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"The Golden Stairs" (1866), olio su tela, 277 x 117 cm, del pittore Edward Burne-Jones (Tate Gallery, Londra)"


Gaetano Donizetti

(1797-1848)

L'ajo nell'imbarazzo

Melodramma giocoso in 2 Atti di Jacopo Ferretti, è stato rappresentato a Roma (Teatro Valle) il 4 febbraio del 1824

Personaggi

madama Gilda Tallemanni (Soprano); il marchese Don Giulio Antiquati (Baritono); Enrico e Pippetto, suoi figli (Tenore); Don Gregorio Cordebono, ajo in casa del marchese Giulio (Basso); Leonarda, governante attempata (Mezzosoprano); Simone, servo del marchese; servi, camerieri, lacché del marchese

ATTO PRIMO

Camera con quattro porte laterali, ed una in
mezzo con bussole, e cortine. Tavolino con
recapito da scrivere. Vari libri, quaderni, e
quattro sedie.

Scena prima
Pippetto seduto al tavolino, e Gregorio in veste da camera passeggiando, dando lezione; indi
Leonarda con cabarè, tazza di caffè al latte e
biscottini, poi Simone e servi ecc.

GREGORIO
Mi traduca dal volgare
questo breve latinuccio:
"Nasco solo per studiare".

PIPPETTO
"Ad amandum nascor ... "

GREGORIO
Ciuccio!
Ma che razza di cervello
similissimo a un crivello!
Nulla mai si può restar!
Cosa c'entra il verbo amar?
Per studiare.

PIPPETTO
Nos amabimus.

GREGORIO
Siam da capo.

PIPPETTO
Ho poca pratica:
ma di tutta la grammatica,
amo amas solamente
nella testa mi restò!

GREGORIO
(Proprio il verbo più insolente
che la fisica inventò.)
Mi dia qua le sue facciate,
Ah! che lettere storpiate!
Sono sciabole, e rampini.

LEONARDA
Ecco qui co' i biscottini
il tuo latte col caffè.

PIPPETTO
Cara, cara Leonardella,
creperei senza di te.

LEONARDA
Mangia mangia gioia bella
ma poi sempre pensa a me.

GREGORIO
L'I più dritto, l'U più storto,
l'A più larga, l'O più tondo:
non si trova in tutto il mondo
uom paziente più di me.

LEONARDA
Pippo mio...

PIPPETTO
Non farmi torto.

LEONARDA e PIPPETTO
Se si gira tutto il mondo
quanto è lungo, largo e tondo
più fedel di me non v'è.

GREGORIO
Alto là: qual confidenza?
(accorgendosi che parlano sottovoce)

LEONARDA
Gli portai la colazione.

GREGORIO
Ora è tempo di lezione,
e mi sembra impertinenza
il venirlo a divagar.

LEONARDA
Notte e giorno a tavolino!
Lo volete far schiattar?

GREGORIO
(Sta a veder che un polverino
su quel muso io fò volar.)

PIPPETTO
Io quest'altro biscottino voglio intanto masticar.
(segue a mangiare avidamente stando a sedere)
Addio, cara.
(sottovoce fra loro, mentre Leonarda sta
per partire col cabarè avendo inteso)

LEONARDA
Core, addio.

GREGORIO
Core! ... cara!... Ah, vecchia pazza!

LEONARDA
Vecchia a me?

PIPPETTO
(Mi par ragazza.)

LEONARDA
Vecchia a me! Me la vedrò.

GREGORIO
Vecchia... vecchia marcia, via,
o dai gangheri uscirò.

LEONARDA
Vecchia a me! Me la vedrò.
(avanzandosi verso Gregorio
in collera con voce soffocata)

GREGORIO
Luca, Simone, Pietro, Matteo, Checco,
Girolamo, Bartolommeo.
(corre alla porta di mezzo.
Alle sue voci vengono
Simone e i servi)
Tutti venite, tutti mi udite.

SIMONE e CORO
Siam qui prontissimi ad ascoltar.

GREGORIO
Quando quel studio coi signorini,
sia di carattere, sia di latini,
sia di rettorica, di poesia,
sia di aritmetica, di prosodia,
di metafisica, di ortografia,
di numismatica, di geografia,
nemmeno il diavolo ha da passar.
Che se al marchese ne faccio un motto,
fo un sottosopra, un sopra e sotto,
qualcuno all'aria faccio saltar.

SIMONE e CORO
Signor maestro, sarà Servito,
non vada in collera sarà obbedito.
Vossignoria sia persuasa
che ad un suo cenno tutta la casa
obbedientissima si mostrerà.

GREGORIO
Zitto, in silenzio, là, non mi replichi;
mandi a memoria la sua lezione:
con la grammatica, col Cicerone,
nelle sue camere vada a studiar.

LEONARDA
Brutta, può darsi; vecchia, non sono;
questa parola non le perdono.
M'ha detto vecchia, se ne ricordi,
questa parola l'ha da pagar.

GREGORIO
Le ho detto vecchia, non cangio tuono;
glie la mantengo da quel che sono.
Sento benissimo; non parla ai sordi?
Mi lasci stare; vada a filar.

PIPPETTO
S'imbroglia il tempo: sento già il tuono,
(raccoglie i libri e quaderni
ponendoseli sotto al braccio)
Per me non tremo, son buono, buono
ah, come strillano! che siano sordi?
Fò marco-sfila; vado a studiar.

SIMONE e CORO
Ma, via non s'alteri; non le conviene.
Zitta Leonarda, che non sta bene.
Con questa collera ci fate ridere,
se vien don Giulio vi fa tremar.

Simone e i servi partono: indi Simone ritorna.
Leonarda nel partire dal fondo fa cenno a Pippetto,
che cautamente a lei si accosta.

LEONARDA
Quando puoi vien da me. Voglio insegnarti
a far meglio le calze traforate.

PIPPETTO
Sì fra poco verrò.

Leonarda parte.

GREGORIO
Ma cosa fate?
(volgendosi)

PIPPETTO
Me n'andavo a studiar.

GREGORIO
Farete bene.
Co' i servi, e con la serva
non istate a ciarlar; perché hanno in uso
certe frasi ordinarie e dozzinali,
e voi le ripetete tali e quali.

PIPPETTO
Ma se non vedo altri!

GREGORIO
(E qui ha ragione.)
Ma imitate il linguaggio
del papà, del maestro.

PIPPETTO
Sì, signore;
ma Leonarda ha un parlar...

GREGORIO
Molto sguaiato.

PIPPETTO
(E a me pareva un ciceron stampato.)
(entra nella sua camera)

GREGORIO
Sciocco di prima classe! E suo fratello
che avrà, che sempre è mesto? Eh! l'indovino.
Capirà d'esser grande, ed avrà rabbia
star sempre in casa, vale a dire in gabbia.
Ah! don Giulio, don Giulio,
con quel tenerli in tanta gelosia
tu rovini i tuoi figli!

SIMONE
Sua eccellenza,
prima d'uscire vuol parlarle, e dice,
che verrà qua.

GREGORIO
Per Bacco!
sono in veste da camera; non voglio,
che mi trovi così. Caro Simone
mi vesto, e vengo giù da sua eccellenza.
Farmi veder così, non è decenza.
(parte)

SIMONE
Se aspetta sarà peggio. Ha l'irascibile
sempre al comando suo. Non ride mai...
Eccolo. Andiamo via, non voglio guai.
(esce)

Scena seconda

Don Giulio in abito di gala, entra, e posa il suo cappello
sul tavolino, indi dalla porta di mezzo il signor Gregorio
in abito decente per uscir di casa.

GIULIO
É d'un padre pur grave la sorte
per l'incerto avvenire de' figli;
al riflesso d'un dubbio sì forte
l'alma in seno tranquilla non ho.
Ma de' mali nel mondo maggiore
sta di donna nei vezzi, lo so;
della quale s'annida nel core
ogni frode che il vizio operò.
Figli amati da tanto malore
preservarvi avveduto saprò.
Questi miei figli un peso, un peso enorme
saran sempre per me. Con questo austero
freddo contegno mio,
ch'ereditai dagli avi, ah, quanti rischi
io lor faccio evitar! La vita è un mare,
penso ai naufragi miei:
veder perirvi i figli io non vorrei.

GREGORIO
Eccellenza, comandi.

GIULIO
Son dieci anni,
che voi siete con me. Non voglio titoli;
franchezza ed amistà; di voi mi fido.
Siete il migliore amico,
che conobbi finora.

GREGORIO
Mi confonde,
troppa bontà.

GIULIO
Sentite;
esco per una visita,
in casa del ministro,
che di molta premura
or m'ha fatto chiamar. Starò gran tempo;
forse vi resto a pranzo; se non torno
verso le tre, ordinate:
sedete capo-tavola e pranzate.

GREGORIO
Obbedirò.

GIULIO
Mio caro amico, io voglio
una grazia da voi.

GREGORIO
Grazia? Signore!

GIULIO
Ascoltate, Gregorio, io vi apro il cuore.
amo, adoro i miei figli.

GREGORIO
Che siate benedetto.

GIULIO
Ma il mio caro Enrichetto!… ah, quel ragazzo!

GREGORIO
(Povero ragazzino che ha già
venticinque anni!)

GIULIO
Io non comprendo
da quale oppresso sia
fatal melanconia! Mangia sì poco,
non ride mai, sospira, e qualche volta
gli ho sorpresa sul ciglio
una stilla di pianto... Oh, Dio! ... M'è figlio;
vorrei... che voi... mio caro...

GREGORIO
Dica, dica.

GIULIO
Io gli dò soggezione,
non so usar certe frasi,
non parlo per metafora;
vorrei, che voi cercaste
di strappargli dal seno
questo segreto.

GREGORIO
Io quasi il so.

GIULIO
Che?… Come?…
Qualche cosa sapete?
Non mi fate penar.

GREGORIO
Dirò?…

GIULIO
Sedete.
(tira innanzi due sedie e siedono)

GREGORIO
Ma il ministro?

GIULIO
Che importa? I cari figli,
i cari figli miei, quelle due caste
tortorelle innocenti
sono il primo pensier d'un padre amante.

GREGORIO
Or dunque...

GIULIO
Sull'istante
tutto, tutto d'Enrico io saper voglio.

GREGORIO
Le dirò! ...

GIULIO
Dite tutto.

GREGORIO
(Ohimè! che imbroglio!)
le dirò!... così... a quattr'occhi
quel che vado macchinando.

GIULIO
Dite pur ... Non siam due
sciocchi: dite pur ... Ve lo comando.

GREGORIO
(imbarazzato)
Non vorrei... però...
mi spiego... ch'ella in collera montasse!

GIULIO
No, mio caro... Ma vi prego
discorriamo a voci basse.

Ciascuno da sé.

GREGORIO
(Io per me non so far scene,
d'adulare io non so l'uso
Gliela spifero sul muso,
gliela sparo come va.)

GIULIO
(Ah! mi tremano le vene!
Ch'abbia visto un qualche abuso?
Me meschin! Fa un certo muso,
che gelare il cor mi fa.)

GREGORIO
Eccellenza; il buon Enrico
è ipocondrico, alterato ...
come penso glie la dico ...
per trovarsi sequestrato
sempre in casa, rinserrato
vive sempre in soggezione
mai tantino d'allegria,
mai fochetti, mai pallone,
mai teatri, mai festini,
mai nemmeno ai burattini...
Non è stucco: egli sospira
un tantin di libertà.
Ah! marchese, tira, tira,
alla fin sì spezzerà,

GIULIO
Resto assai scandalezzato,
no, Gregorio, io non vel taccio,
dell'avervi ritrovato
così reo filosofaccio.
Voi vorreste i figli miei
co' i costumi tanto infetti,
dei galanti cicisbei,
dei moderni zerbinetti,
che hanno sempre nel discorso
i romanzi, o il gioco, o il corso.
La sbagliate: si diventa
così pien d'iniquità.
Ah, maestro! allenta, allenta;
alla fin si cascherà.

GREGORIO
Non parlar con donne mai...

GIULIO
Donne! donne! è meglio un fulmine.
Ah, maestro! Che ascoltai?
Voi, per certo, oggi tenete
qualche cosa per la testa,
perché detto non m'avete
mai sciocchezza come questa.
Donne! Oh ciel! mi prende un brivido,
e mi sembra di sognar.
Maestro pensate a quel che vi dico;
scoprire tentate l'affanno d'Enrico,
ma sì perigliose idee scandalose
con quelle colombe non state a svelare.

GREGORIO
Mi scusi marchese... dicevo... m'intende? ...
Non so se m'intese?... volevo... comprende?
D'Enrico il pensiero scoprir non dispero.
(confuso)
Del resto non pensi, mi so regolar,

GIULIO
(Per Bacco il maestro ha perso il cervello,
oppure egli è un lupo col manto d'agnello.
All'erta, don Giulio, bisogna scoprire,
sentire, capire, il velo squarciar.)

GREGORIO
(L'amico mi crede svanito il cervello,
o un lupo mi stima col manto d'agnello,
All'erta, Gregorio, bisogna smentire
patire, inghiottire, non far sospettar.)

Escono dalla porta di mezzo.

Scena terza
Esce Enrico concentrato in profondi e
dolorosi pensieri, indi Gregorio.

ENRICO
Cara e fatal immagine
d'un dispietato oggetto
ah, perché mai dal petto
rapirmi, oh, cruda il cor.
Deh! tu proteggimi
pietoso amore.
La pace rendimi,
ritorna al core
la già perduta
tranquillità.
Quai fieri palpiti,
qual crudo affetto,
io pur posseggo
l'amato oggetto;
ma perché palpito
perché tremar?
E ver che il grado è uguale,
ch'è bella, e saggia; oh Dio!
Che val col padre mio? Finché il segreto
conservarsi potea, cento speranze
lusingavano il cor. Ora che Gilda
ha me solo per sé...

GREGORIO
(Già siamo al solito
fabbricando lunari.) Enrico mio
facciamo quattro passi.

ENRICO
Vi prego dispensarmi.

GREGORIO
Stiamo in casa;
ma mutrie non ne voglio.

ENRICO
No, signore.

GREGORIO
No, signore, e piangete?
Ma sapere si può, che cosa avete?
Enrico, Enrico mio, l'ajo non sono;
sono il padre, l'amico,
tutto sono per te. Svelami, parla;
tacerò, te lo giuro.
Tutto per te farò. Non arrossirti.
Siam uomini si sa. Figlio mio caro,
vieni nelle mie braccia. A tempo e luogo
sparo la batteria.
(Vedrò se vince l'eloquenza mia.)

ENRICO
ma giurate?

GREGORIO
(si piega)
Quel che vuoi.

ENRICO
Signor Gregorio, io m'abbandono a voi.

GREGORIO
Ditemi il vostro male...

ENRICO
Ah! donne!

GREGORIO
(con un urlo di meraviglia)
Donne!
Tu burli?

ENRICO
Sì, una donna è la cagione
di mie fiere sventure.

GREGORIO
(gridando)
Anima nera!

ENRICO
Ma mio padre dov'è?

GREGORIO
Sta dal ministro;
forse a pranzo non torna.

ENRICO
(Ecco il momento!)
Tutto vi narrerò.

GREGORIO
Bravo!

ENRICO
Chiudete
quelle porte. Pippetto con Leonarda
potrebbero venir.

GREGORIO
Sì, figlio mio.
(eseguisce)

ENRICO
Fate sortire il servo, e i camerieri.

GREGORIO
Si farò sortir tutti; non pensate.

ENRICO
Tutto, tutto vedrete. E poi?
(entra in camera)

GREGORIO
Sperate. Ehi, chi è di là?

Scena quarta
Simone e detto.

SIMONE
Comandi.

GREGORIO
Oh, Simoncino,
chi è di guardia?

SIMONE
Son solo. I servittori
usciron col marchese. I camerieri
a spasso se n'andarono.

GREGORIO
Venite
nelle camere mie. Vi do due polizze,
portatevi in dogana, e dai facchini
fatemi recar qua due telescopi,
un atalante, e i volumi
che mi vengon di Londra.
(Almeno, almeno
ci vogliono tre ore.)
Poi saprò regalarvi.

SIMONE
Si signore.

Partono dal fondo.

Scena quinta
Enrico dalla sua camera, indi Gilda dal
fondo, entrando rapida e guardinga.

ENRICO
" Qual azzardo! a un mio cenno
balza in piè, lascia il figlio,
e vola... ! É dessa
(sentendola camminare)
Il servo... forse... Gilda!
(vedendola
arrivare)

GILDA
Enrico mio!

ENRICO
Non ti vide nessun?

GILDA
Nessuno affatto.
Ma dì, che novità?

ENRICO
Qui siam sicuri.
Hai da parlar coll'ajo.

GILDA
Non mi piace
quella fisonomia.

ENRICO
Pure ha un ottimo cuor. Mi strinse al petto
giurò aiutarmi. Io non trovai parole...
mi raccomando a te.

GILDA
Nei casi estremi
ci vogliono le donne... e perché tremi? "
(osserva Enrico che sta impaurito)
Figlia son d'un colonnello;
ho uno spirito marziale,
e qui dentro al mio cervello
ho malizia in quantità.
Quando parlo, non c'è male;
se sospiro è meglio ancora;
e se piango, in men d'un ora,
quel che voglio si farà.
Di romanzi, e di novelle
io ne ho lette tante, e tante,
e so cento cose belle,
che sul labbro d'un amante,
quando a tempo sian sparate,
con due smorfie, e un sospiretto,
sono tante cannonate,
che non mancano d'affetto,
e fan gli uomini più dotti
da merlotti giù cascar.
Gilda tua si raccomanda
ridi, brilla, e lascia far.

Scena sesta
Gregorio dal fondo e detti.

GILDA
Sì, Enrico mio...

GREGORIO
Oh, son qua... corpo di Bacco
una donna?

GILDA
Cos'è? Vide il demonio?

GREGORIO
Non siete voi la figlia
del colonnello Tallemanni?

ENRICO
Morto
nell'ultima battaglia.

GREGORIO
E che abitate?...

GILDA
Qui rimpetto nel vicolo.

GREGORIO
E voi siete
la cagion del suo duol?

GILDA
Tant'è.

GREGORIO
Ma brava!
E come?

GILDA
Dal balcone
guardò me, guardai lui, rise, sorrisi;
guarda, ridi, sospira...

GREGORIO
Finalmente?

GILDA
Scappa una notte, e vien da me. Tre ferri
di calzetta attortigliai,
sforzai la molla, e l'uscio spalancai.

GREGORIO
E allora?

ENRICO
Allor mentr'io
il casto affetto mio
lacrimando spiegava...

GREGORIO
Ebbene?

GILDA
Arriva mia madre.

GREGORIO
A tempo.

GILDA
E casca semiviva.

GREGORIO
Si fece male?

GILDA
No; la vecchia serva
corse alle grida, e si riebbe.

GREGORIO
E allora
cosa diavolo disse?

GILDA
Figuratevi.

ENRICO
Ve lo lascio pensar.

GILDA
Enrico mio
propose un matrimonio.

GREGORIO
E vostra madre?

ENRICO
L'approva e benedice.

GREGORIO
E voi?

GILDA
Ci demmo
la man di sposi,
e nel seguente giorno
segretissimamente
sacro l'atto, e legal fu reso.

GREGORIO
Dunque?

GILDA
Noi siamo sposi.

GREGORIO
Sposi? Voi burlate?
E il paterno consenso? Andate, andate.
Son tradito! bricconi! indegni! cani!
Di me, di voi, di tutti,
che mai sarà? Don Giulio
vi fulmina, vi stritola.

ENRICO
Gregorio!

GILDA
É fatta.

ENRICO
É un anno.

GREGORIO
Un anno? Io sudo freddo.
E la madre?

GILDA
É partita per Milano
a raccoglier gli effetti di mio padre.

GREGORIO
(ad Enrico)
Tu l'hai da mantener?

GILDA
Mi pare giusto.

GREGORIO
Il padre tuo non ti dà mai denaro.

ENRICO
Tre scudi all'anno il dì sei di gennaro.

GILDA
Per befana.

GREGORIO
Befana! (Ah, padre bestia!)

GILDA
Per me non è molestia;
campo di poco assai, ma già il destino
ci ha dato...

ENRICO
E quanto è caro!

GILDA
Un Bernardino.

GREGORIO
Come? come?
(rimanendo immobile per la meraviglia)

ENRICO e GILDA
Un Bernardino.

GILDA
Un solo.

ENRICO
É senza fiato.
(osservando Gregorio stupido)

GILDA
Restò là petrificato.

ENRICO e GILDA
Ah! Gregorio!
(pregando)

GREGORIO
Un Ber-nar-din!
Coppia rea! S'appressa il fulmine;
ti abbandono al tuo destin.
Quando sa che tu sei sposo,
quando sa che questa è madre,
quella bestia di tuo padre,
penserà, dirà, farà...
qualche gran bestialità.
(gettandosi a sedere disperato col capo
appoggiato al tavolino)

ENRICO e GILDA
Ah! da tutti abbandonati,
sventurati, che faremo?
Resta sol nel fato estremo
l'andar morte ad incontrar.

ENRICO
Se diceste una parola;
(tirandolo dolcemente per l'abito)
se diceste...

GREGORIO
Scassa, scassa.
Questa orribile matassa
penserete a svilupar.

GILDA
Lascialo quel tiranno.
(strappa Enrico da Gregorio,
e facendolo correre all'altro lato)

GREGORIO
Tiranno? a chi? a Gregorio?

GILDA
É tal chi al nostro affanno
serba di sasso il cor.
Di tanti falli, il sai,
sola cagion son io.
Deh! tu lo sposo mio
salva dal genitor.
(con espressione)
Di me... di me... che importa?
Si compia il mio destino.
(sceneggiando e guardando sempre
Gregorio che si commove)
Andrò di porta in porta
col figlio mio bambino
mesta, raminga, debole
nel fiore dell'età
ad implorar pietà.

GREGORIO
(Ahimè! mi vien da piangere,
e pianger non vorrei;
chi diavolo è costei?
Il cor mi fa spezzar.)

GILDA
(Casca; comincia a piangere;
vincer, trionfar dovrei.)
Chi a tanti affanni miei
(tornando a sceneggiare)
conforto può negar?

ENRICO
Me pur, me pur fai piangere!
(di furto a Gilda, indi fra sé)
Come eloquente sei!
Ah! voi dovete, oh Dei!.
quest'alma consolar.

GILDA
Enrico... Addio... Perdono.
(in atto di partire)

GREGORIO
Fermatevi... aspettate.
(singhiozzando da sé)
(Moglie e marito sono!)

GILDA
Addio.

GREGORIO
Ma fe... fermate.
(singhiozzando)
Ah! per sbrogliare gl'imbrogli
mi trovo affé imbrogliato.
Sto in mar fra cento scogli...

Scena settima
Don Giulio di dentro dal fondo e detti.

GIULIO
Ma nessun servo in sala oggi è restato?
(di dentro)

GREGORIO, GILDA ed ENRICO
Ah, terremoti!
Ah, miseri: e come si farà?
(guardandosi fra loro spaventati)

GILDA ed ENRICO
Gregorio mio, pensateci;
(disperati tirando per l'abito Gregorio,
che sta nell'eccesso della confusione)
Gregorio, nascondeteci;
Gregorio, provvedeteci;
Gregorio, carità.

GREGORIO
Gregorio! che Gregorio!
Gregorio cosa far?

GILDA ed ENRICO
Del ciel son questi fulmini:
deh, non ci abbandonate.
Son (madre/padre) oh Dio! pensate,
Gregorio mio pietà.

GREGORIO
Ma zitti, e senza strepito là
dentro vi celate;
Io so; ma mi seccate.
Andate, andate là.

Colpito da un'idea spinge Gilda nella camera d'Enrico
inquietandosi perché torna indietro a pregarlo.
Finalmente la chiude dentro.

Scena ottava
Marchese Giulio dal fondo e detti.

GREGORIO
Zitto.

ENRICO
Vado?

GREGORIO
Restate.

GIULIO
Siete in casa?

ENRICO
Ben tornato.
(bacia la mano al padre)

GIULIO
Cos'è? Perché? Scusate,
perché con tanta fretta
quella chiave levate?

GREGORIO
(Sto fresco') Nulla.

ENRICO
(Oh, ciel!)

GIULIO
Credevo a pranzo
rimaner fuor di casa, ma il ministro
pranza dal maresciallo.
Perdonate Gregorio...
sembrate imbarazzato.
Ma che diavolo avete là serrato?

GREGORIO
Ah! vi dico... un'inezia.
(Adesso svengo.)

GIULIO
Ma pur?...

ENRICO
(Non mi tradite.)
(piano a Gregorio)

GREGORIO
(A noi; coraggio
Qui bisogna inventare, e l'inventare
è caso, e non virtù.)

GIULIO
Dunque?

GREGORIO
Signore
m'è stata regalata
una cagnuola, ed io
perché non imbrattasse queste stanze
l'ho chiusa là; più tardi
la porto su da me.

GIULIO
Ma voi parlate
in un modo curioso... perdonate.
Date la chiave a me.

GREGORIO
Come?

ENRICO
(Son morto!)

GIULIO
Che? Non sono il padrone?

GREGORIO
Anzi.

GIULIO
E per questo
voglio veder là dentro.

GREGORIO
Glie l'ho detto;
vi sta una barboncina.

GIULIO
Barboncina?
Sarà; ma non lo credo. Perdonatemi;
questa è mia casa. Qua la chiave.

ENRICO
(Oh, Dio!)

GREGORIO
Non lo credete? (All'arte ingegno mio,)
così si parla a me? Prenda la chiave,
apra, veda, realizzi, si certifichi;
ma poi... ma poi pentito
del torto che mi fa, chini le ciglia,
non abbia mai coraggio
di rimirarmi più. Simile affronto
d'un suo figlio in presenza?
Ah! verrebbe ad un marmo l'impazienza?
A me! ... di me! ... con me! ... questa è la fede
che da lei meritai? Bella mercede
ai sudor di diec'anni! Apra, ed osservi
la sua vil diffidenza.
L'illibato onor mio,
che per non più tornar, le dico addio.

GIULIO
Signor Gregorio, ascolti.

GREGORIO
Non ascolto
né scusa, né ragion. Prenda la chiave.
Apra, signor marchese.

GIULIO
Ma perdon vi dimando.

GREGORIO
Apra; m'intese?

GIULIO
Ho torto; lo confesso.

GREGORIO
Prenda la chiave.
Venga,veda.

GIULIO
Fermatevi.

GREGORIO
Ma venga.
Mi lasci, si chiarifichi.

GIULIO
Ho mancato.

GREGORIO
No, no assolutamente.

GIULIO
In somma, alfine
cosa ho da far di più? Vi chiedo scusa,
vi domando perdono,
che se pazzo già fui, pazzo non sono.
Nulla voglio veder; son persuaso.
Non ne parliamo più. Mio caro amico
il negarmi perdono, un segno espresso
saria di troppo orgoglio.

GREGORIO
Ma venite a veder...

GIULIO
Veder non voglio.
(parte)

GREGORIO
(Stacci, vecchio briccone!)

ENRICO
Ah! che paura!

GREGORIO
Eh! sì, ch'io vado a nozze.

ENRICO
Che faremo?

GREGORIO
E chi lo sa? Vedremo.
Persuadetela voi.

ENRICO
Di che?

GREGORIO
Siccome…
perché ... potrebbe... vale a dir... per altro...
capite, già! lo tolga il ciel ... guardate...
che nessuno... intendete? ... insomma entrate.
(fa entrare Enrico in camera e chiude, indi parte dal fondo)

Scena nona
Leonarda viene dalla sua camera e bussa
alla camera di Pippetto, indi Gregorio.

LEONARDA
Don Pippetto- Pippetto.

PIPPETTO
Leonarduccia,
non avevo sentito;
studiando Ciceron m'ero addormito.

LEONARDA
Senti, se non t'unisci
contro il signor Gregorio,
io più tua non sarò,
più mio non sei.

PIPPETTO
Luce degl'occhi miei,
questa è una frase tua, che vuoi ch'io faccia?

LEONARDA
Alla corte. Voglio che perda la
grazia di don Giulio.

PIPPETTO
Volentieri, ma come?

LEONARDA
Una congiura
tu devi far con me. Tengo un sospetto.

GREGORIO
(di dentro)
Restate in sala.

PIPPETTO
É lui.

LEONARDA
Vieni con me.
Giura.

PIPPETTO
Si, tutto io giuro sol per te.
(entrano in camera di Leonarda)

Scena decima
Gregorio dal fondo, indi Enrico dalla
camera, poi Gilda.

GREGORIO
É il partito miglior… Enrico… Enrico.

ENRICO
Può andar via?

GREGORIO
Che andar via? Nemmen per sogno.
Tirato ho la portiera della sala pienissima di gente.
Andate là; se non tossite, intendo
che non v'è alcun, passo con Gilda, e in fretta
su per la mia scaletta
dentro il mio appartamento
la nascondo, ed appena
l'aria sarà un po' scura...

ENRICO
Ma voleva
andare a casa.

GREGORIO
E anch'io volevo. Oh, bella!
Ma quando non si può? Via presto, andate.
Gilda, Gilda, son io.

GILDA
Me n'anderò ora subito a casa?

GREGORIO
Or non si può.
Cara mia, ci vuol pazienza,
per adesso non si può.
Un tantin di sofferenza,
che più tardi proverò.

GILDA
Ah! Lo star così aspettando
è un inferno, ed io lo so.
D'affrettar vi raccomando;
star così di più non vuò.

GREGORIO
Se a mio modo voi farete,
tutto poi si aggiusterà.

GILDA
Farò quello che voi volete
per goder felicità.
Finché il cuore avrò nel seno
io vi voglio sempre amar.

GREGORIO
(Se trent'anni avessi meno
mi faria quasi impazzar.)
V'è rumor... là... dentro... zitta.

GILDA
Sudo fredda.

GREGORIO
Nulla... via,
la mia stanza asil vi fia;
là il marchese non verrà.
Pian piano a notte bruna
a fuggir si penserà.

GILDA
Sorridi fortuna. M'accorda un istante;
son madre, ed amante, non fò che tremar.
Ma il caro maestro se viene al mio lato,
io l'ire del fato vo' franca a sfidar.

GREGORIO
(Io palpito e gelo dal capo alle piante.
Un vecchio pedante che cosa ha da far?)
Il caro maestro v'è tanto obbligato;
(con caricatura)
(Ma il barbaro fato mi fa sdrucciolar.)

Escono guardinghi sotto al braccio dalla porta di mezzo.

Scena undicesima
Pippetto e Leonarda uscendo pian piano
dalla camera dove erano nascosi.

LEONARDA
Sentiste? Vedeste? Don Giulio cercate;
a lui raccontate l'affar come sta.

PIPPETTO
Leonarda mia bella servirti non posso;
ho un tremito addosso se vedo papà.

LEONARDA
Ti lascio per sempre.

PIPPETTO
Da pianger mi viene.

LEONARDA
Non servono scene.

PIPPETTO
Ma come si fa?

LEONARDA
Parlando a don Giulio se hai qualche timore
pensando al mio core l'ardir ti verrà.

PIPPETTO
Ebbene, fa pace: parlar ti prometto;
vedrai che Pippetto servirti saprà.

Leonarda parte.

Scena dodicesima
Pippetto, indi il marchese Giulio.

PIPPETTO
Papà viene. Nell'esofago
le parole stan gelate.
Oh! che mutria!

GIULIO
Cosa fate?
Il consiglio di studiare
il maestro non vi dà?

PIPPETTO
Il maestro oggi ha da fare.

GIULIO
Che ha da far? Parlate, dico, sarà
forse con Enrico.

PIPPETTO
No, signor, ma non s'inquieti...

GIULIO
Che ha da fare?

PIPPETTO
Affar segreti.

GIULIO
Ma con chi?

PIPPETTO
Con una donna.

GIULIO
Donna?

PIPPETTO
No... con una femmina.

GIULIO
E dov'è?

PIPPETTO
Nella sua camera.
L'ha portata via di qua.

GIULIO
Non è ver.

PIPPETTO
Se non è vero,
mi dia schiaffi un giorno intero.
Da quel buco della chiave
l'ho sentita, e l'ho veduta;
una voce avea soave.

GIULIO
Ma per dove era venuta?

PIPPETTO
Non saprei; qui c'era certo.
Circa il resto, chi lo sa.

GIULIO
Sarà stata qualche vecchia.

PIPPETTO
No signore, giovinetta.

GIULIO
(Oh, che orrore!)

PIPPETTO
Graziosetta, benfattina.

GIULIO
Zitto là.
Ma, Gregorio che faceva?

PIPPETTO
Sotto il braccio la teneva.
Le dicea d'aver pazienza.
"Per adesso non si può.
(contrafacendo Gregorio)
Un tantin di sofferenza;
che più tardi proverò."

GIULIO
(In malizia non si ponga.)
La ragazza... sì parlare
gli dovea di un certo affare.
Lo sapevo... andate in camera.

PIPPETTO
La lezione a studiar vo.

Bacia la mano al padre e va in camera.

Scena tredicesima
Gregorio e detto.

GREGORIO
Son qui, signor, parlate.

GIULIO
Per cinque giorni o sei,
presso di me vorrei
veniste ad abitar.
Un mio nipote aspetto,
e, senza complimento,
nel vostro appartamento
io lo vorrei alloggiar.

GREGORIO
Padrone.

GIULIO
Or veder voglio,
se tutto sta in buon stato.

GREGORIO
Ottimo. (Veh, che imbroglio.)

GIULIO
(Birbante!) Ma il parato?

GREGORIO
Tal quale, ancor lo stesso;
pare staccato adesso.

GIULIO
Forse il camino un poco...

GREGORIO
Io non vi accendo fuoco.

GIULIO
Forse i matton...

GREGORIO
Sanissimi.

GIULIO
I vetri?...

GREGORIO
Pulitissimi.

GIULIO
L'oriolo...

GREGORIO
E unico al mondo;
non sbaglia d'un secondo.

GIULIO
Le tende al letto intorno.

GREGORIO
Fur poste l'altro giorno.

GIULIO
quadri?

GREGORIO
Spolverati.

GIULIO
I tavolin?

GREGORIO
Lustrati.

GIULIO
Dunque non manca?...

GREGORIO
Niente;
ma niente, niente, niente.

GIULIO
Va bene.

GREGORIO
(Anzi benone.)

GIULIO
(Ma va pur là, briccone!
L'affar si scoprirà.
Mi sento in convulsione,
se più m'arresto qua.)

GREGORIO
(La testa qual pallone
mi salta qua e là.)

Giulio parte.

Scena quattordicesima
Leonarda e Pippetto,- indi Enrico dal fondo,
e camerieri, e servi con cartelle di stampe,
- vari volumi ben legati, e due telescopi.
Simone, poi il marchese dalla sua camera,-
tutti circondano Gregorio.

LEONARDA
Signor Gregorio con me discorrere
Perché son vecchia ella non può;
ma con le giovani le cose cangiano;
perché... intendiamoci... eh! già lo so.

PIPPETTO
Salutem plurimis. Tibi gratutulor,
(recitando e spropositando le lezioni con i libri
sotto al braccio)
"perché l'avverbio Tibi gaudemini
vocalem breviant i verbi neutri
quamobrem utinam dice il grammatico. "

ENRICO
(Da quelle camere, deh, liberatela
penso a suoi palpiti, viver non so).
Signor Gregorio, deh, ricordatevi,
che quella misera in voi sperò.

CORO
I telescopi, le carte atlantiche,
i libri classici: tutto arrivò.
La chiave diami della sua camera;
che quest'imbroglio là deporrò.

SIMONE
Signori, in tavola. Signori, in tavola.
Signori in tavola. Vengon sì o no?

GREGORIO
Ora lasciatemi. Ah, che spropositi!
Enrico, vattene, crepar dovrò.
Andiamo a tavola, fate silenzio.
Da me medesimo li porterò.

GIULIO
Signor Gregorio dia buon esempio,
e meco in tavola venga a mangiar.
(Anima perfida, oggi ogn'intingolo
per te in arsenico vorrei cangiar.)

CORO e SIMONE
Come una statua restò
Gregorio.

PIPPETTO e LEONARDA
Pian piano
brontola senza parlar.

ENRICO
(Fra cento spasimi che mai risolvere?
Ah! che quest'anima nacque a penar.)

GREGORIO
(Altro che tavola, altro che intingoli?
Penso alla camera: come ho da far?)

LEONARDA
Venga a pranzo con la vecchia.

ENRICO
Venga presto; passan l'ore.

PIPPETTO
Venga; sento un buon odore.

GIULIO
Vieni amico, non tardar.

GREGORIO
Vengo, vengo, vengo a tavola.
(Ah! mi sento divorar!
Qua mi secca una marmotta;
là la vecchia mi flagella;
chi sorride, e più m'abbotta,
chi sospira, e mi martella,
ed intanto la mia testa
sconcertata, sfracassata,
come nave in gran tempesta,
gira, gira in mezzo ai vortici
già vicina a naufragar.)

GLI ALTRI con il CORO
Pare appunto una marmotta;
fa dei gesti, e non favella,
soffia, sbuffa, freme, abbotta;
ruminando si scervella;
ed intanto la sua testa
sconcertata, sfracassata,
come nave in gran tempesta,
gira, gira in mezzo ai vortici
già vicina a naufragar.

ATTO SECONDO

Camera nell'appartamento del signor Gregorio. Porta in
fondo, ed altra a sinistra. Scansie di libri. Scrivania con
recapito da scrivere, carte, libri sfera armillare. Sedie.

Scena prima
Enrico e Gilda.

ENRICO
Gilda mia, per pietà non pianger tanto.

GILDA
Ma il figlio, il figlio mio
spira senza di me.

ENRICO
V'è un nume in cielo,
non disperar.

GILDA
Ah! quel signor Gregorio
mi ha tradita senz'altro. In tre minuti
m'ha detto tornar qua, e scorsa è un'ora...

ENRICO
No, Gilda mia, t'inganni. Ti tradisce
la sovverchia impazienza. Alfin tu sola
quì non sei già che in quest'istante geme;
rinasca nel tuo sen tranquilla speme.
I trasporti del tuo core
deh, ti calma per pietà.
Ti confida nel mio amore,
e la pace tornerà.

GILDA
La speranza ed il timore
agitando il cor mi va.
Mentre palpita il mio core,
del mio figlio che sarà?

ENRICO
Deh! Gilda cara, intanto
non ti affannar così.

GILDA
Di madre il core intanto
soccomberà in tal dì.

ENRICO
Sento il cor che mi predice
un vicino giubilar.
Se un tal giorno è a noi felice,
finirem di sospirar.

GILDA
Se sperar il fin mi lice
del mio lungo palpitar;
se un tal dì sarà felice,
finirò di sospirar.

Scena seconda
Gregorio e detto.

GREGORIO
Son qui signori.

GILDA
Cane! Cane!

GREGORIO
A me, cane?

GILDA
Non sentite mio figlio
che piange e si lamenta?

GREGORIO
Siete pazza!
Voi lo sentite qua.
E vostro figlio è là, ci sta di mezzo
la metà del palazzo.

ENRICO
Ebbene?

GREGORIO
Ebbene,
scappare or non si può.

GILDA
Queste son pene!

GREGORIO
Il marchese non esce per adesso,
e i lacché, i servitori,
i camerieri e il coco
stanno giocando in sala accanto al foco.

GILDA
Voglio andar.

GREGORIO
Voi sognate.

GILDA
Bernardino
senza veder la madre? Mi lasciate.
Amor mi rende cieca.

GREGORIO
Voi burlate.

GILDA
Mi getto da un balcone.

ENRICO
Ah! Gilda mia!

GREGORIO
(Qui nasce una tragedia!)

GILDA
Ah, Gregorio!

ENRICO
Ah, Gregorio!

GREGORIO
Ma che cosa ho da far?

GILDA
Gregorio mio,
se avete core in petto...

ENRICO
Se avete umanità...

GILDA
Se aveste figli.

GREGORIO
Me ne liberi il cielo...

GILDA
Gregorio mio! ...

ENRICO
Gregorio!

GREGORIO
Oh! mi sgregorierei ben volentieri!

GILDA
Vado...

GREGORIO
Ma no.

GILDA
Lasciatemi.

GREGORIO
Sentite;
con chi sta quel ragazzo?

GILDA
Con la vecchia
mia balia Maddalena

ENRICO
Al primo piano...

GILDA
Mano sinistra...

ENRICO
Oh Dio! passano l'ore.

GILDA
Noi qui ciarliamo, e Bernardino more.

GREGORIO
Non morirà. (Bisogna
fare un azione da eroe.)

GILDA
Povero figlio!

ENRICO
Ah! lo vedo... lo sento.

GILDA
Enrico mio,
tu più figlio non hai.

ENRICO
More senz'altro.

GILDA
Che smanie!

ENRICO
Che dolor!

GREGORIO
(a Gilda)
Zitti; un segnale datemi.

GILDA
Sì, prendete.
(gli dà un braccialetto)

ENRICO
E come? Voi...

GILDA
Che? voi stesso volete?...

GREGORIO
Si vedrà… si farà… ma non piangete.
(a Gilda)
Zitta, zitta; non piangete;
(ad Enrico)
state giù col fazzoletto,
che fra poco il fanciulletto
qualchedun vi porterà.
(Dica il mondo ciò che vuole;
chi si trova a questo passo,
se non tiene un cor di sasso,
quel ch'io faccio far dovrà.)

Entra rapidamente nella camera interna, e torna col
tabarro indosso, ed il cappello in testa.

ENRICO e GILDA
Ciel clemente, ah! tu l'inspira,
tu consola un cor tremante;
d'una madre, che sospira,
ciel clemente, abbi pietà.

GREGORIO
Per di dentro serrerete;
se chiamarvi non m'udite,
la mia voce conoscete,
state attenti, non aprite.
Ora a noi. La notte è bruna;
degli audaci è la fortuna.
Scendo serio intabarrato,
col cappello giù calcato;
il portone già lo so.

GILDA ed ENRICO
Affrettatevi; Gregorio,
quanto (grato/grata) vi sarò.

GREGORIO
Primo piano ... man sinistra.
Maddalena ... Bernardino . ..
Ah! vien qua ... vien qui piccino...
Zitto... buono ... un sol momento...
Qui... qui sotto il ferraiolo;
poi più rapido del vento
per le scale giù men volo...
signor no; ci vuol pazienza;
nello scendere è prudenza
l'andar pian quanto si può.

GILDA ed ENRICO
Affrettatevi, Gregorio,
che il fanciullo morir può.

GREGORIO
Come un lampo passo il vicolo,
fo qual fulmine la scala,
entro franco nella sala,
là comincia il mio pericolo,
che i curiosi servitori,
verrann tutti a farmi onori;
buona notte! ben tornato!
Dia a me quel fagottino...
Grazie... no... grazie... Obbligato...
Ma se intanto Bernardino
nel furor dei complimenti ...
diamo il caso... sì signore ...
che facesse dei lamenti,
che piangesse in tuon minore?
Come resto?... Cosa fo?

GILDA ed ENRICO
Ma Gregorio, non tardate;
ma Gregorio, cosa fate?
Ma Gregorio, andate, andate.
Lo portate... sì o no?

GREGORIO
La fama garrulà. Prima di giorno
andrebbe rapida intorno intorno,
tuttii satirici ne parlerebbero,
con cento forbici mi taglierebbero,
sulle gazzette, sulli giornali.
Dalli droghieri, dalli speziali,
dentro le bettole, dentro i caffè.
Eccolo là, eccolo là.
Ognun direbbe. Ah! ah! ah! ah!

GILDA ed ENRICO
Presto sbrigatevi sollecitatevi;
Ah! la mia smania crescendo va.

GREGORIO
Ma l'innocenza mi rassicura,
s'io piango al pianto della natura,
se d'una misera calmo il tormento,
se fo da balio per un momento,
se sento i palpiti della pietà;
signori critici, mal non vi stà.
Figlia, aspettatemi, figlio, abbracciatemi,
per voi Gregorio, tutto farà.

GILDA ed ENRICO
Ah! di quel core, un cor migliore,
no, più bell'anima no, non si dà.

Gregorio esce dalla porta di mezzo
ed Enrico chiude di dentro.

Scena terza
Gilda ed Enrico, indi il marchese Giulio.

GILDA
Quando avrò fra le braccia il figlio mio
non pavento sventure.

ENRICO
Or vedi, Gilda,
se il core di Gregorio
è un cor che non ha eguale?

GILDA
Io non credea
in un vecchio pedante
alma così pietosa. Or spero alfine...
Che s'ei parla per noi, quell'orso ircano
quel padre tuo diventerà più umano.

ENRICO
Lo spero anch'io. Non più pien di sospetto,
di furto, e palpitante,
quando dormono tutti,
a te cara, verrò. Finché vivea
il mio vecchio Bastiano
era facile impresa. Ora il periglio
si fa sempre maggior.

GILDA
Le nostre pene,
le nostre smanie ormai saran finite.

GILDA ed ENRICO
Sarem marito e moglie...

GIULIO
Aprite... aprite.
(di dentro picchiando fortemente all'uscio)

GILDA
Ah! chi sarà?

ENRICO
Mio padre!
Non aprire, o son morto.

GIULIO
Femmina! aprite, e non gridate.
(di fuori picchiando)

GILDA
Enrico,
o sa tutto, o v'è equivoco,
caro, fidati a me.

ENRICO
Tremo da capo a piè.
(tremando con smania)

GIULIO
S'apre o non s'apre?
Getto a terra la porta.

GILDA
(a voce alta) Ma chi siete?

GIULIO
Il padrone.

GILDA
Va là... va là... obbedisci,
v'è Gilda tua per te. Nel caso estremo,
estremo ardir ci vuole.

ENRICO
Io per te tremo.

GILDA
Or tocca a me.

GIULIO
Spezzo la porta.

GILDA
Piano;
sofferenza signor. Non vi conosco.
Pur vi credo, e rispetto. Apro, e mi fido.
Della fiducia mia non abusate;
io sono in casa vostra.

GIULIO
(con forza)
Aprite.

GILDA
Entrate.
(apre e richiude)

Giulio la fissa immobile per la collera; Gilda con
dolcezza tenta di parlare, ed esso afferrandola per un
braccio la trascina con violenza sull'innanzi della
scena.

GILDA
Signor...

GIULIO
Se parli, o perfida,
trema.

GILDA
(Che ceffo!)

ENRICO
(Io gelo!)

GIULIO
Ho già sugli occhi un velo.

ENRICO e GIULIO
(Chi mi/la potrà salvar?
Un freddo sento, un tremito,
scender di vena in vena;
palpito, e posso appena...
appena respirar...)

GIULIO
Donna rea! mi leggi in fronte
l'irritato mio furore:
in tal loco? Ed a quest'ore?
Ah! che nera iniquità!
Ma se il fulmine sospendo
più tremendo piomberà.

GILDA
Ah! signor, non conoscete
le vicende del mio fato,
e che son...

GIULIO
Lo so: tacete.
Ah! Gregorio scostumato!
Vecchio ipocrita! insensato.
Con quel volto! in quell'età!

GILDA ed ENRICO
Minganno.

GIULIO
Voi pensate,
che ho due tortore innocenti.
Zitta, zitta, non fiatate;
che non s'odano lamenti.
Ah! direi... vorrei... farei...
Ma prudenza ci vorrà.

GILDA
Son la figlia...

ENRICO
(Oh Dio! si perde.)

GIULIO
Non ascolto.

ENRICO
(Ciel! che dice?)

GIULIO
O sedotta, o seduttrice,
taci, vieni, non fiatar.
(afferrandole un braccio)
Quando torna, al reo Gregorio
fuor di qui ti vuò mostrar,
e lo voglio smascherar.

ENRICO
(Sento l'anima agghiacciar.)

GILDA
(Giusto ciel che avrò da far?)

GIULIO
Vedrò, vedrò l'ipocrita
pallido al mio cospetto;
solo in pensarlo, inondami
incognito diletto.
Vedrò tremar quel perfido,
confondersi, e gelar.
Taci per poco o collera,
presto dovrai scoppiar.

ENRICO e GILDA
Tutti del fato i fulmini
tutti dal fato aspetto.
Per me, per me non palpito
ho il cor tranquillo in petto.
Oh ciel (lo sposo/la sposa) e il figlio
affrettati a salvar.
Per me non v'è periglio;
la sorte io vo' sfidar.

Enrico rientra rapidamente nella camera. Giulio
trascina Gilda verso la porta di mezzo, ma nel
momento di aprirla, s'ode Gregorio di fuori che
picchia.

Scena quarta
Gregorio e detti.

GREGORIO
Gilda… Gilda… son io sono Gregorio.

GILDA
Mio caro!

GIULIO
Zitta, o un aspide divento.

GREGORIO
Apri; son io, che porto tutto.

GIULIO
Andate;
ritiratevi là, se no, tremate.

GILDA
Non si sdegni. Signore,
non creda per timore,
ma sol per obbedienza mi ritiro.
(Ciel, pietà d'una madre. Io non respiro.)
(entra nella camera ove è Enrico)

GREGORIO
Apri, in somma, o non apri?

GIULIO
(Impeti reprimetevi.)

GREGORIO
Ma tanto vi voleva?
(entrando intabarrato con Bernardino sotto)
Una paura aveva,
che quell'orso, quel cane
quel satiraccio del marchese Giulio
mi venisse a guastare i fatti miei...

GIULIO
L'orso, il satiro, il cane è qui da lei.
(avanzandosi e battendogli una mano sulla spalla)

GREGORIO
Ah!

GIULIO
Vecchio indegno! Mira,
paralitico son per il furore.

GREGORIO
E un gran prodigio se non crepa il core.
Signor mar-che-se...

GIULIO
Scostumato!

GREGORIO
Evviva!

GIULIO
A quest'ora una giovine in mia casa,
ove sono i miei figli,
i miei figli innocenti.

GREGORIO
Ma... mar-che-se
mar-che-se mio...

GIULIO
Che cosa nascondete?

GREGORIO
Niente, niente don Giulio; mi credete.

GIULIO
Vo' saperlo, cospetto!

GREGORIO
Ma se vi dico nulla: un bauletto.

GIULIO
Mostrate.

GREGORIO
É un affar mio.

GIULIO
Lo voglio; andiamo.

GREGORIO
Ma s'è una ragazzata,
una bagattelluccia. S'assicuri
non merita la pena
ch'ella la veda.

GIULIO
Che cos'è?

GREGORIO
Le dico non è niente;
figuri una cosa innocente.
Ah! marchese

GIULIO
Che vedo?...
(Giulio scoprendolo a forza,
e scorgendo il bambino)

GREGORIO
Non è niente.

GIULIO
Chi! chi mi regge? Io sento,
che la ragion vacilla, e quasi io stesso
colla mia man...

Scena quinta
Gilda uscendo rapidamente e togliendo
il bambino a Gregorio.

GILDA
Che fate? Marchese, il vostro sangue non
versate.

Prende il bambino e lo porta
nella camera ov'è Enrico.

GIULIO
Sangue mio!

GREGORIO
Ma tant'è.

GIULIO
Perfido!

GREGORIO
In somma
quella giovine è moglie,
e quel fanciullo è figlio.

GIULIO
Di chi?

GREGORIO
D'Enrico figlio vostro.

GIULIO
Tremino tutti, e il primo, il primo,
su cui tutta scagliar vo' l'ira mia,
come autor de' miei guai,
complice, torcimano, tu sarai,

GREGORIO
Alto là. Questo a me? Questo a Gregorio?
A un uom di sessant'anni! Questa mane,
e non prima, ho saputo
la dolorosa istoria. In mezzo al pianto
Enrico la narrò. Quella ragazza
venne a piangere anch'essa.
Pianse lui, pianse lei; pianto in duetto;
anch'io poi piansi, e si compì il terzetto.
Voi giungeste, e il quartetto
mi metteva sospetto.
Gilda ed Enrico si affacciano sulla porta.
Nella stanza la chiudo. La nascondo
qui nel mio appartamento,
per poi farla fuggir. Ma come? Come?
Ditelo voi per me. Non basta. Il figlio
dal mezzo dì, non avea più poppato...
Io non son poi di sasso, e sono andato.
Ecco il perché... Capisce?

GIULIO
E nulla, nulla
voi sapevate?

GREGORIO
Nulla, nulla affatto.

GIULIO
Perfido! traditor!

GREGORIO
Marchese mio...
(Venite avanti.) Il fatto è fatto. Udite
(facendo cenno comicamente ad Enrico e Gilda,
e parlando loro sottovoce)
la ragion, la pietà. (Più qua.) Pensate,
che la giovine è figlia
del colonnello Tallemanni, antico
nobile militar... Più non vi dico.
Per il grado siam lì. Non ha richezze.
(Voi di qua, voi di là.) Ma è molto ricca
se avrà molta virtù; se del marito
meriterà l'amor... (V'inginocchiate.)
E se voi... ma di cor, le perdonate.

GIULIO
Chi di perdon mi parla? Io voglio entrambi
raminghi, desolati,
vittime della fame. E sopra loro
la mia paterna mano scaglierà...

GREGORIO
No, no, no.

GILDA
Grazia!

ENRICO
Perdono!

GILDA e ENRICO
Ah, padre per pietà!

GIULIO
Stelle! Ove sono!
Alma rea!

GREGORIO
(Comincia male.)

GIULIO
La tua vista
orror mi fa.

GREGORIO
(Ecco scoppia il temporale.)

GILDA
Compassion.

ENRICO
Perdon.

ENRICO, GILDA e GREGORIO
Pietà.

GIULIO
Combattuto il mio cervello,
che risolvere non sa.
Guardo questa, guardo quello
ed incerto il cor mi sta.

GILDA
Sono come quell'augello,
che riposo mai non ha.
Sempre un palpito novello
l'alma in sen tremar mi fa.

ENRICO
La mia testa qual vascello
va per l'onde qua e là.
E un continuo molinello
aggirando il cor mi va.

GREGORIO
Fra l'incudine, e il martello
che rimbalzi il cor mi dà!
Salta e bolle il mio cervello,
e ho timor che in fumo andrà.

Scena sesta
Leonarda dalla porta di mezzo accorrendo e detti.

LEONARDA
Dalle camere da basso
ho sentito del fracasso,
e ho creduto mio dovere
di venire, di vedere
se il maestro, o il marchesino...

GREGORIO
(Oggi proprio il mio destino
mi dà schiaffi in quantità.
Ci mancava questa qua!)

LEONARDA
(Ecco l'Elena famosa,
la ragazza sì vezzosa,
che il maestro innamorò,
non ci piace, signor, no.)

GIULIO
(L'ira mia già divampò!
E frenarmi più non so.)

LEONARDA
Che pessimo gusto! Piccina, piccina!
La vostra dottrina, oh, come cascò!

GIULIO
Leonarda, Leonarda, mi lascia in buon ora,
o bada che or ora pentir ti farò.

GREGORIO
Sereno, tranquillo, sfidavo la sorte,
ma a un colpo sì forte, no forza non ho!

GILDA
D'un alma innocente, vi tocchi il dolore.
Se colpa ha il mio core, amor l'ingannò.

ENRICO
Mirate quel pianto che bagna il mio ciglio
al pianto d'un figlio resister chi può?

LEONARDA
Ma dunque? Oh, che imbroglio?

GREGORIO
Son degni di scusa.

GIULIO
Vederli non voglio.

LEONARDA
Io resto confusa.

GREGORIO
Via, siate più umano. Placatevi.

GIULIO
Invano.

GREGORIO
É figlio; pensate.

GIULIO
Lasciatemi; andate.

GREGORIO
E’ madre.

GIULIO
Partite.

GREGORIO
C'è un figlio.

GIULIO
Fuggite.
O un aspide, o un orso io qui diverrò.
Mi s'involi dagli occhi costui,
ria cagion del mio barbaro affanno.
Mi volete crudele, e tiranno?
Sì, crudele, e tiranno sarò.

GILDA
Sfoga pure l'insano tuo sdegno,
versa il sangue, te l'offro contenta,
ma che padre tu sei ti rammenta;
salva Enrico, altra smania non ho.

ENRICO
Ah! signor, mi sedusse un istante;
la mia colpa fu colpa d'amore;
ed un padre, ed un padre, che ha un core
perdonare ad un figlio non può?

LEONARDA
(a Gregorio)
Ma mi dite, narrate, svelate
che pasticcio, che impaccio è mai questo?
Più ci penso, più stupida resto;
ma poi tutto, sì, tutto saprò.

GREGORIO
Marchesino! ... marchese!... Ma zitta.
Meno fuoco, badate al ragazzo.
Questa notte legato per pazzo,
ci scometto, finire dovrò.

Don Giulio esce precipitoso seguito dal signor Gregorio. Enrico
e Gilda entrano in casa, e si chiudono; rimane sola Leonarda.

Scena settima
Leonarda, indi Pippetto, e coro di servi, e Simone.

LEONARDA
Dunque… dunque… non è il signor Gregorio,
è il marchesino Enrico!
Ah, che imbroglio!che intrico!
Tanto meglio per me. L'affare è fatto.
Se si placa don Giulio per un figlio,
o che voglia, o non voglia,
si aggiusterà per l'altro, finalmente
il figlio scimunito sposerò.
E una dama per sempre diverrò.

PIPPETTO
Leonarda che fu?

CORO
Si può, o non si può?

LEONARDA
Venite pur qua.

PIPPETTO
Veduto ho papà.

CORO
Un orso pareva.

PIPPETTO
I piedi sbatteva.

CORO
Faceva un fracasso.

PIPPETTO
Un strepito, un chiasso.

CORO
Diceva di no.

PIPPETTO
Punirli saprò.

CORO
Birbante! briccona!

PIPPETTO
A me si canzona?

CORO
Vo' farli pentire.

PIPPETTO
Di casa partire.

CORO, PIPPETTO e SIMONE
Leonarda narrate, su via raccontate,
ch'è stato? Cos'è? Ma ditelo a me?
Più penso, e rifletto, io meno connetto;
e intanto curioso, m'aggiro smanioso,
domando, mi provo, ma cerco, e non trovo,
Leonarda, Leonarda, narrate cos'è?

LEONARDA
Silenzio, tacete, che tutto saprete.
L'affare è bizzarro, ed or ve lo narro;
ma zitti, ma quieti, non siate indiscreti.
Se no, che vi parli, possibil non è.
Ma zitti, o più non parlo.

SIMONE
Io più non fiato,

PIPPETTO
Ho il labbro sigillato.

LEONARDA
L'affare è serio assai,
più che voi non pensate. L'amorino
non è il signor Gregorio.

SIMONE
Come no?

PIPPETTO
Ma la donna?

LEONARDA
Sta là dentro.
Non fa all'amor con lui, anzi è già moglie...

PIPPETTO
Moglie? moglie di chi?

LEONARDA
Questo è l'intrico.
E’ moglie già del...

Scena ottava
Gregorio e don Giulio di dentro, indi in scena dalla
porta di mezzo, poi Gilda, ed Enrico dalla camera interna.

GIULIO
Ma di no, vi dico:
son padre, e come padre... cosa fate?
(vedendo Pippetto e Leonarda)

PIPPETTO
Vado via.

SIMONE
Partiremo.

GIULIO
No, restate,
esci coppia malvagia.

PIPPETTO
(Ah! cosa vedo!)

GREGORIO
Ma, marchese...

GIULIO
Tacete;
troppo debole il Cor nel petto avete.

ENRICO
(Ah! di noi che sarà?)

GILDA
(Niente paura.
C'è Gilda tua per te.)

GIULIO
Figlio sleale!
Ingratissimo figlio! Esci, va, fuggi,
t'invola ai sguardi miei,
più tuo padre non son, figlio non sei.
Unico erede mio sia l'innocente
mio secondo ragazzo; e quell'affanno,
che m'hai versato in petto
per un breve capriccio, co' i rimorsi
nella tua verde etade...
di', e mette sul tuo cor...

GILDA
Ah! no, fermate:
cagion di tanti sdegni
son io, con l'infelice
frutto dell'amor mio. Ebben, raminga
sola, e lungi n'andrò, ma l'ira vostra
ha bisogno di sangue. Anima cruda!
Vuoi sangue? E sangue avrai.
(afferra per mano don Giulio)
Vieni, vieni, e vedrai.
Vedrai sotto il tuo ciglio
disperata svenar la madre e il figlio.

GIULIO
Svenar potresti un figlio! E tu sei madre?

GILDA
Malediresti un figlio! E tu sei padre?

GREGORIO
Brava!

GIULIO
Che?

GREGORIO
Niente.

GIULIO
Oh Dio!
Non resiste il cuor mio.
La natura parlò.

ENRICO
Padre!

GILDA
Signore! ...

GIULIO
Amatevi; son uomo; ho in petto un cuore.

LEONARDA
(Coraggio.)

PIPPETTO
(Tremo.) Papà mio... potrebbe far felice
me pur.

GIULIO
Che vuoi?

PIPPETTO
Vorrei,
giacché siam d'imenei,
sposarmi anch'io

GIULIO
Con chi?

PIPPETTO
Con la mia fida
vezzosa Leonardella.

GREGORIO
Misericordia!

GIULIO
E che? Gregorio?

GREGORIO
Amico!
Che cosa v'ho da dir? La donna anziana
è peggio peggio assai d'una terzana.

GIULIO
Perfida!

LEONARDA
Ma le pare?
Promisi a quel ragazzo
del mio cor le primizie
sol per tenerlo in briglia; che del resto...

PIPPETTO
Stelle, che colpo è questo!
Dove trovar più fede
se mentì quella bocca corallina!
Vado a pianger tre mesi giù in cantina.
(parte)

GREGORIO
Vedete se ho ragion?...

GIULIO
Pur troppo! Io sono
ripieno di rossor.

GILDA
No, caro padre,
che tal ti chiamerò, sgombra il rossore;
in tempo siamo di emendar l'errore.
Un viaggio pel mondo,
guarirà il marchesino; al suo ritorno,
se ancor pazzo restasse il meschinello,
dategli moglie, e metterà cervello.
Questa pericolosa
già matura beltà vada lontana.
E al regno del rigore,
ne succeda il miglior... regno d'amore.
Quel tuo sorriso, o padre
tenero al cor mi scende;
penso alle mie vicende,
e parmi di sognar.
Non più fra tante smanie
palpiterai mio core;
ha vinto, ha vinto amore,
ritorno a respirar.

GIULIO
(Costei m'ha già incantato.
Pazzo finor son stato.
Che donna! ma che donna!
L'egual, no non si dà.)

GREGORIO
(L'amico c'è cascato;
rimane inzuccherato!
Ci ho gusto, sì, ci ho gusto!
Gridar più non potrà.)

ENRICO
Tutto è per noi cangiato;
l'affanno è terminato:
che giubilo! che gioia!
il cor respirerà.

GILDA
Maestro! ... sposo! ... padre!
O che felicità!
Donne care! qui fra noi
non neghiamo il nostro impero;
ai sapienti, ed agli eroi
noi cangiamo il bianco in nero.
Siamo serve, ma regnamo,
siamo nate a comandar.

SIMONE e CORO
Manco male c'è una donna!
Del padron più non temiamo;
c'è una donna; non tremiamo;
s'è finito di penar.

FINE

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