione e stile, rivoluzionarono il melodramma italiano, introducendo una profondità psicologica e un realismo drammatico senza precedenti. Con Rigoletto portò in scena un antieroe deforme e tormentato; con Il trovatore creò un dramma romantico denso di passioni estreme; con La traviata scandalizzò il pubblico mettendo al centro della vicenda l'amore tragico di una cortigiana, un soggetto borghese e contemporaneo di una modernità sconvolgente.

Dopo i trionfi della trilogia, Verdi, ormai ricco e celebre in tutto il mondo, rallentò la sua produzione, ritirandosi nella sua tenuta di Sant'Agata, vicino Busseto, dove si dedicò alla sua passione per l'agricoltura. Divenne un abile proprietario terriero, ma il suo genio teatrale continuò a produrre capolavori per i più grandi teatri internazionali, come Les vêpres siciliennes e Don Carlos per l'Opéra di Parigi, e La forza del destino per San Pietroburgo. L'apice di questo periodo fu l'Aida, commissionata per l'inaugurazione del Canale di Suez e rappresentata al Cairo nel 1871, un'opera grandiosa che fondeva spettacolarità e dramma intimo. A coronamento della sua carriera, compose anche la monumentale Messa da Requiem in onore di Alessandro Manzoni, un'opera sacra pervasa da una teatralità potente e commovente.

Quando ormai sembrava che la sua carriera si fosse conclusa, l'incontro con il letterato e compositore Arrigo Boito lo convinse a tornare al teatro per un'ultima, straordinaria stagione creativa. Dalla loro collaborazione nacquero due capolavori assoluti ispirati a Shakespeare: Otello (1887), una tragedia di sconvolgente potenza drammatica e musicale, e Falstaff (1893), una commedia lirica piena di arguzia e saggezza, con cui un Verdi ottantenne si congedò dalle scene con un sorriso. Negli ultimi anni si dedicò alla filantropia, finanziando la costruzione di un ospedale a Villanova sull'Arda e fondando a Milano la Casa di Riposo per Musicisti, la sua "opera più bella". Si spense a Milano il 27 gennaio 1901. Ai suoi funerali, una folla immensa di trecentomila persone accompagnò il feretro intonando spontaneamente il "Va, pensiero", l'ultimo, commosso omaggio di un'intera nazione al suo più grande cantore.

Aneddoto


Il destino in un libretto

Distrutto dalla perdita dei figli e della moglie e umiliato dal fiasco della sua opera comica, Verdi aveva giurato di non comporre mai più. Un giorno, l'impresario Merelli gli mise tra le mani il libretto del Nabucco, ma Verdi, sconsolato, lo portò a casa e lo gettò su un tavolo con stizza. Il manoscritto si aprì e il suo sguardo cadde su una frase: "Va, pensiero, sull'ali dorate". Quelle parole, che parlavano di dolore e di speranza, lo colpirono come una folgorazione. Le lesse e rilesse più volte, e quella notte stessa la sua ispirazione, che credeva morta, si riaccese, dando vita al coro che lo avrebbe reso immortale.

Le opere

La produzione di Giuseppe Verdi, incentrata quasi interamente sul teatro d'opera, costituisce uno dei pilastri fondamentali del repertorio lirico mondiale. Il suo percorso creativo si snoda attraverso quasi sessant'anni, segnando un'evoluzione stilistica e drammaturgica di incredibile coerenza e profondità. I suoi esordi sono legati a opere come Oberto, Conte di San Bonifacio (1839), che mostra un solido mestiere pur nell'orbita della tradizione donizettiana, e il successivo Nabucco (1842). Quest'ultimo, con la sua grandiosità biblica e la potenza dei suoi cori, in particolare l'immortale Va, pensiero, divenne il manifesto musicale del Risorgimento italiano e proiettò istantaneamente il giovane compositore nell'olimpo dei grandi. Le opere immediatamente successive, come I Lombardi alla prima crociata (1843) ed Ernani (1844), consolidarono questo successo, fondendo il dramma personale con le aspirazioni collettive di un popolo.

Seguì il periodo che Verdi stesso definì i suoi "anni di galera", un'intensa fase creativa in cui compose opere come I due Foscari (1844), Giovanna d'Arco (1845), Attila (1846) e Il corsaro (1848). In questo decennio di lavoro incessante, spicca per originalità e potenza drammatica Macbeth (1847), la sua prima opera tratta da Shakespeare, un dramma oscuro e visionario in cui Verdi iniziò a esplorare con audacia la psicologia complessa dei suoi personaggi, superando le convenzioni del belcanto per ricercare una "parola scenica" di forte impatto teatrale. Opere come La battaglia di Legnano (1849) e Luisa Miller (1849) segnarono una transizione verso un dramma più intimo e borghese.

La piena maturità artistica di Verdi si manifestò all'inizio degli anni Cinquanta con la celeberrima "trilogia popolare". Rigoletto (1851), tratto da Victor Hugo, è un'opera di straordinaria coerenza drammatica, incentrata sulla figura tragica e complessa di un buffone di corte. Il trovatore (1853) è l'apoteosi del melodramma romantico, una storia a tinte fosche pervasa da un lirismo incandescente e da melodie indimenticabili. Infine, La traviata (1853), basata su La signora delle camelie di Dumas figlio, rappresentò una rottura con la tradizione, portando in scena una storia contemporanea e realistica e scavando con una sensibilità inaudita nell'animo della sua tragica protagonista, Violetta Valéry.

Nella seconda parte della sua carriera, Verdi diradò le sue composizioni, dedicandosi a progetti di ampio respiro, spesso per i teatri internazionali. Per l'Opéra di Parigi scrisse Les vêpres siciliennes (1855) e il monumentale Don Carlos (1867), due grand-opéra che fondono dramma storico, conflitto politico e tormento personale. Per San Pietroburgo compose La forza del destino (1862), un'opera epica e frammentaria dominata dal tema del fato. L'apice di questa fase è rappresentato da Aida (1871), commissionata per Il Cairo, un capolavoro che unisce la grandiosità spettacolare a un'intima e struggente storia d'amore, con un'orchestrazione ricchissima e innovativa.

Quando la sua carriera sembrava conclusa, la collaborazione con il librettista Arrigo Boito diede vita ai suoi due ultimi, supremi capolavori. Otello (1887) è considerata una delle più grandi tragedie musicali di tutti i tempi, un flusso drammatico continuo in cui la musica e la parola raggiungono una fusione perfetta nel delineare la discesa del protagonista nell'abisso della gelosia. Con Falstaff (1893), il suo testamento artistico, Verdi si congedò dal teatro con una commedia lirica piena di saggezza, vitalità e ironia, una fuga finale che celebra, con una scrittura orchestrale scintillante e complessa, la gioia della vita.

Sebbene la sua fama sia legata quasi esclusivamente all'opera, Verdi ha lasciato anche alcuni importanti lavori non teatrali. Il più celebre è la Messa da Requiem (1874), scritta per commemorare Alessandro Manzoni. È una composizione monumentale e profondamente drammatica, una meditazione laica sulla morte pervasa da una teatralità potente e da un lirismo commovente. Altrettanto significativi sono i Quattro pezzi sacri (1898), composti nella sua tarda vecchiaia, che testimoniano un profondo interesse per il contrappunto antico rivisitato con una sensibilità moderna. La sua produzione cameristica include alcune romanze per voce e pianoforte e un unico, pregevole Quartetto per archi in mi minore (1873).

Briciole di storia


L'ondata di suicidi

Nel 1833 la Giovine Italia di Mazzini si diffuse rapidamente anche tra i militari del Regno di Sardegna. Le autorità sabaude, venute a conoscenza della cospirazione, reagirono con una repressione feroce e spietata, arrestando decine di ufficiali e soldati e sottoponendoli a processi sommari. Per sfuggire alle torture e alla delazione, alcuni dei congiurati si suicidarono in carcere. Tra questi, l'avvocato Jacopo Ruffini, amico fraterno di Mazzini, che si tagliò la gola per non rivelare i nomi dei compagni. La brutale repressione, che portò a dodici fucilazioni, segnò una rottura insanabile tra il mondo mazziniano e la monarchia sabauda di Carlo Alberto.