L'Inno di Verdi fu eseguito al Teatro della Regina, ventiquattro giorni dopo la prima dell'Esposizione. Si trattò di una serata di beneficenza. Verdi nel suo contrappunto riuscì a legare assieme gli inni nazionali inglese, francese ed italiano. L'orchestra era diretta da Luigi Arditi, più celebre per essere stato l'autore del "Bacio", il celebre valzer cantato.
Alla prima esecuzione l’Inno delle Nazioni venne eseguito non da un tenore, come Verdi avrebbe desiderato, ma dal soprano Titiens. La musica tuttavia era scritta su misura della voce del tenore Enrico Tamberlick. Il compositore stava considerabndo la possibilità d'un altro viaggio in Russia, quando gli giunse notizia di questa opportunità di comporre un pezzo d'occasione per l'Esposizione di Londra. La commissione del pezzo, che non doveva essere particolarmente lungo, era impegnativa, appunto per l'immediatezza del messaggio che si richiedeva. Parole e suoni dovevano essere intriasi di sentimenti patriottici, e insieme celebrare i raporti diplomatici fra l'Inghilterra, l'Italia, la Francia e la Germania. L'Esposizione internazionale londinese era allestita in un gigantesco e mostruoso palazzo. Verdi fu seclto per l'Italia dopo che Rossini aveva rifiutato, visto che il Pesarese aveva da tempo smesso di comporre. Verdi non apprezzava molto questo genere occasionale di musica. Si sentì comunque gratificato per essere stato prescelto. A proposito della sua Cantata scriverà il 6 aprile 1895: "Onorevole Sig. Presidente del Comitato pel XXV anniversario della liberazione di Roma. Nemmeno in gioventù sarei stato capace di scrivere musica su poesie, inni, od altro per qualsiasi circostanza: e mai ne feci, se si eccettui una Cantata scritta nel 1862 per un'Esposizione a Londra... e feci male!" Nonostante la fama, di cui godeva a Londra, Verdi non potè evitare che l'esecuzione del suo Inno fosse prima escusa dalla cerimonia inaugurale, poi dall'Esibizione e infine rimandata al 24 di maggio, per essere realizzata in un posto del tutto differente, e per una serata di beneficenza. Le prime notizie dell'Inno sono contenute in una lettera a Ricordi, al quale Verdi chiede di spedirgli l'inno d'Italia, ma non la Marcia Reale, che a quei tempi era l'inno ufficiale della monarchia, ma "Fratelli d'Italia", che oggi è il nostro inno naionale: Parigi, 22 Mario 1862 Car.mo Tito, [...] ti prego di mandarmi l'Inno d'Italia che fu fatto, credo, nel 1848. Il motivo è questo [...] Verdi volle scrivere quindi questa Cantata patriottica, impiegando il canto di Mameli e di Novaro del 1847, e gli altri inni nazionali, per rappresentare l'unione dei popoli inglese, francese e italiano, intrecciati in fraterno contrappunto musicale.
Il suo primo pensiero fu di dedicare la Cantata all'arte, poi divenne una lode all'Italia, all'Inghilterra e alla Francia. Il testo venne scritto da Arrigo Boito, che Verdi aveva conosciuto per via di una raccomandazione di Clara Maffei. Mentre la Streponi si recò a Londra, Verdi tornò a Busseto e cominciò a lavorarci, mediando con gli impegni di deputato. S. Agata, 75 aprile 1862
Car.mo De Satictis,
Sono a S. Agaia pei miei affari: domani, o dopo, o dopo ancora andrò a Londra a raggiungere la Peppina che si trova colà da circa 15 giorni. [...] La Cantata di Verdi, per i maneggi di Michele Costa, il direttore artistico e d'orchestra dell'Esposizione mondiale, fu rifiutata perchè a Verdi era stata richiesta una Marcia e perchè Costa avrebbe preferito Mercadante al Bussetano. Il compositore ci restò male, ma mostrò buon viso a cattivo gioco, giustificando quel rifiuto per via della detestabiliutà dei pezzi di circostanza, marce o inni che siano. Ringraziò anzi Auber per aver scritto lui la Marcia al posto suo, lasciandogli la possibilità di comporre invece una Cantata. Reagì alle accuse del Times, che aveva scritto che non aveva consegnato il pezzo in tempo. Il pezzo a onor del vero era stato consegnato nei termini previsti. Semmai era Michele Costa a non volerlo eseguire: Londra, 24 aprile 1862
Caro Leon,
L'azzardo (è un Dio a cui da qui in avanti innalzerò altari) m'ha favorito bene questa volta ed io non darò la mia Cantata all'Esposizione. Voi potete ben dire, alto e basso, in tutti i toni possibili ed impossibili che io ne sono felice! Io che non ho mai scritto cantate, né Inni, né Marcie; io che detesto e disprezzo tutti i pezzi di circostanza immaginatevi come io sia contento d'essermela cavata così a buon mercato. Benedetto l'azzardo che mi fece incontrare in Auber, e mi decise a scrivere un pezzo che non doveva essere eseguito. Se incontrate Auber dategli una buona stretta di mano per me, ed io mi riservo di ringraziarlo con gran cuore. Egli è stato la mia salvezza, ed io andrò ad ammirare con sincera gratitudine, ed applaudire il suo pezzo.
Vi mando una lettera che scrissi al Times per disdire quanto l'istesso Times aveva prima pubblicato che io non aveva mandato all'Esposizione il pezzo di musica promesso. Voi ini farete il piacere di farlo tradurre e pubblicare aggiungendo a testa della lettera qualche vostra frasetta spirituelle et amusante.
Dategli la maggior pubblicità possibile. [... ]
Verdi, rispondendo al Times, ne uscì vincitore. Buona parte del pubblico detestò la scelta di Costa, d'escludere Verdi, il quale dimostrò che gli operisti italiani non avevano bisogno degli stand di una fiera per farsi conoscere. Bastavano già i teatri di tutto il mondo, per coltivare la fama degli italiani. Nelle lettere, Verdi si sfogò anche contro le scelte dei commissari dell'Esposizione, ma fu pure molto critico nei confronti degli altri brani in programma quel primo di maggio 1862, ad eccezione della Marcia di Auber: Londra, 2 maggio 1S62
Carissimo Arrivatene,
Credevo che ti congratulassi meco, se non si è data la mia Cantata all'Esposizione, ma tu invece dai un'importanza a quest'affare che, secondo me, non ha. Io ho sempre pensato, e penso che questi pezzi di circostanza sono, artisticamente parlando, cose detestabili; e, fidali pure, in questi locali sterminali l'attenzione è troppo distratta e nulla fa, nulla può fare, e, diciamolo pure, nulla ha fatto effetto. E gli è per questo che io non ho mai voluto scrivere di questi pezzi, e questa volta in cui anch'io era caduto in trappola, quando arrivato in Londra seppi che i Commissari avevano rifiutato la Cantata, esclamai: son salvo! Il giorno dopo il mio arrivo vidi il mio pacifico Maggioni, e mi disse che il Times m'accusava di non aver mandato ancora la mia musica e allora con tutta la calma immaginabile presi la penna e scrissi quella tal lettera che Maggioni tradusse, e che il Times gentilmente pubblicò! Non l'avessi mai fattoi È stata un vero flagello per me, che m'ha procurato il giorno dopo una tempesta di lettere dicendo Ira di Dio della Commissione e di Costa, e di più domande d'autografi da tutte le parti in un modo ben singolare e tutto inglese. Negli altri paesi coloro che vogliono autografi si fanno presentare, o presentano gli album per mezzo di persona amica. Qui nulla di tutto questo: mi scrivono per la posta lettere con dentro l'cnvcloppc col timbro della città e l'indirizzo della persona per cui devo fare l'autografo. Chi diavolo sieno non lo so. Aggiungici che tutte queste lettere sono in inglese (causa sempre quella maledettissima lettera scritta al Times) e per conseguenza altro flagello per la Peppina a cui tocca tradurmele.
In quanto poi all'Italia, la sua musica, non ha bisogno di essere rappresentata all'Esposizione. Essa viene rappresentata qui tutte le sere in due Teatri, e non solo qui ma dappertutto; perché malgrado l'attuale decadenza scoperta dai Savants! mai in nessun'epoca come la nostra vi sono stati tanti Teatri Italiani, mai gli Editori di qualsiasi paese hanno stampata e venduta tanta musica Italiana, e non vi è angolo della terra ove vi sia un teatro e due istruincnti clic non venga cantata l'opera Italiana. Verdi confidò di essere pienamente soddisfatto di non aver partecipato a un'associazione così poco riuscita. Scrisse il 3 maggio: "Il pezzo di Benetl... effetto nullo. Quello di Meyerbeer poco... Chi ha riportata la palma fu la Marcia d'Auber [...] senza di Lui, io avrei fatto una Marcia che sarebbe stata eseguita, e che avrebbe rotto i coglioni a me e al prossimo". L'Esposizione aveva aperto i battenti il primo di maggio. Anche per gli Italiani servì a conoscere e far conoscere le ultime novità tecnologiche. Agli espositori italiani era stata inviata per tempo una circolare: "Il primo maggio 1862 si aprirà in Londra una Esposizione Internazionale delle industrie e delle arti belle. E la Maestà del Re si è degnata di nominare un Regio Comitato Centrale, perché il Regno d'Italia vi sia ben rappresentato. Comprenderà questa Esposizione tutte le materie prime, e tutte le trasformazioni cui sono sottoposte per adattarle ai nostri bisogni, i macchinismi di ogni sorta, e le opere delle arti belle [... ]". L'utilità di questo incontro fra le nazioni fu confermato. A Esposizione già avviata, i diplomatici comunicarono al re che l'Italia si stava comportando proprio bene. Erano trascorse due settimane dall'inaugurazione. L'esecuzione della Cantata venne differita al 24 maggio. Verdi relazionò sulla prima esecuzione assoluta: Londra, 26 maggio 1862
Caro Arrivabile,
[...] Io non t'ho scritto della Cantata perché mi sarebbe parso darle un'importanza che non ha. È stata eseguita per due sere e ripetuta sempre. Ora che ti scrivo si eseguisce in un concerto di mattina; e domani a sera si eseguirà ancora al Teatro. I Giornali grandi e piccoli ne hanno parlato tutti in bene. Ecco tutto. Scrisse a Ricordi anche a proposito del direttore d'orchestra Arditi, il compositore del "Bacio": "Sabato passato fu eseguita la Cantata al Teatro della Regina dalla Titiens e da 250 Coristi. L'effetto parve buono, e fu ripetuta. Stassera si dà di nuovo, e si darà non so per quante volte. L'esecuzione buona nel complesso, buonissima dal lato dell'orchestra Arditi è un buon Direttore [... ]". Anche la critica musicale fu favorevole, a parte qualche pagina che denunciò la confusione del contrappunto, quando nella seconda parte della Cantata Verdi assommò i tre inni nazionali. Questa puntualizzazione derivava più che altro dal pregiudizio che gli operisti italiani non padroneggiassero tanto bene il contrappunto come ad esempio i tedeschi. Verdi con questo bel pezzo, dimostrò l'esatto contrario. Così la Gazzetta Musicale di Milano: "La Cantata si dovette replicare, e si replicherà nelle molte esecuzioni che avrà. [... ] Né l'ammirazione era punto scemata per essersi la Cantata ricusata dai commissari regi dell'Esposizione internazionale. Al contrario, il pubblico sdegnato e frustrato dall'udir la Cantata in quella solenne occasione per la quale fu composta, mostrò tanto omaggio e reverenza al grande compositore, quasi per rivendicarlo dell'usatagli villania". L'Inno delle Nazioni contribuì a suo modo alla fratellanza europea, ed esaltò l'amicizia italo-inglese-francese, forse per presentare la nuova Italia al consesso internazionale, in aperta ostilità con l'Austria e con la Prussia. Il giovane poeta Arrigo Boito, dovette modificare il testo. L'Abbiati pubblicò la prima versione dell'Ode, che recitava così: "Osanna o figliuola — del Santo del Vero, / Sostegno al mortale — che in te si fidò, / Purissima ed Una — siccome il pensiero / Dio ti creò". La seconda versione obbediva ai nuovi criteri diplomatici, forse addirittura suggeriti per l'occasione dall'ambasciata italiana: "Salve, Inghilterra, Regina dei mari, / Di libertà vessillo antico!...". Verdi, per parte sua, utilizzò la Canzone di Mameli, rifiutando la Marcia regia, dichiarando quindi la sua appartenenza politica. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in concomitanza della caduta di Mussolini, l'Inno delle Nazioni, opera nella quale Verdi aveva legato l'inno di Mameli alle note della Marsigliese, e a God Save the Queen, venne rieseguito sotto la direzione di
Arturo Toscanini. Il testo fu modificato: "Italia mia amata" divennne "Italia mia tradita". Fu aggiunto pure un nuovo finale con l'inno americano e l'Internazionale, allo scopo di onorare gli alleati: Inghilterra, Stati Uniti e Russia. In clima di guerra fredda il finale sovietico scomparve però dalla versione ufficiale. |