La vita
Formatosi all'inizio del periodo dell'Arcadia, la sua lunga carriera di celebre virtuoso lo porta a raggiungere la piena maturità in un'epoca di grande ricchezza stilistica, in cui la solidità arcadica si fonde con l'eleganza del Rococò e con le nuove idee dell'Illuminismo.
Nato a Firenze da una illustre famiglia di musicisti, Francesco Maria Veracini fu destinato fin dalla culla a una vita nell'arte. Nipote di Francesco, fondatore della dinastia, e allievo dello zio Antonio, assorbì la musica nella sua stessa casa, sviluppando un talento per il violino che presto si rivelò prodigioso. La sua formazione si perfezionò nel vivace ambiente della cattedrale fiorentina, dove affinò anche le sue doti di compositore. In breve tempo, la sua fama crebbe a tal punto che, dopo la scomparsa del grande Arcangelo Corelli, l'Italia intera lo considerava il suo più degno erede, il maggiore violinista della sua epoca.
Spinto da un'inesauribile curiosità e da una forte ambizione, Veracini intraprese nel 1711 una carriera itinerante che lo avrebbe portato a esibirsi nelle più prestigiose corti d'Europa. La sua prima tappa fondamentale fu Venezia, centro nevralgico della vita musicale del tempo, dove si narra che il suo virtuosismo impressionò profondamente persino Giuseppe Tartini. Nel 1714 approdò a Londra, metropoli in cui dominava la figura imponente di Georg Friedrich Händel, ma dove il talento di Veracini seppe comunque brillare, permettendogli di stringere contatti con altri grandi musicisti italiani lì presenti, come Francesco Geminiani. L'anno successivo si trasferì a Düsseldorf, presso la corte dell'Elettore Johann Wilhelm, al quale dedicò il suo oratorio Mosè al Mar Rosso, dimostrando una notevole maturità compositiva.
Il suo ritorno a Venezia, all'età di ventinove anni, segnò uno dei momenti più alti della sua carriera. I suoi concerti suscitarono un'ammirazione senza precedenti; la sua maestria tecnica, unita a una profonda espressività, lasciava il pubblico estasiato. Fu in questa occasione che la sua esecuzione, secondo le cronache, ebbe un impatto tale sul giovane Tartini da spingerlo a ritirarsi temporaneamente ad Ancona per dedicarsi a un ulteriore perfezionamento tecnico, convinto di non poter ancora competere con un simile gigante del violino. Dopo questo trionfo, Veracini tornò a Londra, dove la sua arte fu accolta con entusiasmo e dove si esibì regolarmente negli intermezzi delle opere, venendo celebrato come un vero e proprio prodigio.
Nel 1720, la sua fama lo portò a Dresda, dove ottenne il prestigioso incarico di compositore e virtuoso al servizio del re di Polonia. Qui, tuttavia, il suo carattere fiero e orgoglioso, pari solo al suo immenso talento, lo mise in contrasto con gli altri musicisti di corte, in particolare con Johann Georg Pisendel, primo violino dell'orchestra. Questa rivalità culminò in un episodio drammatico che segnò profondamente la sua vita. Dopo aver subito quella che percepì come una profonda umiliazione artistica, Veracini cadde in un grave stato febbrile e, in un momento di delirio, il 13 agosto 1722, si gettò da una finestra, riportando la frattura di una gamba. Questo evento traumatico lo costrinse a lasciare Dresda e a cercare nuove strade.
Dopo la sua guarigione, si trasferì a Praga, entrando al servizio del conte Kinsky. Dopo aver trascorso un lungo periodo in Boemia, decise di tornare nuovamente in Inghilterra. Si esibì a Londra nel 1730, ma il gusto del pubblico era cambiato e, nonostante il suo indiscusso valore, non ritrovò il successo travolgente di un tempo. Il confronto con lo stile più moderno di Geminiani non giocò a suo favore. Stanco dei continui viaggi e delle competizioni, nel 1747 decise di fare definitivo ritorno nella sua amata Toscana. Si stabilì a Firenze, in una modesta abitazione in via de' Serragli, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita, dedicandosi alla composizione e all'insegnamento, fino alla sua morte nel 1768.
Aneddoto
La sfida di Dresda
Durante il suo soggiorno a Dresda, l'orgoglioso Veracini si scontrò con l'invidia del primo violino di corte, Pisendel. Questi, per umiliarlo, gli tese una trappola: gli presentò un concerto di sua composizione, apparentemente da suonare a prima vista. Veracini, da grande virtuoso qual era, lo eseguì in modo superbo. Subito dopo, però, un violinista mediocre dell'orchestra, che aveva segretamente studiato il pezzo per settimane, lo ripeté con fredda e impeccabile precisione. L'affronto fu così cocente per l'animo sensibile di Veracini che, sentendosi umiliato davanti al re, cadde in una profonda crisi che lo portò al drammatico gesto di gettarsi dalla finestra.Le opere
La produzione di Francesco Maria Veracini è vasta e testimonia la sua genialità sia come compositore che come profondo conoscitore delle potenzialità del violino. Un ambito in cui eccelse fu quello dell'oratorio, con lavori imponenti come Sara in Egitto (1708), Il Trionfo dell'innocenza patrocinata da San Niccolò (1711) e L'Empietà distrutta nella caduta di Gerico (1715). Presso la corte di Dresda compose La Caduta del savio nell'idolatria di Salomone (1720) e La Liberazione del Popolo ebreo dal naufragio di Faraone (1722). Successivamente videro la luce L'incoronazione di Davidde (1727) e L'errore di Salomone, quest'ultimo rappresentato a Londra nel 1744.
Il cuore della sua opera strumentale risiede nelle sonate per violino, che rappresentano una pietra miliare del repertorio. Già nel 1716 aveva pubblicato 12 Sonate a Flauto solo, e Basso, ma fu con le successive raccolte che la sua arte raggiunse l'apice. Le 12 Sonate per violino con basso continuo, opera 1, edite nel 1721, sono un capolavoro di inventiva melodica e di complessità tecnica. Ancora più celebri sono le 12 Sonate accademiche per violino e basso continuo, opera 2 del 1744, una raccolta che esplora in modo audace l'armonia e il contrappunto, spingendo la tecnica violinistica verso nuovi orizzonti e consolidando la sua fama di compositore innovativo e profondo.
Veracini si dedicò con grande impegno anche al teatro d'opera, soprattutto durante il suo ultimo soggiorno londinese, lavorando per la prestigiosa Opera della Nobiltà, diretta concorrente di quella di Händel. Nel 1735 mise in scena Adriano in Siria, un'opera che vide la partecipazione di due stelle assolute del canto come il soprano Francesca Cuzzoni e il castrato Carlo Broschi, meglio noto come Farinelli. Seguirono altri drammi per musica di grande impatto, come La Clemenza di Tito nel 1737 e Partenio, su libretto di Paolo Rolli, nel 1738. La sua carriera operistica si concluse con Roselinda, rappresentata nel 1744, sempre a Londra.
Il suo catalogo include inoltre una varietà di altre composizioni che ne dimostrano la versatilità. Tra queste spiccano diversi concerti, tra cui un Concerto per violino e 8 strumenti in re maggiore del 1711 e un Concerto per violino concertante, 2 violini, alto et basso, che testimoniano la sua abilità nella scrittura per orchestra. Scrisse anche numerose arie per soprano, come la struggente M'assalgono affanno, e altre composizioni vocali da camera, tra cui le cantate New Eclogue e Nice e Tirsi, eseguite a Londra nel 1741 dal celebre soprano Élisabeth Duparc, a riprova del suo costante dialogo con i più grandi interpreti della sua epoca.
Certo, dato l'evidente spessore del compositore, ho elaborato il contenuto del file che mi hai fornito nel modo più approfondito e dettagliato possibile, come da tua richiesta.Briciole di storia
I vizi degli italiani
In pieno Settecento, Pietro Calepio scrisse una Lettera sui costumi italiani che fu tradotta in francese e pubblicata nel 1728 sulla prestigiosa Bibliothèque Italique. In questo testo, che divenne molto noto, Calepio non si limitava a descrivere l'Italia in generale, ma denunciava con chiarezza e sincerità diversi vizi della società italiana. Tra le sue critiche più aspre vi fu il mal funzionamento degli istituti scolastici e, in particolare, l'ozio in cui viveva la maggior parte della nobiltà, ritenuto causa della sua dissolutezza. Denunciò anche la scarsa considerazione data al ruolo femminile.
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