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"The Golden Stairs" (1866), olio su tela, 277 x 117 cm, del pittore Edward Burne-Jones (Tate Gallery, Londra)"


Gaetano Donizetti

(1797-1848)

Lucia di Lammermoor

Dramma tragico in 3 Atti, fu rappresentata a Napoli (Teatro San Carlo) il 26 settembre del 1835

Personaggi

Lord Enrico Ashton (Baritono); Lucia, sua sorella (Soprano); Sir Edgardo di Ravenswood (Tenore); Lord Arturo Bucklaw (Tenore); Raimondo Bidebend, educatore e confidente di Lucia (Basso); Alisa, damigiella di Lucia (Mezzosoprano); Normanno, capo degli armigeri di Ravenswood (Tenore); dame e cavalieri, congiunti di Ashton, abitanti di Lammermoor, paggi, armigeri, domestici di Ashton

PARTE PRIMA

ATTO UNICO

LA PARTENZA

SCENA I
Atrio nel castello di Ravenswood.
Normanno e Coro di abitanti del castello,
in arnese da caccia.

NORMANNO, CORO
Percorrete le spiagge vicine, Percorriamo
Della torre le vaste rovine:
Cada il velo di sì turpe mistero
Lo domanda... lo impone l’onor.
Fia che splenda il terribile vero
Come lampo fra nubi d’orror!
(il Coro parte rapidamente)

SCENA II

Enrico, Raimondo e detto.
(Enrico s’avanza fieramente accigliato,
Rai mondo lo segue mesto e silenzioso. –
Breve pausa)

NORMANNO
Tu sei turbato!
(accostandosi rispettosamente ad Enrico)

ENRICO
E n’ho ben donde. Il sai:
Del mio destin si ottenebrò la stella...
Intanto Edgardo... quel mortal nemico
Di mia prosapia, dalle sue rovine
Erge la fronte baldanzosa e ride!
Sola una mano raffermar mi puote
Nel vacillante mio poter...
Lucia Osa respinger quella mano!...
Ah! suora Non m’è colei!

RAIMONDO
(in tuono di chi cerca di calmare l’altrui collera)
Dolente Vergin, che geme sull’urna recente
Di cara madre, al talamo potria
Volger lo sguardo? Ah! rispettiam quel core
Che per troppo dolor non sente amore.

NORMANNO
Non sente amor! Lucia D’amore avvampa.

ENRICO
Che favelli?...

RAIMONDO
(Oh detto!)

NORMANNO
M’udite. Ella sen gìa colà, nel parco
Nel solingo vial dove la madre
Giace sepolta: la sua fida Alisa
Era al suo fianco... Impetuoso toro
Ecco su lor s’avventa...
Prive d’ogni soccorso,
Pende sovr’esse inevitabil morte!...
Quando per l’aere sibilar si sente
Un colpo, e al suol repente
Cade la belva.

ENRICO
E chi vibrò quel colpo?

NORMANNO
Tal... che il suo nome ricoprì d’un velo.

ENRICO
Lucia forse?...

NORMANNO
L’amò.

ENRICO
Dunque il rivide?

NORMANNO
Ogni alba.

ENRICO
E dove?

NORMANNO
In quel viale.

ENRICO
Io fremo! Né tu scovristi il seduttor?...

NORMANNO
Sospetto Io n’ho soltanto.

ENRICO
Ah! parla.

NORMANNO
È tuo nemico.

RAIMONDO
(Oh ciel!..)

NORMANNO
Tu lo detesti.

ENRICO
Esser potrebbe!... Edgardo?

RAIMONDO
Ah!...

NORMANNO
Lo dicesti. –

ENRICO
Cruda... funesta smania
Tu m’hai destata in petto!...
È troppo, è troppo orribile
Questo fatal sospetto!
Mi fe’ gelare e fremere!...
Mi drizza in fronte il crin!
Colma di tanto obbrobrio
Chi suora mia nascea! –
Pria che d’amor sì perfido
(con terribile impulso di sdegno)
A me svelarti rea,
Se ti colpisse un fulmine,
Fora men rio destin.

NORMANNO
Pietoso al tuo decoro Io fui con te crudel!

RAIMONDO
(La tua clemenza imploro; Tu lo smentisci, o ciel)

SCENA III
Coro di cacciatori, e detti.

CORO
(accorrendo)
Il tuo dubbio è ormai certezza.
(a Normanno)

NORMANNO
Odi tu?
(ad Enrico)

ENRICO
Narrate.

RAIMONDO
(Oh giorno!)

CORO
Come vinti da stanchezza
Dopo lungo errar d’intorno,
Noi posammo della torre
Nel vestibulo cadente:
Ecco tosto lo trascorre
Un uom pallido e tacente.
Quando appresso ei n’è venuto
Ravvisiam lo sconosciuto. –
Ei su celere destriero
S’involò dal nostro sguardo...
Ci fe’ noto un falconiero.
Il suo nome

ENRICO
E quale?

CORO
Edgardo.

ENRICO
Egli!... Oh rabbia che m’accendi,
Contenerti un cuor non può!

RAIMONDO
Ah! non credere...ah! sospendi...
Ella... M’odi...

ENRICO
Udir non vo’.
La pietade in suo favore
Miti sensi invan ti detta...
Se mi parli di vendetta
Solo intender ti potrò. –
Sciagurati!... il mio furore
Già su voi tremendo rugge...
L’empia fiamma che vi strugge
Io col sangue spegnerò.

NORMANNO, CORO
Quell’indegno al nuovo albore
L’ira tua fuggir non può.

RAIMONDO
(Ahi! qual nembo di terrore
Questa casa circondò!)
(Enrico parte: tutti lo seguono)

SCENA IV

Parco. – Nel fondo della scena un fianco del castello,
con picciola porta praticabile.
Sul davanti la così detta fontana della Sirena,
fontana altra volta coperta da un bell’edifizio,
ornato di tutti i fregi della gotica architettura,
al presente dai rottami di quest’edifizio sol cinta.
Caduto n’è il tetto, rovinate le mura,
e la sorgente che zampilla si apre il varco
fra le pietre, e le macerie postele intorno,
formando indi un ruscello. –
È sull’imbrunire. Sorge la luna.

Lucia ed Alisa

LUCIA
(Viene dal castello, seguita da Alisa:
sono entrambe nella massima agitazione.
Ella si volge d’intorno, come in cerca di qualcuno;
ma osservando la fontana,
ritorce altrove lo sguardo)
Ancor non giunse!...

ALISA
Incauta!... a che mi traggi!...
Avventurarti, or che il fratel qui venne,
È folle ardir.

LUCIA
Ben parli! Edgardo sappia
Qual ne minaccia orribile periglio...

ALISA
Perché d’intorno il ciglio
Volgi atterrita?

LUCIA
Quella fonte mai
Senza tremar non veggo...
Ah! tu lo sai.
Un Ravenswood, ardendo
Di geloso furor, l’amata donna
Colà trafisse: l’infelice cadde
Nell’onda, ed ivi rimanea sepolta...
M’apparve l’ombra sua...

ALISA
Che intendo!...

LUCIA
Ascolta.
Regnava nel silenzio
Alta la notte e bruna...
Colpìa la fonte un pallido
Raggio di tetra luna...
Quando sommesso un gemito
Fra l’aure udir si fe’,
Ed ecco su quel margine
L’ombra mostrarsi a me!
Qual di chi parla muoversi
Il labbro suo vedea,
E con la mano esanime
Chiamarmi a sé parea.
Stette un momento immobile
Poi rapida sgombrò,
E l’onda pria sì limpida,
Di sangue rosseggiò! –

ALISA
Chiari, oh ciel! ben chiari e tristi
Nel tuo dir presagi intendo!
Ah! Lucia, Lucia desisti
Da un amor così tremendo.

LUCIA
Io?... che parli!
Al cor che geme
Questo affetto è sola speme...
Senza Edgardo non potrei
Un istante respirar...
Egli è luce a’ giorni miei,
E conforto al mio penar
Quando rapito in estasi
Del più cocente amore,
Col favellar del core
Mi giura eterna fe’;
Gli affanni miei dimentico,
Gioia diviene il pianto...
Parmi che a lui d’accanto
Si schiuda il ciel per me!

ALISA
Giorni d’amaro pianto
Si apprestano per te!
Egli s’avanza...
La vicina soglia Io cauta veglierò.

(Rientra nel Castello)

SCENA V
Edgardo e Lucia

EDGARDO
Lucia, perdona
Se ad ora inusitata
Io vederti chiedea: ragion possente
A ciò mi trasse.
Pria che in ciel biancheggi
L’alba novella, dalle patrie sponde
Lungi sarò.

LUCIA
Che dici!...

EDGARDO
Pe’ Franchi lidi amici
Sciolgo le vele: ivi trattar m’è dato
Le sorti della Scozia. Il mio congiunto,
Athol, riparator di mie sciagure,
A tanto onor m’innalza.

LUCIA
E me nel pianto
Abbandoni così!

EDGARDO
Pria di lasciarti
Asthon mi vegga... stenderò placato
A lui la destra, e la tua destra, pegno
Fra noi di pace, chiederò.

LUCIA
Che ascolto!... Ah! no... rimanga nel silenzio avvolto
Per or l’arcano affetto...

EDGARDO
(con amarezza)
Intendo! – Di mia stirpe
Il reo persecutore
Ancor pago non è!
Mi tolse il padre... Il mio retaggio avito
Con trame inique m’usurpò...
Né basta? Che brama ancor? che chiede
Quel cor feroce e rio?
La mia perdita intera, il sangue mio?
Ei mi abborre...

LUCIA
Ah! no...

EDGARDO
Mi abborre...
(con più forza)

LUCIA
Calma, oh ciel! quell’ira estrema.

EDGARDO
Fiamma ardente in sen mi scorre! M’odi.

LUCIA
Edgardo!...

EDGARDO
M’odi, e trema.
Sulla tomba che rinserra Il tradito genitore,
Al tuo sangue eterna guerra
Io giurai nel mio furore:
Ma ti vidi...in cor mi nacque
Altro affetto, e l’ira tacque...
Pur quel voto non è infranto...
Io potrei compirlo ancor!

LUCIA
Deh! ti placa...deh! ti frena...
Può tradirne un solo accento!
Non ti basta la mia pena?
Vuoi ch’io mora di spavento?
Ceda, ceda ogn’altro affetto;
Solo amor t’infiammi il petto...
Ah! il più nobile, il più santo
De’ tuoi voti è un puro amor!

EDGARDO
(con subita risoluzione)
Qui, di sposa eterna fede
Qui mi giura, al cielo innante.
Dio ci ascolta, Dio ci vede...
Tempio, ed ara è un core amante;
Al tuo fato unisco il mio
(ponendo un anello in dito a Lucia)
Son tuo sposo.
Ne’ tempi a cui rimonta questo avvenimento,
fu in Iscozia comune credenza,
che il violatore di un giuramento fatto
con certe cerimonie, soggiacesse in questa terra
ad un’esemplare punizione celeste,
quasi contemporanea all’atto dello spergiuro.
Perciò allora i giuramenti degli amanti,
lungi dal riguardarsi come cosa di lieve peso,
avevano per lo meno l’importanza
di un contratto di nozze. –
La più usitata di queste cerimonie era,
che i due amanti rompevano,
e si partivano una moneta.
Si è sostituito il cambio dell’anello,
come più adatto alla scena.

LUCIA
E tua son io.
(porgendo a sua volta il proprio anello a Edgardo)
A’ miei voti amore invoco.

EDGARDO
A’ miei voti invoco il ciel.

LUCIA, EDGARDO
Porrà fine al nostro foco
Sol di morte il freddo gel...

EDGARDO
Separarci omai conviene.

LUCIA
Oh parola a me funesta!
Il mio cor con te ne viene.

EDGARDO
Il mio cor con te qui resta.

LUCIA
Ah! talor del tuo pensiero
Venga un foglio messaggiero,
E la vita fuggitiva
Di speranza nudrirò.

EDGARDO
Io di te memoria viva
Sempre o cara, serberò.

LUCIA, EDGARDO
Verranno a te sull’aura I miei sospiri ardenti,
Udrai nel mar che mormora
L’eco de’ miei lamenti...
Pensando ch’io di gemiti
Mi pasco, e di dolor.
Spargi una mesta lagrima
Su questo pegno allor.

EDGARDO
Io parto...

LUCIA
Addio…

EDGARDO
Rammentati! Ne stringe il cielo!...

LUCIA
E amor.

(Edgardo parte; Lucia si ritira nel castello)

 

 

PARTE SECONDA

ATTO PRIMO

IL CONTRATTO NUZIALE
SCENA I
Gabinetto negli appartamenti di Lord Asthon.
Enrico e Normanno.
(Enrico è seduto presso un tavolino:
Normanno sopraggiunge)

NORMANNO
Lucia fra poco a te verrà.

ENRICO
Tremante L’aspetto.
A festeggiar le nozze illustri
Già nel castello i nobili congiunti
Di mia famiglia accolsi; in breve Arturo
Qui volge...
(sorgendo agitatissimo)
E s’ella pertinace osasse
D’opporsi?...

NORMANNO
Non temer: la lunga assenza
Del tuo nemico, i fogli
Da noi rapiti, e la bugiarda nuova
Ch’egli s’accese d’altra fiamma, in core
Di Lucia spegneranno il cieco amore.

ENRICO
Ella s’avanza!... Il simulato foglio
Porgimi, ed esci sulla via che tragge
(Normanno gli dà un foglio)
Alla città regina
Di Scozia; e qui fra plausi, e liete grida
Conduci Arturo.

(Normanno esce)

SCENA II
Lucia e detto

(Lucia si arresta presso la soglia:
la pallidezza del suo volto,
il guardo smarrito,
e tutto in lei annunzia i patimenti
ch’ella sofferse ed i primi sintomi
d’un’alienazione mentale)

ENRICO
Appressati, Lucia.
(Lucia si avanza
alcuni passi macchinalmente,
e sempre figgendo lo sguardo immobile
negli occhi di Enrico)
Sperai più lieta in questo dì vederti,
In questo dì, che d’imeneo le faci
Si accendono per te.
Mi guardi, e taci!

LUCIA
Il pallor funesto orrendo
Che ricopre il volto mio
Ti rimprovera tacendo
Il mio strazio... il mio dolor.
Perdonar ti possa Iddio
L’inumano tuo rigor.

ENRICO
A ragion mi fe’ spietato
Quel che t’arse indegno affetto...
Ma si taccia del passato...
Tuo fratello io sono ancor.
Spenta è l’ira nel mio petto
Spegni tu l’insano amor.

LUCIA
La pietade è tarda omai!...
Il mio fin di già s’appressa.

ENRICO
Viver lieta ancor potrai...

LUCIA
Lieta! e puoi tu dirlo a me?

ENRICO
Nobil sposo...

LUCIA
Cessa... ah! cessa.
Ad altr’uomo giurai la fe’.

ENRICO
Nol potevi...
(iracondo)

LUCIA
Enrico!...

ENRICO
Or basti.
(raffrenandosi)
Questo foglio appien ti dice,
(porgendole il foglio,
ch’ebbe da Normanno)
Qual crudel, qual empio amasti.
Leggi

LUCIA
Il core mi balzò!
(legge: la sorpresa, ed il più vivo affanno
si dipingono nel suo volto,
ed un tremito l’investe dal capo alle piante)

ENRICO
Tu vacilli!...
(accorrendo in di lei soccorso)

LUCIA
Me infelice!... Ahi!... la folgore piombò!
Soffriva nel pianto... languia nel dolore...
La speme... la vita riposi in un core...
Quel core infedele ad altra si diè!...
L’istante di morte è giunto per me.

ENRICO
Un folle ti accese, un perfido amore:
Tradisti il tuo sangue per vil seduttore
Ma degna dal cielo ne avesti mercé:
Quel core infedele ad altra si diè!
(si ascoltano echeggiare in lontananza
festivi suoni, e clamorose grida)

LUCIA
Che fia!...

ENRICO
Suonar di giubbilo
Senti la riva?

LUCIA
Ebbene?

ENRICO
Giunge il tuo sposo.

LUCIA
Un brivido
Mi corse per le vene!

ENRICO
A te s’appresta il talamo...

LUCIA
La tomba a me s’appresta!

ENRICO
Ora fatale è questa! M’odi.

LUCIA
Ho sugli occhi un vel!

ENRICO
Spento è Guglielmo... a Scozia
Comanderà Maria...
Prostrata è nella polvere
La parte ch’io seguia...

LUCIA
Tremo!...

ENRICO
Dal precipizio Arturo può sottrarmi,
Sol egli...

LUCIA
Ed io?...

ENRICO
Salvarmi Devi.

LUCIA
Ma!...

ENRICO
Il devi.
(in atto di uscire)

LUCIA
Oh ciel!..

ENRICO
(ritornando a Lucia,
e con accento rapido, ma energico)
Se tradirmi tu potrai,
La mia sorte è già compita...
Tu m’involi onore, e vita;
Tu la scure appresti a me...
Ne’ tuoi sogni mi vedrai
Ombra irata e minacciosa!...
Quella scure sanguinosa
Starà sempre innanzi a te!

LUCIA
(volgendo al cielo gli occhi gonfi di lagrime)
Tu che vedi il pianto mio...
Tu che leggi in questo core,
Se respinto il mio dolore
Come in terra in ciel non è.
Tu mi togli, eterno Iddio,
Questa vita disperata...
Io son tanto sventurata,
Che la morte è un ben per me!
(Enrico parte affrettatamente.
Lucia si abbandona su d’una seggiola,
ove resta qualche momento in silenzio;
quindi vedendo giungere Raimondo,
gli sorge all’incontro ansiosissima)

SCENA III
Raimondo, e detta.

LUCIA
Ebben?

RAIMONDO
Di tua speranza L’ultimo raggio tramontò!
Credei Al tuo sospetto, che il fratel chiudesse
Tutte le strade, onde sul Franco suolo,
All’uomo che amar giurasti
Non giungesser tue nuove: io stesso un foglio
Da te vergato, per secura mano recar gli feci... invano!
Tace mai sempre... Quel silenzio assai
D’infedeltà ti parla!

LUCIA
E me consigli?

RAIMONDO
Di piegarti al destino.

LUCIA
E il giuramento?...

RAIMONDO
Tu pur vaneggi! I nuziali voti
Che il ministro di Dio non benedice
Né il ciel, né il mondo riconosce.

LUCIA
Ah! cede Persuasa la mente...
Ma sordo alla ragion resiste il core.

RAIMONDO
Vincerlo è forza.

LUCIA
Oh, sventurato amore!

RAIMONDO
Deh, t’arrendi, o più sciagure
Ti sovrastano infelice...
Per le tenere mie cure,
Per l’estinta genitrice
Il periglio d’un fratello
Ti commova; e cangi il cor...
O la madre nell’avello fremerà per te d’orror.

LUCIA
Taci... taci: tu vincesti... Non son tanto snaturata.

RAIMONDO
Oh qual gioia in me tu desti!
Oh qual nube hai disgombrata!...
Al ben de’ tuoi qual vittima
Offri Lucia, te stessa;
E tanto sacrifizio
Scritto nel ciel sarà.
Se la pietà degli uomini
A te non fia concessa;
V’è un Dio, v’è un Dio,
che tergere Il pianto tuo saprà.

LUCIA
Guidami tu... tu reggimi..
Son fuori di me stessa!..
Lungo crudel supplizio
La vita a me sarà!

(Partono)

SCENA IV
Magnifica sala, pomposamente ornata
pel ricevimento di Arturo.
Nel fondo maestosa gradinata,
alla cui sommità è una porta.
Altre porte laterali. Enrico, Arturo, Normanno,
cavalieri e dame congiunti di Asthon,
paggi, armigeri, abitanti di Lammermoor,
e domestici, tutti inoltrandosi dal fondo.

ENRICO, NORMANNO, CORO
Per te d’immenso giubilo
Tutto s’avviva intorno
Per te veggiam rinascere
Della speranza il giorno
Qui l’amistà ti guida,
Qui ti conduce amor,
Qual astro in notte infida
Qual riso nel dolor.

ARTURO
Per poco fra le tenebre
Sparì la vostra stella; Io la farò risorgere
Più fulgida e più bella.
La man mi porgi Enrico...
Ti stringi a questo cor.
A te ne vengo amico,
Fratello e difensor.
Dov’è Lucia?

ENRICO
Qui giungere
Or la vedrem...
Se in lei Soverchia è la mestizia,
Maravigliar non dei.
Dal duolo oppressa e vinta
Piange la madre estinta...

ARTURO
M’è noto. – Or solvi un dubbio:
Fama suonò, ch’Edgardo
Sovr’essa temerario
Alzare osò lo sguardo...

ENRICO
È ver... quel folle ardia...

NORMANNO, CORO
S’avanza a te Lucia.

SCENA V
Lucia, Alisa, Raimondo e detti.

ENRICO
(presentando Arturo a Lucia)
Ecco il tuo sposo...
(Lucia fa un movimento come per retrocedere)
Incauta!... Perder mi vuoi?
(sommessamente a Lucia)

LUCIA
(Gran Dio).

ARTURO
Ti piaccia i voti accogliere
Del tenero amor mio...

ENRICO
(accostandosi ad un tavolino
su cui è il contratto nuziale,
e troncando destramente
le parole ad Arturo)
Omai si compia il rito. T’appressa.
(ad Arturo)

ARTURO
Oh dolce invito!
(avvicinandosi ad Enrico
che sottoscrive il contratto,
egli vi appone la sua firma.
Intanto Raimondo, ed Alisa conducono
la tremebonda Lucia verso il tavolino)

LUCIA
(Io vado al sacrifizio!..)

RAIMONDO
(Reggi buon Dio l’afflitta)

ENRICO
Non esitar.
(piano a Lucia, e scagliandole furtive,
e tremende occhiate)

LUCIA
(Me misera!..)
(piena di spavento,
e quasi fuor di se medesima, segna l’atto)
(La mia condanna ho scritta!)

ENRICO
(Respiro!)

LUCIA
(Io gelo e ardo! Io manco!..)
(Si ascolta dalla porta in fondo
lo strepito di persona, che indarno trattenuta,
si avanza precipitosa)

TUTTI
Qual fragor!...
(la porta si spalanca)
Chi giunge?...

SCENA VI
Edgardo, alcuni servi, e detti.

EDGARDO
Edgardo.
(Con voce e atteggiamento terribili.
Egli è ravvolto in gran mantello da viaggio,
un cappello con l’ala tirata giù,
rende più fosche le di lui sembianze
estenuate dal dolore)

GLI ALTRI
Edgardo!...

LUCIA
Oh fulmine!...
(cade tramortita)

GLI ALTRI
Oh terror!...
(Lo scompiglio è universale.
Alisa, col soccorso di alcune donne solleva Lucia,
e l’adagia su una seggiola)

ENRICO
(Chi trattiene il mio furore,
E la man che al brando corse?
Della misera in favore
Nel mio petto un grido sorse!
È il mio sangue! io l’ho tradita!
Ella sta fra morte e vita!...
Ah! che spegnere non posso
Un rimorso nel mio cor!)

EDGARDO
(Chi mi frena in tal momento?...
Chi troncò dell’ire il corso?
Il suo duolo, il suo spavento
Son la prova d’un rimorso!...
Ma, qual rosa inaridita,
Ella sta fra morte e vita!...
Io son vinto... son commosso...
T’amo, ingrata, t’amo ancor! )

LUCIA
(Io sperai che a me la vita
(riavendosi)
Tronca avesse il mio spavento...
Ma la morte non m’aita...
Vivo ancor per mio tormento! –
Da’ miei lumi cadde il velo...
Mi tradì la terra e il cielo!...
Vorrei pianger, ma non posso...
Ah, mi manca il pianto ancor! )

ARTURO, RAIMONDO, ALISA, NORMANNO, CORO
(Qual terribile momento!...
Più formar non so parole!...
Densa nube di spavento
Par che copra i rai del sole! –
Come rosa inaridita
Ella sta fra morte e vita!...
Chi per lei non è commosso
Ha di tigre in petto il cor)

ENRICO, ARTURO, NORMANNO, CAVALIERI
T’allontana sciagurato...
O il tuo sangue fia versato...
(scagliandosi con le spade denudate
contro Edgardo)

EDGARDO
(traendo anch’egli la spada)
Morirò, ma insiem col mio
Altro sangue scorrerà.

RAIMONDO
(mettendosi in mezzo alle parti avversarie,
ed in tuono autorevole)
Rispettate, o voi, di Dio la tremenda maestà.
In suo nome io vel comando,
Deponete l’ira e il brando...
Pace pace... egli abborrisce
L’omicida, e scritto sta:
Chi di ferro altrui ferisce,
Pur di ferro perirà.
(Tutti ripongono le spade.
Un momento di silenzio)

ENRICO
(facendo qualche passo verso Edgardo,
e guardandolo biecamente di traverso)
Ravenswood in queste porte
Chi ti guida?

EDGARDO
(altero)
La mia sorte,
Il mio dritto... sì;
Lucia La sua fede a me giurò.

RAIMONDO
Questo amor per sempre obblia;
Ella è d’altri!...

EDGARDO
D’altri!... ah! no.

RAIMONDO
Mira.
(gli presenta il contratto nuziale)

EDGARDO
(dopo averlo rapidamente letto,
e figgendo gli occhi in Lucia)
Tremi!... ti confondi! Son tue cifre?
(mostrando la di lei firma)
A me rispondi:
(con più forza)
Son tue cifre?

LUCIA
(con voce simigliante ad un gemito)
Sì...

EDGARDO
(soffocando la sua collera)
Riprendi Il tuo pegno, infido cor.
(le rende il di lei anello)
Il mio dammi.

LUCIA
Almen...

EDGARDO
Lo rendi.
(Lo smarrimento di Lucia lascia divedere,
che la mente turbata della infelice
intende appena ciò che fa:
quindi si toglie tremando l’anello dal dito,
di cui Edgardo s’impadronisce sul momento)
Hai tradito il cielo, e amor!
(sciogliendo il freno del represso sdegno
getta l’anello, e lo calpesta)
Maledetto sia l’istante
Che di te mi rese amante...
Stirpe iniqua... abbominata Io dovea da te fuggir!...
Ah! di Dio la mano irata
Ti disperda...

ENRICO, ARTURO, NORMANNO, CAVALIERI
Insano ardir!... mi
Esci, fuggi il furor che accende ne
Solo un punto i suoi colpi sospende...
Ma fra poco più atroce, più fiero
Sul suo capo abborrito cadrà...
Sì, la macchia d’oltraggio sì nero
Col tuo sangue lavata sarà.

EDGARDO
(gettando la spada,
ed offrendo il petto a’ suoi nemici)
Trucidatemi, e pronubo al rito
Sia lo scempio d’un core tradito...
Del mio sangue bagnata la soglia
Dolce vista per l’empia sarà!...
Calpestando l’esangue mia spoglia
All’altare più lieta se ne andrà!

LUCIA
(cadendo in ginocchio)
Dio lo salva... in sì fiero momento
D’una misera ascolta l’accento...
È la prece d’immenso dolore
Che più in terra speranza non ha...
E l’estrema domanda del core,
Che sul labbro spirando mi sta!

RAIMONDO, ALISA, DAME
Infelice, t’invola... t’affretta...
(a Edgardo)
I tuoi giorni... il tuo stato rispetta.
Vivi... e forse il tuo duolo fia spento:
Tutto è lieve all’eterna pietà.
Quante volte ad un solo tormento
Mille gioie succeder non fa!
(Raimondo sostiene Lucia,
in cui l’ambascia è giunta all’estremo:
Alisa, e le Dame son loro d’intorno.
Gli altri incalzano Edgardo fin presso la soglia.
Intanto si abbassa la tela)

 

 

ATTO SECONDO

SCENA I
Salone terreno nella torre di Wolferag,
adiacente al vestibulo. Una tavola spoglia
di ogni ornamento, e un vecchio seggiolone
ne formano tutto l’arredamento.
Vi è nel fondo una porta che mette all’esterno:
essa è fiancheggiata da due finestroni
che avendo infrante le invetriate,
lasciano scorgere gran parte delle rovine di detta torre,
ed un lato della medesima sporgente sul mare.
È notte: il luogo viene debolmente illuminato
da una smorta lampada.
Il cielo è orrendamente nero;
lampeggia, tuona, ed i sibili del vento
si mescono coi scrosci della pioggia.
(Edgardo è seduto presso la tavola,
immerso ne’ suoi malinconici pensieri;
dopo qualche istante si scuote,
e guardando attraverso delle finestre)

EGDARDO
Orrida è questa notte
Come il destino mio!
(scoppia un fulmine)
Sì, tuona o cielo...
Imperversate o turbini... sconvolto
Sia l’ordine delle cose, e pera il mondo...
Io non mi inganno! scalpitar d’appresso
Odo un destrier! – S’arresta!
Chi mai nella tempesta
Fra le minacce e l’ire
Chi puote a me venirne?

SCENA II
Enrico e detto.

ENRICO
Io.
(Gettando il mantello, in cui era inviluppato)

EDGARDO
Quale ardire!... Asthon!

ENRICO
Sì.

EDGARDO
Fra queste mura
Osi offrirti al mio cospetto!

ENRICO
Io vi sto per tua sciagura.
Non venisti nel mio tetto?

EDGARDO
Qui del padre ancor s’aggira
L’ombra inulta... e par che frema!
Morte ogn’aura a te qui spira!
Il terren per te qui trema!
Nel varcar la soglia orrenda
Ben dovresti palpitar.
Come un uom che vivo scenda
La sua tomba ad albergar!

ENRICO
(con gioia feroce )
Fu condotta la sacro rito
Quindi al talamo Lucia.

EDGARDO
(Ei più squarcia il cor ferito!...
Oh tormento! oh gelosia! )

ENRICO
Di letizia il mio soggiorno
E di plausi rimbombava;
Ma più forte al cor d’intorno
La vendetta a me parlava!
Qui mi trassi... in mezzo ai venti
La sua voce udia tuttor;
E il furor degli elementi
Rispondeva al mio furor!

EDGARDO
Da me che brami?
(con altera impazienza)

ENRICO
Ascoltami:
Onde punir l’offesa,
De’ miei la spada vindice
Pende su te sospesa...
Ch’altri ti spenga?
Ah! mai... Chi dee svenarti il sai!

EDGARDO
So che al paterno cenere
Giurai strapparti il core.

ENRICO
Tu!...

EDGARDO
Quando?
(con nobile disdegno)

ENRICO
Al primo sorgere
Del mattutino albore.

EDGARDO
Ove?

ENRICO
Fra l’urne gelide
Dei Ravenswood.

EDGARDO
Verrò.

ENRICO
Ivi a restar preparati.

EDGARDO
Ivi... t’ucciderò.

a 2
O sole più rapido a sorger t’appresta...
Ti cinga di sangue ghirlanda funesta...
Così tu rischiara – l’orribile gara
D’un odio mortale, d’un cieco furor.
Farà di nostr’alme atroce governo
Gridando vendetta, lo spirto d’Averno...
(l’uragano è al colmo)
Del tuono che mugge – del nembo che rugge
Più l’ira è tremenda, che m’arde nel cor.
(Enrico parte: Edgardo si ritira)

SCENA III
Galleria del castello di Ravenswood,
vagamente illuminata per festeggiarvi
le nozze di Lucia. Dalle sale contigue
si ascolta la musica di liete danze.
Il fondo della scena è ingombro di paggi
ed abitanti di Lammermoor del castello.
Sopraggiungono molti gruppi di Dame e Cavalieri
sfavillanti di gioia, si uniscono in crocchio
e cantano il seguente

CORO
Di vivo giubbilo
S’innalzi un grido:
Corra di Scozia
Per ogni lido;
E avverta i perfidi
Nostri nemici,
Che più terribili,
Ne rende l’aura
D’alto favor;
Che a noi sorridono
Le stelle ancor.

SCENA IV
Raimondo, Normanno e detti.
(Normanno traversa la scena
ed esce rapidamente)

RAIMONDO
(trafelato, ed avanzandosi a passi vacillanti)
Cessi... ahi cessi quel contento...

CORO
Sei cosparso di pallore!...
Ciel! Che rechi?

RAIMONDO
Un fiero evento!

CORO
Tu ne agghiacci di terrore!

RAIMONDO
(accenna con mano che tutti lo circondino,
e dopo avere alquanto rinfrancato il respiro)
Dalle stanze ove Lucia
Trassi già col suo consorte,
Un lamento... un grido uscia
Come d’uom vicino a morte!
Corsi ratto in quelle mura...
Ahi! terribile sciagura!
Steso Arturo al suol giaceva
Muto freddo insanguinato!...
E Lucia l’acciar stringeva,
Che fu già del trucidato!...
(tutti inorridiscono)
Ella in me le luci affisse...
"Il mio sposo ov’è?" mi disse:
E nel volto suo pallente
Un sorriso balenò! Infelice! della mente
La virtude a lei mancò!

TUTTI
Oh! qual funesto avvenimento!...
Tutti ne ingombra cupo spavento!
Notte, ricopri la ria sventura
Col tenebroso tuo denso vel.
Ah! quella destra di sangue impura
L’ira non chiami su noi del ciel. –

RAIMONDO
Eccola!

SCENA V

Lucia, Alisa e detti.
(Lucia è in succinta e bianca veste:
ha le chiome scarmigliate,
ed il suo volto, coperto da uno squallore di morte,
la rende simile ad uno spettro,
anziché ad una creatura vivente.
Il di lei sguardo impietrito, i moti convulsi,
e fino un sorriso malaugurato manifestano
non solo una spaventevole demenza,
ma ben anco i segni di una vita,
che già volge al suo termine)

CORO
(Oh giusto cielo! Par dalla tomba uscita!)

LUCIA
Il dolce suono
Mi colpì di sua voce!...
Ah! quella voce
M’è qui nel cor discesa!...
Edgardo! Io ti son resa:
Fuggita io son da’ tuoi nemici... – Un gelo
Mi serpeggia nel sen!... trema ogni fibra!...
Vacilla il piè!... Presso la fonte, meco
T’assidi alquanto... Ahimé!...
Sorge il tremendo
Fantasma e ne separa!...
Qui ricovriamci, Edgardo, a piè dell’ara...
Sparsa è di rose!... Un’armonia celeste
Di’, non ascolti? – Ah, l’inno Suona di nozze!...
Il rito per noi, per noi s’appresta!...
Oh me felice! Oh gioia che si sente, e non si dice!
Ardon gl’incensi... splendono Le sacre faci intorno!...
Ecco il ministro!
Porgimi La destra.... Oh lieto giorno!
Alfin son tua, sei mio! A me ti dona un Dio...
Ogni piacer più grato
Mi fia con te diviso
Del ciel clemente un riso
La vita a noi sarà!

RAIMONDO, ALISA e CORO
In sì tremendo stato,
Di lei, signor, pietà.
(sporgendo le mani al cielo)

RAIMONDO
S’avanza Enrico!...

SCENA VI
Enrico, Normanno e detti.

ENRICO
(accorrendo)
Ditemi:
Vera è l’atroce scena?

RAIMONDO
Vera, pur troppo!

ENRICO
Ah! perfida!... Ne avrai condegna pena...
(scagliandosi contro Lucia)

RAIMONDO, ALISA, CORO
T’arresta... Oh ciel!...

RAIMONDO
Non vedi Lo stato suo?

LUCIA
Che chiedi?...
(sempre delirando)

ENRICO
Oh qual pallor!
(fissando Lucia, che nell’impeto di collera
non aveva prima bene osservata)

LUCIA
Me misera!...

RAIMONDO
Ha la ragion smarrita.

ENRICO
Gran Dio!...

RAIMONDO
Tremare, o barbaro,
Tu dei per la sua vita.

LUCIA
Non mi guardar sì fiero...
Segnai quel foglio è vero... –
Nell’ira sua terribile
Calpesta, oh Dio! l’anello!...
Mi maledice!... Ah! vittima
Fui d’un crudel fratello,
Ma ognor t’amai... lo giuro...
Chi mi nomasti? Arturo! –
Ah! non fuggir... Perdono...

GLI ALTRI
Qual notte di terror!

LUCIA
Presso alla tomba io sono...
Odi una prece ancor. –
Deh! tanto almen t’arresta,
Ch’io spiri a te d’appresso...
Già dall’affanno oppresso
Gelido langue il cor!
Un palpito gli resta...
È un palpito d’amor.
Spargi di qualche pianto Il mio terrestre velo,
Mentre lassù nel cielo Io pregherò per te...
Al giunger tuo soltanto
Fia bello il ciel per me!
(resta quasi priva di vita,
fra le braccia di Alisa)

RAIMONDO, ALISA, CORO
Omai frenare il pianto
Possibile non è!

ENRICO
(Vita di duol, di pianto
Serba il rimorso a me!)
Si tragga altrove... Alisa,
Pietoso amico...
(a Raimondo)
Ah! voi La misera vegliate...
(Alisa e le Dame conducono altrove Lucia)
Io più me stesso In me non trovo!...
(parte nella massima costernazione:
tutti lo seguono, tranne Raimondo e Normanno)

RAIMONDO
Delator! gioisci
Dell’opra tua.

NORMANNO
Che parli?

RAIMONDO
Sì, dell’incendio che divampa e strugge
Questa casa infelice hai tu destata
La primiera favilla.

NORMANNO
Io non credei...

RAIMONDO
Tu del versato sangue, empio! tu sei
La ria cagion!... Quel sangue
Al ciel t’accusa, e già la man suprema
Segna la tua sentenza...
Or vanne, e trema.
(Egli segue Lucia:
Normanno esce per l’opposto lato)

SCENA VII

Parte esterna del Castello,
con la porta praticabile:
un appartamento dello stesso
è ancora illuminato internamente.
In più distanza una cappella:
la via che vi conduce è sparsa
delle tombe dei Ravenswood. –
Albeggia.

EDGARDO
Tombe degli avi miei, l’ultimo avanzo
D’una stirpe infelice
Deh! raccogliete voi. –
Cessò dell’ira Il breve foco... sul nemico acciaro
Abbandonar mi vo’. Per me la vita
È orrendo peso!... l’universo intero
È un deserto per me senza Lucia!...
Di liete faci ancora
Splende il castello! Ah! scarsa
Fu la notte al tripudio!... Ingrata donna!
Mentr’io mi struggo in disperato pianto,
Tu ridi, esulti accanto
Al felice consorte!
Tu delle gioie in seno, io... della morte!
Fra poco a me ricovero darà negletto avello...
Una pietosa lagrima
Non scorrerà su quello!...
Fin degli estinti, ahi misero!
Manca il conforto a me!
Tu pur, tu pur dimentica
Quel marmo dispregiato:
Mai non passarvi, o barbara,
Del tuo consorte a lato...
Rispetta almen le ceneri
Di chi moria per te.

SCENA VIII

Abitanti di Lammermoor,
dal castello, e detto.

CORO
Oh meschina! Oh caso orrendo!
Più sperar non giova omai!...
Questo dì che sta sorgendo
Tramontar tu non vedrai!

EDGARDO
Giusto cielo!... Ah! rispondete:
Di chi mai, di chi piangete?

CORO
Di Lucia.

EDGARDO
Lucia diceste!
(esterrefatto)

CORO
Sì la misera sen muore
Fur le nozze a lei funeste...
Di ragion la trasse amore...
S’avvicina all’ore estreme,
E te chiede... per te geme...

EDGARDO
Ah! Lucia! Lucia!...
(si ode lo squillo lungo,
e monotono della campana de’ moribondi)

CORO
Rimbomba
Già la squilla in suon di morte!

EDGARDO
Ahi!... quel suono al cor mi piomba! –
È decisa la mia sorte!...
Rivederla ancor vogl’io...
Rivederla e poscia...
(incamminandosi)

CORO
Oh Dio!...
(trattenendolo)
Qual trasporto sconsigliato!...
Ah desisti...ah! riedi in te...
(Edgardo si libera a viva forza,
fa alcuni rapidi passi per entrare nel castello,
ed è già sulla soglia quando n’esce Raimondo)

SCENA ULTIMA
Raimondo e detti.

RAIMONDO
Ove corri sventurato? Ella in terra più non è.
(Edgardo si caccia disperatamente
le mani fra’ capelli, restando immobile
in tale atteggiamento, colpito da quell’immenso dolore
che non ha favella. Lungo silenzio)

EDGARDO
(scuotendosi)
Tu che a Dio spiegasti l’ali,
O bell’alma innamorata,
Ti rivolgi a me placata...
Teco ascenda il tuo fedel.
Ah se l’ira dei mortali
Fece a noi sì lunga guerra,
Se divisi fummo in terra,
Ne congiunga il Nume in ciel.
(trae rapidamente un pugnale
e se lo immerge nel cuore)
Io ti seguo...
(tutti si avventano,
ma troppo tardi per disarmarlo)

RAIMONDO
Forsennato!...

CORO
Che facesti!...

RAIMONDO, CORO
Quale orror!

CORO
Ahi tremendo!... ahi crudo fato!...

RAIMONDO
Dio, perdona un tanto error.

(Prostrandosi, ed alzando le mani al cielo:
tutti lo imitano: Edgardo spira)

FINE

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